09 settembre 2015

Il Motu Proprio secondo la massaia-canonista


a cura di Alessio Calò

L'uscita del Motu Proprio "Mitis Iudex Dominus Iesus" ha provocato varie reazioni tra i fedeli, fra le quali preoccupazione e rassegnazione. Per chiarir(ci) le idee abbiamo contattato ed intervistato PG, massaia-canonista che si occupa di consulenza legale matrimoniale in un'importante diocesi del Nord Est.

Potrebbe sintetizzare gli elementi di novità del Motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus?

Ci sono elementi di novità assoluti ed elementi che, per la realtà italiana, rappresentano un ritorno al passato. Mi riferisco all’evidente spinta nella direzione di un recupero da parte dei Vescovi diocesani della potestà di giudicare le cause di nullità matrimoniale che, dal 1940 (con l’emanazione da parte della Congregazione dei Sacramenti delle norme per mandare ad esecuzione il Motu proprio Qua cura del 1938) viene esercitata dai tribunali ecclesiastici regionali. La nuova normativa afferma, così come la precedente (Dignitas connubii 22 § 1), che in ciascuna diocesi il giudice di prima istanza per le cause di nullità del matrimonio… è il Vescovo diocesano (can. 1673 § 1) ma omette la parte in cui si dice che è opportuno che il Vescovo non eserciti tale potestà personalmente. Il motivo di tale avvertenza appariva evidente e improntato a buon senso, dato che non sempre un Vescovo diocesano ha il tempo e la competenza necessari da dedicare a questa attività specialistica.
Qui è interessante fare un passo indietro e vedere le ragioni storiche che indussero Pio XI a creare i Tribunali regionali per l’Italia. Il gran numero di diocesi e la scarsità del clero quasi non permettevano all’epoca di trovare personale competente e quindi di costituire i tribunali locali. Si scelse perciò di ottimizzare le poche risorse esistenti concentrandole in organismi sovradiocesani (Preambolo del Qua cura). Anche oggi il clero non è certo abbondante, i sacerdoti “spesi” nelle facoltà di diritto ancor di meno e questo potrebbe risolversi in un allungamento, piuttosto che in una velocizzazione dei processi qualora l’intera attività giudiziaria di una diocesi dovesse essere demandata a un piccolo team di esperti. Ricordiamo che questi esperti locali, già devono far fronte alle istruttorie per i procedimenti di non consumazione del matrimonio, alle rogatorie richieste da altri tribunali e talvolta sono impiegati anche nell’insegnamento presso i seminari e negli uffici della curia proprio per le loro competenze giuridiche. In ultima analisi, la singola diocesi potrebbe non essere in grado di formare un tribunale e la scelta della soluzione organizzativa migliore per le diverse chiese locali è lasciata ai singoli vescovi.

Tra le novità macroscopiche indubbiamente vi è quella che appariva fra le più probabili dopo il sinodo straordinario, e cioè l’abolizione della doppia sentenza conforme di nullità. Benché il controllo esercitato da un tribunale di appello rappresenti sempre uno stimolo a fare bene e a mantenere viva una certa omogeneità della giurisprudenza, è vero che se i giudici e gli altri operatori sono adeguatamente formati, la qualità può restare di buon livello. Sul piano pratico, questo rappresenta un risparmio di tempo che, a norma di Codice, è nell’ordine di sei mesi.

L’altra grande novità è il processo breve che prevede, ove possibile, una sessione unica da celebrare entro trenta giorni dalla formulazione del dubbio, ossia dal momento in cui viene fissato il motivo o i motivi di nullità per il caso specifico. In questo procedimento sarà il Vescovo stesso, aiutato da un istruttore e un assessore, ad emettere la sentenza. Vi si potrà accedere a determinate condizioni, quando cioè vi sia un sostanziale accordo fra i coniugi e la nullità sia manifesta. Di per sé, non sembra che sia escluso da questo tipo di processo nessuno fra i maggiori e più frequenti motivi di nullità, come si può leggere in filigrana nel testo del Motu proprio (Titolo V art. 14 § 1).

Ritiene che sia giustificato parlare di una specie di “divorzio cattolico”?

Personalmente coltivo qualche dubbio che questa nuova procedura sia facilmente azionabile poiché, fermi restando i motivi di nullità previsti dal Codice che evidentemente non cambiano, fatico a immaginare casi in cui le prove siano così violente da rendere immediatamente evidente la nullità del matrimonio. Se anche ciò avvenisse, resteremmo sempre nell’ambito di una dichiarazione di nullità e non di uno scioglimento. In altre parole, cambia il rito, ma la sostanza resta sempre giudiziale, come ha tenuto a precisare il Santo Padre nel preambolo del Motu proprio. Ciò implica che la nullità non “si fabbrica” ma viene semplicemente accertata attraverso prove legali e nel rispetto di quelle regole – come ad esempio il diritto di difesa – che fanno del processo uno strumento di garanzia per i singoli e la comunità dei fedeli.
Considerato in quest’ottica, il Motu proprio rappresenta una soluzione win-win per coloro che chiedono un adeguamento delle tempistiche alla velocità dei tempi moderni e chi chiede che sia salvaguardata l’importanza del matrimonio sacramentale senza cedere a procedure troppo “pastorali”, creative e spontanee.

