01 luglio 2015

Tutte le balle sul ddl Cirinnà


di Elia Buizza

È frequente, inevitabile e forse politicamente comprensibile che alcuni parlamentari nostrani, nella speranza di vedersi approvati disegni di legge da loro proposti, cavalchino senza ritegno luoghi comuni e sentimentalismi di un popolo che pare subire passivamente il corso degli eventi, vittima del mainstream orginato dalla rivoluzione sessuale del ’68.

Non fanno eccezione i sostenitori del ddl della senatrice Monica Cirinnà in materia di unioni civili.

“Unioni civili sì, matrimonio no”, “unioni civili sì, adozioni no”, “occorre concedere le unioni civili perché in qualche modo hanno il diritto di ricevere qualche tutela giuridica”, “ce lo chiede l’Europa”, “occorre stare al passo con i tempi”, “urge un’apertura verso nuovi modelli familiari extra art.29 Cost.”. Questi i ritornelli più ricorrenti. Eppure a noi, irriducibili vigilanti di una società in decadenza, non può sfuggire che tali argomentazioni sono chiaramente prive di fondamento giuridico.

Alla luce di un'analisi attenta del testo, risultano invece del tutto fondate le principali obiezioni di chi lo contrasta: che la civil partnership è un matrimonio sotto mentite spoglie e che, di fatto, apre all'adozione.

Il testo del disegno di legge è suddiviso in quattro parti: la prima (artt. 1 – 7) riguarda le civil partnership tra persone dello stesso sesso (un simil-matrimonio, ad eccezione dell’adozione); la seconda (artt. 8 – 21) attiene ai patti di convivenza tra persone dello stesso sesso o di sesso diverso che intendono contrarre un’unione meno vincolante; la terza riguarda le unioni di fatto tra persone dello stesso sesso o di sesso diverso che desiderano semplicemente vivere insieme senza pretendere alcuna qualificazione giuridica; la quarta, infine, riporta l’istituto matrimoniale come disciplinato fino ad oggi.

Soffermandosi sulla prima parte del testo, non si può non rimanere perplessi di fronte alla formulazione testuale di certi articoli. L’art.3 recita che “ad ogni effetto, all’unione civile si applicano tutte le disposizioni di legge previste per il matrimonio”, eccezion fatta, afferma la Cirinnà, per l’istituto adottivo.

Non è necessaria un’approfondita conoscenza della materia costituzionale per rilevare che questa riserva, gravante sulle civil partnership, costituisce una palese violazione del dettato costituzionale che stabilisce il divieto di discriminazione, ex art. 3 Cost. Quest’ultimo articolo è “diretto, più che ad assoggettare a un identico trattamento giuridico tutti i consociati, a precludere le discriminazioni arbitrarie fra soggetti che si trovino in situazioni identiche o affini, nonché a impedire le arbitrarie assimilazioni fra soggetti che si trovino in situazioni diverse” (Valerio Onida e Maurizio Pedrazza Gorlero, Compendio di diritto costituzionale, terza edizione, Giuffrè Editore, p.112). Appare quindi manifestamente incostituzionale un disegno di legge che preveda la sostanziale equiparazione di due situazioni “identiche” (così dicono i sostenitori del ddl) ad eccezione di un elemento. Alla Corte costituzionale, infatti, è attribuito il potere di dichiarare incostituzionali leggi o parti di leggi, stabilendone l'abrogazione (in toto o limitatamente alla parte giudicata incostituzionale). In seguito al pronunciamento della Corte, quindi, si otterrebbe un regime para-matrimoniale, con pieno accesso all’istituto adottivo, alla fecondazione artificiale e il riconoscimento di bambini generati attraverso la pratica dell'utero in affitto.

