20 ottobre 2015

Alcune considerazioni sull'intervista a Padre Cavalcoli

C’è qualcosa che non funziona. E’ questa la sensazione che ha colto molti lo scorso 16 ottobre nel leggere l’intervista rilasciata da padre Cavalcoli ad Andrea Tornielli. Sì, perché la tesi dell’illustre teologo, secondo cui la Comunione ai divorziati risposati sia materia di mera disciplina dei sacramenti  e non di un’esigenza profondamente radicata teologicamente sull’indissolubilità e l’unità (unitas nel senso di “uno con una”) del matrimonio e il conseguente stato di peccato dei risposati, contrasta con quanto si è soliti argomentare riguardo a questo problema.
Vediamo cosa afferma il Direttorio di Pastorale Familiare.
Innanzitutto, si legge che affinché “l'azione pastorale della Chiesa di fronte alle situazioni matrimoniali irregolari e difficili possa essere vissuta inscindibilmente nella carità e nella verità, occorre innanzitutto chiarezza e fermezza nel riproporre i contenuti e i principi intangibili del messaggio cristiano”. Ciò significa che le disposizioni date in materia dalla Chiesa poggiano su un qualcosa di sostanziale e intangibile e non su una legge meramente ecclesiastica che è per sua natura dettata da ragioni di opportunità ma può variare nel tempo e a seconda del luogo.
Prosegue il testo sostenendo conseguentemente che “consapevole che l'indissolubilità del matrimonio non è un bene di cui possa disporre a suo piacimento, ma è un dono e una grazia che essa ha ricevuto dall'alto per custodirlo e amministrarlo, la Chiesa, oggi come ieri, deve riaffermare con forza che non è lecito all'uomo dividere ciò che Dio ha unito (cf Mt 19, 6). Di conseguenza, essa non deve stancarsi di insegnare che una situazione matrimoniale che non rispetti o rinneghi questo valore costituisce un grave disordine morale”. In altre parole, se qualcuno violasse il patto di fedeltà indissolubile assunto con il matrimonio, verserebbe in uno stato di peccato. Ed è per questo motivo che “la Chiesa deve anche ricordare che quanti vivono in una situazione matrimoniale irregolare, pur continuando ad appartenere alla Chiesa, non sono in “piena” comunione con essa. Non lo sono perché la loro condizione di vita è in contraddizione con il Vangelo di Gesù, che propone ed esige dai cristiani un matrimonio celebrato nel Signore, indissolubile e fedele”. Come si può ben comprendere, siamo molto lontani da banali questioni di semplice disciplina dei sacramenti. Se non ne fossimo ancora convinti, basterebbe leggere il paragrafo successivo dove, con parole aperte e chiare, si afferma che non per cattiveria clericale ma per ragioni “oggettive” la Comunione non può essere concessa a chi vive una situazione irregolare. “Di conseguenza - non per indebita imposizione dell'autorità ecclesiale, ma per il “limite” oggettivo e reale della loro appartenenza ecclesiale -, in forza della carità vissuta nella verità, la Chiesa, «custode e amministratrice fedele dei segni e mezzi di grazia che Gesù Cristo le ha affidato» , non può ammettere alla riconciliazione sacramentale e alla comunione eucaristica quanti continuassero a permanere in una situazione esistenziale in contraddizione con la fede annunciata e celebrata nei sacramenti”.
La tesi di padre Cavalcoli è dunque un modo intellettualmente onesto di promuovere il dibattito su una questione spinosa o un sofisma? La risposta al lettore. Di certo possiamo dire solo che al venerabile teologo è sfuggito un importante testo della Chiesa.
L’aspetto più penoso di questa vicenda, tuttavia, non è lo sconcerto dei fedeli che hanno letto l’intervista di Tornielli, ma quei cristiani che le disposizioni del Direttorio di Pastorale Familiare avevano ben presenti e che si sono astenuti dal vivere pienamente la seconda unione una volta compreso di trovarsi in uno stato di irregolarità e di peccato. Se al Sinodo dovesse passare la tesi di padre Cavalcoli, costoro dovranno concludere che il grave sacrificio loro richiesto non era dettato da una Legge divina ma da una semplice legge ecclesiastica, che oggi è così e domani è colà.
 

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