17 luglio 2015

Accordo di Vienna: la vittoria (a scoppio ritardato) del buonsenso



di Fabio Petrucci


Martedì 14 luglio a Vienna è stato siglato l'accordo tra l'Iran ed il 5+1 sulla tanto discussa questione nucleare. Giunta dopo trattative estenuanti e durevoli contrasti, la firma dell'accordo è stata accolta dai media occidentali come un evento di portata storica, nonché come un successo personale del presidente statunitense Barack Obama. In realtà, avendo presente l'estrema fluidità della situazione, risulta prematuro emettere giudizi definitivi sull'accordo raggiunto: il rischio è quello di trovarsi ad essere smentiti dal corso degli eventi. L'accordo dovrà essere ratificato dai rispettivi parlamenti, e nulla è ancora certo né sulla sua effettiva implementazione né sul suo carattere definitivo. Potrebbe certamente rappresentare un elemento di grande novità nello scacchiere mediorientale, così come rivelarsi scarsamente efficace.

In sintesi, a partire da gennaio 2016, l'accordo dovrebbe condurre alla completa abolizione delle sanzioni economiche e finanziarie imposte dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU, nonché di quelle multilaterali (USA+UE) e nazionali, legate al programma nucleare iraniano. Questo in cambio di una limitazione del piano di proliferazione nucleare di Teheran e di controlli più stringenti da parte dell'AIEA, al fine di rendere materialmente impossibile la costruzione di armi atomiche (intento sempre smentito dalle autorità iraniane). In caso di violazione dell'accordo da parte di Teheran è previsto il ripristino per almeno 10 anni delle sanzioni ONU, con la possibilità di estendere la loro efficacia per altri 5 anni. Anche Stati Uniti ed Unione Europa godrebbero della facoltà di reintrodurre le loro sanzioni a tempo indeterminato. La ratifica parlamentare da parte del Congresso statunitense e del Majles iraniano rappresenterà un passaggio fondamentale per gli esiti dell'accordo. Anche se è probabile un'approvazione del testo da parte delle due assemblee legislative, non si può non notare la presenza di cospicue componenti ostili all'accordo in seno al Congresso statunitense (non solo tra la maggioranza repubblicana, ma anche tra i democratici), così come non si può ignorare il parere che la Guida Suprema Ali Khamenei potrebbe esprimere in merito ai contenuti dell'accordo o tacere delle reazioni critiche dei settori conservatori legati all'ex presidente Ahmadinejad.

Sul piano mediatico l'accordo è stato presentato come un grande successo diplomatico degli Stati Uniti e di Barack Obama. Per il presidente statunitense l'accordo con l'Iran ha rappresentato un banco di prova molto importante poiché, insieme al disgelo con Cuba, consente all'inquilino della Casa Bianca di vantare un bilancio meno fallimentare del previsto nell'ambito della politica estera. Per un presidente che rischia di essere ricordato come l'iniziatore di una nuova guerra fredda con il risorto orso russo, l'accordo con l'Iran si configura come una grande boccata d'ossigeno. Tuttavia il successo personale di Obama non rappresenta una vittoria per l'amministrazione statunitense, ma semmai una sconfessione della strategia adottata in Medio Oriente in questi anni, o meglio l'implicita ammissione del suo fallimento. L'accordo con l'Iran poteva essere concluso già diversi anni fa, ma Washington per lungo tempo ha rimandato la ricerca di una soluzione alla questione, nascondendosi dietro le paure di Israele. Ora alla Casa Bianca sembrano aver compreso che, a maggior ragione dopo il fallimento delle “primavere arabe”, il progetto del “Grande Medio Oriente” a guida USA è un’insostenibile chimera politica. Inoltre, l'amministrazione statunitense pare essere giunta alla conclusione che appoggiare sempre e comunque Israele e petromonarchie come quella saudita e quella qatarina non coincide con i propri interessi strategici. Non stupisce quindi il disappunto espresso da Tel Aviv e Riyad in seguito all'accordo di Vienna.