A conferma delle intenzioni della relatrice, giova riprendere altri 2 articoli del testo sulle unioni civili. L’art. 4 afferma che “nella successione legittima i medesimi diritti del coniuge spettano anche alla parte legata al defunto da un’unione civile tra persone dello stesso sesso”, mentre l’art. 7, nella delega per l’attuazione con decreto governativo della riforma, sancisce il principio per cui “in materia di ordinamento dello stato civile, gli atti di unione civile tra persone dello stesso sesso sono conservati dall’ufficiale dello stato civile insieme a quelli del matrimonio”.

Dagli elementi analizzati traspare nitidamente il fine autentico della proposta legislativa. Tuttavia, l’ennesima conferma dell’equiparazione delle civil partnership al matrimonio è deducibile dalla lettura della seconda parte del disegno, riguardante la disciplina delle convivenze (estesa anche alle persone di sesso diverso). La redazione di tale parte conferma l’obiettivo perseguito dalla prima: distinguere le civil partnership (che realizzano un sistema identico a quello matrimoniale) dalle semplici convivenze.

Peraltro, gli articoli costituzionali, spesso citati a sproposito dagli accaniti sostenitori di questo disegno di legge, non lasciano spazio ad equiparazioni di questo tipo. Basti pensare all’art. 29 Cost che concepisce la “famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”, in cui il termine “naturale” esclude il riconoscimento di altre forme familiari che non siano quelle caratterizzate dalla complementarietà sessuale dei due partner.

Giova inoltre richiamarsi anche all’art. 16 della Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo, che all’art. 16, c.3, riconosce che “la famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società”.

È infine inaccettabile che una coppia di persone dello stesso sesso abbia accesso all'istituto dell’adozione, disciplinato in modo chiaro e con un orientamento ben definito dalla L.n. 184/1983 (riformata da L.n.149/2001). Esso richiede, quali prerequisiti necessari, un rapporto di coniugio della durata di almeno 3 anni, assenza di separazione ed idoneità di educazione, istruzione e mantenimento nei confronti dei minori che intendono adottare. Anche in questo campo, evidentemente, il Legislatore ha riscontrato nella famiglia naturalmente e costituzionalmente intesa l’ambiente più idoneo per la sana e serena crescita del minore che, come recita il titolo delle disposizioni in tema di adozione, è titolare del diritto ad avere una famiglia.

L’idea che civil partnership e matrimonio siano sinonimi a tutti gli effetti è infine confermata da alcune dichiarazioni rilasciate da esponenti politici che negli ultimi anni si battono per le rivendicazioni del mondo LGBT. L’On. Scalfarotto, chiamato ad esprimersi sul ddl Cirinnà in un’intervista a Repubblica del 16 ottobre 2014, affermò: “L’unione civile non è un matrimonio più basso, ma la stessa cosa. Con un altro nome per una questione di realpolitik”.

Infine, come ulteriore conferma dell’evidenza, si può considerare il confronto svoltosi durante la trasmissione Uno Mattina del 19 giugno2015. 

Il prof. Gandolfini, smascherando pubblicamente la reale portata della proposta legislativa in questione e dichiarando che essa porta all'accesso all'adozione e alle pratiche di fecondazione assistita, ha costretto la stessa Cirinnà, nell'impossibilità oggettiva di smentirlo, ad estrarre dal cilindro il luogo comune per eccellenza: “l’Italia non può continuare a rimanere medioevale” (una motivazione che lascia alquanto perplessi).

Il clima ideologico e menzognero in cui siamo costretti a vivere richiede che vigiliamo affinché proposte legislative inique come quella esaminata non vengano propugnate ai cittadini sotto le mentite spoglie di disegni di legge necessari per consentire al nostro Paese di considerarsi “civile”. A mio avviso, può dirsi “civile” un Paese in cui i più deboli (nel nostro caso i bambini) vengono preservati e difesi dalle rivendicazioni e dai desideri individualistici dei più forti. L’approvazione del ddl Cirinnà, pertanto, non farebbe altro che rendere l’Italia un paese ancora più incivile, eticamente inaccettabile e drammaticamente iniquo.
 

1 commento :

  1. Complimentandomi per la stringente argomentazione, non posso che affermare: onore al camerata Elia!
    EMR

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