Quali sono le cause che hanno portato all’emanazione del Motu proprio?

La revisione era in corso da tempo, una commissione era già stata istituita da Papa Benedetto e una nuova ne è stata creata qualche settimana prima del sinodo straordinario. Inoltre, già nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium il Santo Padre aveva accennato a strutture che possono arrivare a condizionare l’evangelizzazione e tutto lasciava pensare che una riforma fosse imminente. Si pensa che con ciò si sia voluto alleggerire il sinodo venturo da un argomento eccessivamente tecnico e complesso. E, d’altra parte, gli esperti del settore avevano notato che le proposte avanzate dal sinodo straordinario in tema di processo lasciavano trasparire una evidente impreparazione dei vescovi in materia di diritto canonico.

Quali sono stati invece gli obiettivi?

Nel leggere il Motu proprio salta agli occhi l’intenzione di snellire e velocizzare anche attraverso dei veri e propri cambiamenti di prospettiva. Purtroppo, anche il testo stesso del Motu proprio sembra essere stato scritto con una certa velocità e nel momento applicativo si potrebbero riscontrare aree della procedura che rimangono scoperte dalla norma.
Certamente, il desiderio di venire incontro a tante situazioni irregolari e difficili merita almeno il tentativo di affrontare i cambiamenti. Non sono però certa che tutto questo si tradurrà automaticamente in una maggiore efficienza: come ho già detto, con pochi esperti locali a disposizione, i tempi potrebbero addirittura allungarsi e anche le risorse economiche, che fino ad oggi rappresentavano un onere condiviso fra conferenze episcopali regionali e CEI, potrebbero finire per ricadere interamente sul bilancio della singola diocesi. Insomma, difficile far meglio con minori risorse umane e materiali di prima.

Vi sono secondo Lei altri punti critici?

Anche il servizio di consulenza verrà affidato a “persone ritenute idonee dotate di competenze anche se non esclusivamente giuridico-canoniche”, mentre nel sistema attualmente ancora operante le consulenze sono fornite gratuitamente da un avvocato designato dalla conferenza episcopale regionale. Insomma, il costo non cambia ma la qualità forse sì.

Un passaggio che personalmente mi ha molto colpito riguarda la verbalizzazione delle deposizioni, che dovrà avvenire “sommariamente e soltanto in ciò che si riferisce alla sostanza del matrimonio controverso”. Fino ad oggi, i processi di nullità sono stati molto accurati e tesi ad una abbondante raccolta di prove orali. In questo modo, attraverso l’intreccio dei tasselli emergenti dagli atti, il giudice era messo nella migliore condizione per raggiungere la certezza morale richiesta. Ovviamente, come in tutte le cose della vita quotidiana, minori sono le informazioni a disposizione, minore sarà la possibilità di avvicinarsi alla verità materiale e, nel dubbio, il giudice sarà tenuto a decidere per la validità del matrimonio.

Torniamo infine al cuore del problema: perché oggi il matrimonio è in crisi?

Alle persone che mi chiedono consulenza faccio sempre una domanda su come è stato il corso per fidanzati. Ebbene, nella stragrande maggioranza dei casi, questa possibilità di confronto e verifica è vissuta dai nubendi come un obbligo noioso da assolvere affinché il parroco non faccia storie. Eppure sono corsi gratuiti e spesso ben organizzati. Sembra che per le nuove generazioni non ci sia tanto un problema di preparazione al matrimonio, quanto di preparazione alla vita e alle relazioni. Inoltre, in una società in cui tutto si può cambiare e ha vita breve, le scelte definitive si contano sulle dita di una mano e spesso il mutuo per la casa è avvertito come più vincolante e impegnativo rispetto alla scelta stessa del partner. Come nel mondo del lavoro, anche le tappe della vita vengono affrontate “a progetto” e in questo modo si toglie senso alle scelte: laurea, lavoro, casa, arredamento, partner, matrimonio, figli si trasformano in obiettivi da raggiungere perché è così, ma poi, una volta conseguiti, non si sa bene che farsene. Un vecchio proverbio afferma che si può vivere senza sapere perché, ma non senza sapere per chi. E oggi si constata che le persone sanno vivere solo per se stesse.
Tutto questo si traduce in una fragilità di fondo delle persone che a sua volta si riflette nei motivi che portano alla nullità dei matrimoni: l’immaturità e il disagio psicologico si attestano intorno al 50%, il rifiuto del matrimonio come scelta definitiva intorno al 20%, così come nello stesso ordine di grandezza sta il proposito di non assumersi la responsabilità di avere figli.


 

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