08 settembre 2015

Le tesi (debolissime) a favore dell’utero in affitto


di Giuliano Guzzo

Saranno le difficoltà impreviste che sta incontrando l’approvazione del disegno di legge Cirinnà, sarà il conseguente nervosismo, oppure sarà la voglia di progresso; sta di fatto che più di qualcuno tenta ormai di avventurarsi nell’impensabile: giustificare la pratica dell’utero in affitto. La signora Adele Parillo, per esempio, ci prova con un intervento sul sito del Fatto Quotidiano (Maternità surrogata: dubbi etici e nuovi diritti, 7.09.2015), alla cui rilettura si rimanda chiunque desideri leggerlo per intero. Interessano, qui, gli argomenti che la signora ha sottoposto all’attenzione dei suoi lettori. Argomenti che possiamo isolare in due passaggi dell’articolo. Il primo:
«I contrari alla surrogazione vedono questa opportunità come uno sfruttamento del corpo della donna, unica vittima. Tuttavia, anche la coppia committente può essere sfruttata e umiliata dal punto di vista economico ed affettivo quando la madre cambia idea e si tiene il bambino».
L’osservazione sarà senza dubbio condivisa da molti e mediaticamente sfruttata, a ben vedere, lo è già (per maggiori informazioni rivolgersi al Corriere della Sera, i cui redattori sono fenomenali nel dipingere la coppia committente come «sfruttata e umiliata»: un magistrale esempio è il pezzo del 20 luglio scorso “La battaglia di Gordon e Manuel per riavere la figlia: coppia gay bloccata in Thailandia dalla madre surrogata”). Per quanto sia appoggiata, tuttavia la considerazione dello sfruttamento della coppia acquirente un bambino è semplicemente ridicola se comparata con la lesione dei diritti della donna e, soprattutto, con quella di quelli del figlio oggetto di compravendita.
«Dal punto di vista etico, che obiezioni ci sono alla maternità surrogata se è una libera scelta? Perché va bene un bambino lasciato a balia per la maggior parte della sua infanzia e non va bene un feto ospitato per nove mesi nell’utero di una madre a surrogazione gestazionale?».
E se la “maternità surrogata” è libera? Lo fosse davvero – in alcuni, rari casi può pure esserlo: quasi mai però, se no non si spiegherebbe perché non vi siano donne del jet set fra quante affittano il proprio utero – la pratica rimarrebbe comunque iniqua per il diritto del minore a non divenire, neppure per un istante, merce. E neppure il paragone fra l’essere «lasciato a balia» e l’utero in affitto regge: primo perché la nutrice – figura non più popolarissima da decenni – non è soggetta a sfruttamento, tanto meno a sfruttamento simile a quello della donna indiana o thailandese costretta a mercificare il proprio ventre per quattro soldi; secondo perché la balia non è madre ma, appunto, balia; terzo perché il figlio allattato o accudito dalla babysitter è in custodia, non certo oggetto di mercanteggiamenti vari.
Tutti qui, dunque, i solidissimi argomenti che dovrebbero convincerci, un domani, a tollerare l’utero a noleggio? A quanto pare. Namo bene, namo proprio bene, chioserebbe la Sora Lella.

 

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