05 ottobre 2015

Cattolici tradizionalisti: reazionari o conservatori?


di Alessandro Rico
Gòmez Dàvila diceva che non possiamo più essere conservatori perché non c’è più nulla da conservare. Discendeva da ciò l’unica formula politica che riscattasse l’uomo dai mali della modernità: diventare reazionari. Ma che cos’è il conservatorismo? Michael Oakeshott, capofila di una versione “gnoseologica” di questa filosofia, basata su una coerente teoria dei limiti della ragione umana, dava del conservatorismo una definizione disposizionale: «[…] preferire il familiare all’ignoto, il già testato al non ancora sperimentato, i fatti al mistero, il reale al possibile, il limitato all’illimitato, il vicino al distante, il sufficiente al sovrabbondante, l’accettabile al perfetto, il riso di oggi a un’utopica beatitudine». Ancor prima che un sistema di valori, insomma, il conservatorismo è un atteggiamento, che informa il carattere e poi le convinzioni politiche: è, se vogliamo, una forma di sano realismo cristiano. Russell Kirk, nel famoso saggio The Conservative Mind (1953), individuò sei principi conservatori, da intendersi in modo flessibile perché il conservatorismo non è, non può essere un’ideologia: fede in un ordine trascendente, rispetto per la varietà e il mistero delle tradizioni, persuasione che una società sana debba ammettere gerarchie, riconoscimento del legame tra libertà e proprietà, affidamento alle prescrizioni dell’autorità piuttosto che alle astrazioni speculative, distinzione tra cambiamento organico e riforma. Ma cosa accade se l’ossequio nei confronti del passato, delle tradizioni, persino del pregiudizio, il pregiudizio cui Burke dedicò una memorabile apologia nelle sue Reflections On the Revolution in France (1790), si è irrimediabilmente incrinato? Se quella che Chesterton definiva la «democrazia dei morti» è stata soppiantata da un pragmatismo materialistico, presentista o progressista, che fa strage di una civiltà nel nome di «ideologie alla moda», per dirla con Lucio Battisti?

La «reazione» rappresenta il movimento uguale e contrario alle spinte laceranti che hanno sgretolato quell’antico patrimonio che il conservatorismo poteva proporsi di preservare. L’apparentemente irrimediabile sconfitta cui quest’ultimo è fatalmente esposto, ne testimonia forse una costitutiva debolezza, che Friedrich von Hayek, figura di confine tra liberali e conservatori, denunciava nell’emblematica postilla a The Constitution of Liberty (1961), il saggetto con il quale giurava di non essere un conservative: prodigarsi nel disperato tentativo di arrestare la fiumana del progresso, accumulando gli smacchi dei riformatori che si mettono dalla parte della corrente, dove soffia il vento della storia. Il reazionario incarna in tal senso il polo opposto allo storicismo: non resistere invano al motore degli eventi, ma opporvi una potenza contraria. De Maistre, quel geniale pensatore savoiardo dalla penna ardente e caustica, cui è intitolato anche il nostro sito, soleva ripetere che la controrivoluzione sarebbe stata «non una rivoluzione al contrario, ma il contrario della rivoluzione». E questo è un sagace ammonimento a quelli che confondono il pensiero reazionario con un radicalismo invertito di segno, però dotato degli stessi metodi. La reazione è Bonald, è Donoso Cortès, non qualche grottesca forma di “fascio-comunismo”.

Certo, c’è da distinguere, come sopra accennato, tra cambiamento e riforma. È in questo che soprattutto differiscono conservatori e reazionari. I primi, nonostante una visione sostanzialmente pessimistica della natura umana, segnata dal peccato originale ma anche capace, come voleva il dogma tridentino, di compiere naturalmente del bene, ritengono di dover accompagnare la società e le istituzioni nella loro evoluzione spontanea – e qui sta pure il legame con il liberalismo spontaneistico – che è cosa ben diversa dalla sovversione dell’ordine perpetrata dai rivoluzionari. I secondi, invece, individuano in un certo ordine tradizionale la condizione definitiva della società e sono pertanto pronti anche a «restaurare», ignorando qualsiasi accusa di anacronismo.

Dove si dovrebbero collocare i cattolici tradizionalisti, in questa difficile epoca di feroci attacchi al cristianesimo, ma in generale alla religione in se stessa, nella sua ragion d’essere e nei suoi presupposti? Innanzitutto, non si può dribblare la questione dell’atteggiamento da mantenere nei confronti della modernità. Non si può banalmente tornare al pre-moderno, riportare la storia a un’altra era, quasi che i secoli non fossero mai trascorsi. In Little Gidding, il poeta angloamericano Thomas Stearns Eliot declama: «Non possiamo ravvivare vecchie fazioni / non possiamo restaurare vecchie politiche / o seguire un tamburo arcaico. Questi uomini / e quanti a essi si opposero e quelli / a cui loro si opposero accettano / la legge del silenzio / e sono rinchiusi in un solo partito». La sola reazione che ripristina quel patrimonio che vale la pena conservare si nutre di nostalgia, ma è protratta al futuro, attenta a scorgere i segni della Provvidenza negli eventi che sembrano precipitare. Nella famosa «profezia» giovanile, Ratzinger si figurava un’epoca in cui la Chiesa sarebbe stata ridotta a poche comunità di fedeli politicamente ininfluenti; ma quell’apparente disastro la riportava alla sua situazione originaria, la ferma e coerente testimonianza di quei pochi ne rinvigoriva le energie, trasmettendole nuova linfa per una più duratura rifioritura. Sempre Maistre ammoniva che la rivoluzione davvero «cammina sulle sue gambe», poiché persino quando credono di compiere il più decisivo atto di ribellione, gli uomini non si rendono conto che la Provvidenza sta già traendo il bene dalla loro malvagità. Non si tratta di negare la libertà umana, ma di spiegare il sincero ottimismo (la virtù teologale della speranza) che riposa al fondo della filosofia cristiana della storia. Quella visione che spingeva Agostino a redigere il De Civitate Dei, al tempo in cui confutare il pessimismo irredimibile legato al crollo dell’Impero Romano d’Occidente, significava sollevare lo sguardo alla enigmatica trama di Dio nella storia, confusa dal miscuglio permanente tra Babilonia e Gerusalemme. La mistica Giuliana di Norwich, citata dal solito Eliot, acutamente ribadiva: «Tutto sarà bene e ogni genere di cosa sarà bene». Peccato e caduta possono prostrarci o convincerci a rimetterci in cammino – e Dio sa usare persino i nostri limiti per schiuderci inattesi orizzonti. Sono i segni del ritorno a Dio che cerchiamo, lenendo nei sacramenti somministrati dalla Chiesa i dolori temporali e ricordando che è Cristo ad averci salvato una volta per tutte; noi dobbiamo solo temporeggiare.

«Maneggia l’acciaio il chirurgo ferito / che indaga la parte malata; / sotto la mano insanguinata sentiamo / l’arte pietosa e tagliente di chi guarisce / e scioglie l’enigma del diagramma della febbre. / La malattia è la nostra sola salute / se obbediamo all’infermiera morente / la cui cura costante non è di piacere / ma di ricordarci la nostra maledizione e quella di Adamo, / e che la nostra malattia, per guarire, deve peggiorare» (T. S. Eliot, East Cocker, 1940). 
 

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