Decenni di ostilità occidentale nei confronti dell'Iran, passati anche attraverso la guerra tra l'Iraq di Saddam a quel tempo sostenuto dagli USA e la Repubblica Islamica, non hanno condotto al tracollo politico ed economico dello Stato sorto dalla rivoluzione del 1979. In questi anni l'influenza di Teheran nella regione non è stata arrestata, così come non è stato bloccato lo sviluppo militare e tecnologico iraniano. Ragion per cui una parte dell'establishment statunitense è giunta a considerare inutile e controproducente l'ostilità verso l'Iran, che peraltro ha condotto ad una crescente sinergia politica ed economica di quest'ultimo con Russia e Cina. Nel recente summit dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai è stato annunciato il prossimo allargamento della stessa all'India ed al Pakistan. La SCO va così assumendo un carattere sempre più “pan-asiatico”, tanto che non è da escludere che nei prossimi anni anche l'Iran, attualmente membro osservatore, possa aderire pienamente all'organizzazione. La costituzione di un solido blocco asiatico composto dalle maggiori potenze regionali del continente indebolirebbe in maniera sostanziale la presenza statunitense in Asia. E forse la nuova strategia della Casa Bianca verso l'Iran va letta anche alla luce di preoccupazioni di questo tipo.

Nell’atmosfera di entusiasmo seguita all'accordo di Vienna Obama ha anche elogiato il lavoro di mediazione svolto dalla Russia nel corso delle trattative. Nel clima di guerra fredda fra Casa Bianca e Cremlino le parole di Obama hanno rappresentato una sorpresa inaspettata, anche se è probabile che si tratti di una mera frase di circostanza che non condurrà a reali cambi di strategia degli USA verso la Russia. Appena un mese fa Vladimir Putin aveva detto di non aspettarsi alcun mutamento nell'atteggiamento ostile degli USA e le sue parole sembrano essere state confermate dal rapporto statunitense “National Military Strategy” 2015, in cui si fa riferimento a «basse, ma crescenti» probabilità di conflitto con grandi potenze (Russia e Cina). Peraltro la firma dell'accordo di Vienna toglie agli USA qualsiasi alibi circa il progetto di scudo antimissile da impiantare in Europa: per molto tempo esso è stato presentato come una difesa da possibili minacce atomiche iraniane, ma adesso che con l'Iran è stata raggiunta un'intesa gli Stati Uniti dovrebbero abbandonare il progetto oppure ammettere ciò che tutti già sanno, ossia che il vero obiettivo dello scudo è la Russia. Non a caso dopo l'accordo di Vienna il ministro degli esteri russo Lavrov, con l'astuzia che lo caratterizza, ha ricordato quanto affermato da Barack Obama a Praga nel 2009, ossia che in caso di intesa con Teheran non ci sarebbe più stata la necessità di costruire uno “scudo antimissile europeo”.


Eppure a fare da contorno all'accordo di Vienna non c'è soltanto il clima di guerra fredda che si respira in Europa, ma anche il pantano che coinvolge il Medio Oriente dalla Libia all'Iraq. Nel contesto di ridefinizione degli equilibri regionali seguito alle “primavere arabe” l'Iran sta giocando un ruolo molto importante, essendo in prima linea nella lotta all'ISIS in Iraq, nonché impegnato a sostenere la Siria di Assad e le milizie libanesi di Hezbollah nella lotta contro il fondamentalismo sunnita foraggiato da Arabia Saudita, Qatar e Turchia. In questo senso il tanto vituperato Iran sciita sta rappresentando un attore di fondamentale importanza nella difesa della civiltà minacciata dai tagliagole salafiti, takfiri e kharigiti. Del resto l'Iran degli ayatollah sciiti - a fronte di forti limitazioni imposte al proselitismo – ha sempre garantito la sicurezza e la libertà di culto delle antiche comunità cristiane (soprattutto armene) presenti sul suo territorio, ha rappresentato un rifugio per molti cristiani assiri fuggiti dall'Iraq e ha più volte dimostrato un'apertura al dialogo con la Chiesa cattolica inesistente in molti paesi sunniti: ne sono prova la traduzione del Catechismo della Chiesa cattolica in farsi e persino l'atteggiamento di moderazione espresso dall'ex presidente Ahmadinejad all'epoca del discorso pronunciato da Benedetto XVI a Ratisbona. Per tutte queste ragioni, a dispetto delle ansie di Israele, la fine della demonizzazione della Repubblica Islamica dell'Iran non può che essere accolta come una buona notizia.

 

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