22 settembre 2015

Francesco negli USA e la guerra totale al cristianesimo


di Alessandro Rico

Giovedì, su Il Foglio, Mattia Ferraresi sottolineava correttamente come negli Stati Uniti, dove papa Francesco si recherà tra il 23 e il 28 settembre, la tradizionale alleanza tra fede religiosa e convinzioni politiche, che Tocqueville e Marx avevano individuato come il tratto caratterizzante della società civile americana, si sia definitivamente spezzata. Due mandati di amministrazione Obama hanno scardinato tutti gli avamposti confessionali: dal matrimonio gay imposto dalla Corte Suprema, all’arresto della funzionaria del Kentucky che si rifiutava di ratificare le nozze omosessuali,  alla lotta su Obamacare e la copertura assicurativa dei contraccettivi, fino all’affaire Planned Parenthood, che ha rinvigorito il dibattito sull’aborto e ha dimostrato quanto i Democratici siano agguerriti nella lotta per affermare l’agenda liberal sui temi etici. Come contrappeso alla deriva laicista, ma sarebbe anche il caso di dire del tutto anti-religiosa, Ferraresi invocava le acute riflessioni di John Rawls, probabilmente il più importante e celebrato filosofo statunitense del XX secolo, su religione e politica, raccolte nel libro Rawls and Religion, curato da Valentina Gentile e Tom Bailey, con un’introduzione di Sebastiano Maffettone (Columbia University Press, 2014, 328 pp.).
Non c’è dubbio che Rawls, il quale peraltro si considerava un credente, fosse animato dalle più sincere intenzioni inclusive della religione all’interno dell’arena pubblica – tanto da attirarsi le critiche di Habermas, che mirava invece a una radicale marginalizzazione di quella. Nel fondamentale volume del 1993, Political Liberalism, Rawls declinava la questione in questi termini: da una parte giudicava irrinunciabile la convergenza consensuale sui valori costituzionali (e quindi eminentemente liberali), ma dall’altro riteneva che bisognasse lasciare ampia libertà di attingere alle proprie convinzioni religiose, che d’altra parte la storia americana dimostrava capaci di accrescere cooperazione sociale, uguaglianza e libertà (come nel caso dell’abolizione della schiavitù, a favore della quale si erano espressi molti leader religiosi e predicatori). Non si può dire, però, che Rawls fosse sempre capace di bilanciare perfettamente il difficile equilibrio tra l’esigenza di puntellare la stabilità delle istituzioni politiche liberali e il conferimento di piena cittadinanza a quelle che, nel libro, chiamava “dottrine comprensive” (e che includevano non solamente le credenze religiose, ma anche posizioni filosofiche e convinzioni morali agnostiche). È vero che egli aveva ridotto le materie intorno alle quali si esercitava il consenso costituzionale a un ristretto elenco, che non contemplava neppure tutti i principi di giustizia espressi nel fortunato saggio del 1971 A Theory of Justice; ma poi Rawls sosteneva che non solo tutti gli “ufficiali”, cioè i detentori di cariche pubbliche (ad esempio i giudici costituzionali), o gli esponenti politici anche semplicemente candidati a ricoprire un incarico, non potessero argomentare secondo le proprie “dottrine comprensive”, ma anche che i cittadini avrebbero dovuto mettere tra parentesi queste ultime, al momento del voto. Insomma, alla fine neppure la proposta rawlsiana riesce a stabilire se la primazia spetti al liberalismo o alla religione. E il problema, invero, è tanto più urgente giacché tra le religioni che si affacciano sulla pubblica piazza non c’è più solo il cristianesimo, ma anche l’Islam, indubbiamente più refrattario a un accomodamento con la liberaldemocrazia occidentale. L’impressione, allora, è che l’esito, magari non del tutto volontario, del sistema di Rawls, sia di “consacrare” il disinnesco della spinta propulsiva esercitata dal cristianesimo, sostanzialmente secolarizzato e assorbito dal presunto neutralismo liberale, che è però sempre più simile esso stesso a una “dottrina comprensiva”, con premesse antropologiche ben definite e un progetto politico vieppiù insidioso, poiché surrettiziamente somministrato attraverso la retorica dei diritti individuali e dell’egualitarismo democratico.
È difficile negare che per garantire la convivenza civile sia necessario un compromesso su forme e procedure istituzionali, le più inclusive possibili, oltre che l’impegno da parte di tutti a incanalare il dissenso sulle “dottrine comprensive” all’interno di un dibattito pacifico e di meccanismi decisionali condivisi e non oppressivi. Ma fa parte della cronaca del nostro tempo l’inedita inversione della cornice liberale, che anziché fungere da raccordo giuridico-politico per il pluralismo che caratterizzala nostra società, sta subdolamente esiliando la religione (quella cristiana in generale, quella cattolica in particolare), finanche minacciandone la persecuzione legale: in Italia il ddl Scalfarotto e gli strali del ministro Giannini, negli USA i procedimenti giudiziari contro funzionari disobbedienti e persino pasticceri che si rifiutano di decorare le torte per i matrimoni gay, o lo spettro dell’abolizione di ogni margine per l’obiezione di coscienza. In tutto ciò, è sorprendente che l’Islam appaia ancora relativamente immune da quella che il papa ha definito senza mezzi termini “colonizzazione ideologica”. Ad esempio, mentre la cultura liberal si bea di proclami femministi, il suo “esotismo”, che fa pendant con un generico disprezzo dei costumi occidentali identificati con il lascito giudeo-cristiano, la induce a concedere ampie esenzioni ai musulmani: negli USA è lecito indossare il velo integrale, a differenza che in Francia, ove il modello apertamente secolarista e forse anche per questo meno infido, ha provocato la totale messa al bando dei simboli religiosi – nondimeno, Houllebecq ha paventato una silenziosa ma inesorabile occupazione del Paese da parte delle orde islamiche. Assisteremmo allora a un’altra ondata colonizzatrice, meno ideologica che sociale, economica e politica, anche in ragione della crisi mediorientale e dell’intensificazione dei flussi migratori.
Per tirare le somme: sebbene non vi sia motivo di ritenere che Rawls non fosse animato dall’autentico intento di assicurare alla religione completo riconoscimento nell’ambito delle istituzioni liberaldemocratiche, si deve oggi constatare che il progetto di Political Liberalism non è bastato a preservare la caratteristica alleanza americana tra fede e politica, sulla quale Tocqueville, Marx e l’altro giorno Ferraresi sul Foglio. Ci si può allora domandare se non sia il caso di guardare a Benedetto XVI, che in quella che sarebbe dovuta essere la sua lectio magistralis alla Sapienza nel 2008 – altro fulgido esempio di inclusivismo liberaldemocratico, per il quale però non si può certo biasimare Rawls! – sottolineava, sulla falsariga del discorso di Ratisbona, la ragionevolezza dei principi del cristianesimo: caratteristica che se da un lato veniva ammessa anche da Rawls, sia pure nel quadro della “ragione non pubblica”, dall’altro dimostra come quei principi possano e debbano costituire l’ossatura etica, normativa ma pre-politica, della nostra società. Una possibilità schiusa loro proprio dal fatto che, corrispondendosi armonicamente Dio, la creazione, l’ordine morale e l’interpretazione razionale di questa catena che in quei principi è depositata, tutti gli uomini di buon senso o, diremmo, di “buona volontà”, possono convenire sulla circostanza per cui, in quei principi, si determina una proficua sovrapposizione di “non pubblico” e “pubblico”, tanto che quella che rawlsianamente sarebbe una “dottrina comprensiva” si trasformerebbe nel fondamento del nostro vivere comune. Troveremmo in tal modo l’antidoto alla torva metamorfosi della democrazia liberale, che negli USA, solitamente bendisposti alla sperimentazione e alle novità, è già in fase avanzata, risoluta a soppiantare, ma sarebbe meglio dire “de-costruire”, le vestigia del cristianesimo con l’ultima propaggine ideologica del post-modernismo. Sulle spalle del papa pesa un compito gravoso, alle soglie di una svolta storica e di una guerra culturale che, in quanto totale, tutti coinvolge e nessuno può lasciare indifferente. Neppure chi ci racconta che non esiste.
  
(da "La croce quotidiano")

 

2 commenti :

  1. gli studiosi stark e iannaccone, di cui ho letto la citazione in un libro del grande Introvigne, ci dicono che i movimenti religiosi hanno probabilità di avere successo nella misura in cui mantengono un livello medio di tensione con l'ambiente che li circonda, sono cioe' stretti, ma non troppo stretti. Un gruppo che afferma troppo lo stile di vita della maggioranza non è stretto. Quindi a mio parere pensiamo ad essere noi stessi autenticamente cristiani e la secolarizzazione non prevarrà, in quanto incapace di rispondere ai bisogni autentici dell'uomo. Luca

    RispondiElimina
  2. Gli Usa sono oggi al massimo della ricchezza economica nella loro storia, ma il vento gira. Molto toccante a tal proposito Lc 14,15-24 cioè la parabola degli invitati scortesi.

    RispondiElimina