02 ottobre 2015

I russi in Siria ed il “cul-de-sac” dell'amministrazione Obama



di Fabio Petrucci

Nella giornata di martedì, a seguito della richiesta pervenuta dalle autorità di Damasco e del voto favorevole del Senato di Mosca, la Russia è ufficialmente scesa in campo nello scenario militare siriano. L'iniziativa del Cremlino è giunta a poche ore di distanza dall'intervento di Vladimir Putin all'Assemblea Generale dell'ONU e dal poco fruttuoso faccia a faccia con l'omologo statunitense Barack Obama. La discesa in campo di Mosca al fianco del governo siriano sembra poter determinare sostanziali cambiamenti nelle vicende belliche e politiche che coinvolgono la Siria e l'intero Medio Oriente. Essa è inoltre l'inequivocabile segnale di conferma di un cambiamento nel quadro geopolitico mondiale: il ritorno della Russia al rango di grande potenza dopo il declino seguito al crollo dell'Unione Sovietica. Un risultato certamente frutto delle abilità diplomatiche dimostrate da Vladimir Putin e Sergej Lavrov nel corso degli anni, ma anche degli errori e del basso livello dei loro “antagonisti” internazionali.

Dal mondo occidentale, in particolare dagli Stati Uniti, si sono alzate quasi immediatamente dure accuse al Cremlino: in primis quelle di aver posto in atto un'aggressione e di aver colpito i cosiddetti “ribelli” anziché l'ISIS. A queste accuse si è poi aggiunta quella di aver provocato vittime civili nel corso dei raid. Ma proviamo ad entrare nel dettaglio.

La prima accusa, esplicitata dal segretario alla difesa USA Ash Carter, risulta spiccatamente paradossale poiché l'intervento militare russo è stato richiesto dal legittimo governo di Damasco, quello cioè che ancora oggi rappresenta la Siria all'ONU: si tratta quindi di un intervento concordato tra Stati sovrani su basi bilaterali. Viceversa, la cosiddetta “coalizione” a guida USA bombarda il territorio siriano da oltre un anno fuori da qualsiasi mandato ONU e senza alcuna richiesta da parte delle autorità siriane. Quindi, in punta di logica e di diritto internazionale, la posizione dei russi appare molto più solida e fondata di quella americana. A dimostrazione della legittimità dell'azione del Cremlino si potrebbe ricordare, per fare un esempio recente, quanto accaduto in Mali a partire dal gennaio 2013, quando il legittimo governo dello Stato africano richiese l'intervento francese per fronteggiare il separatismo jihadista affiliato ad “al-Qāʿida”. In quell'occasione l'azione francese trovò anche legittimazione in sede ONU. Inoltre, l'accusa di aggressione formulata da Carter appare ancora più paradossale se si considera che da ormai quattro anni gli Stati Uniti finanziano ed addestrano l'opposizione armata al governo di Damasco, ormai confluita in gran parte nella galassia del jihadismo.

E giungiamo così alla seconda accusa, quella secondo cui i raid russi avrebbero colpito i “ribelli” piuttosto che obiettivi dell'ISIS. Per comprendere quanto accaduto è necessario aver chiaro lo scopo primario della discesa in campo di Mosca, la cui azione è diretta contro tutti i gruppi terroristici di ispirazione jihadista attivi in Siria, non solo il “Califfato”. Tra questi gruppi il più forte e radicale è rappresentato da “Jabhat al-Nusra”, formazione d'ispirazione qaidista, sostanzialmente ritenuta dagli USA un'alleata sia contro il governo laico di Damasco che contro l'ISIS. Altro gruppo di chiara impostazione estremista è il “Fronte Islamico”. In questo momento questi due movimenti sono tra i più forti nel campo dell'opposizione anti-Assad, e quindi funzionali al principale obiettivo statunitense in Siria. È paradossale che formazioni chiaramente legate alla famigerata “al-Qāʿida”, la stessa dell'attentato alle Torri Gemelle, vengano ora considerate alleate dallo stesso paese, gli Stati Uniti, che ha giustificato guerre come quelle in Afghanistan ed Iraq sulla base della lotta al terrorismo di matrice qaidista. È altresì segno di grande ipocrisia la circostanza per cui “al-Qāʿida” in Mali è stata combattuta dagli alleati francesi degli USA, mentre “al-Qāʿida” in Siria non dovrebbe subire gli attacchi dell'aviazione russa. Sarebbe interessante comprendere le sostanziali differenze tra l'ISIS ed organizzazioni come “Jabhat al-Nusra” ed il “Fronte Islamico”. Del resto, come sottolineato da Putin all'ONU ed ammesso anche dall'amministrazione americana, non è raro che gruppi di cosiddetti “ribelli”, addestrati dal Pentagono, abbiano poi defezionato unendosi all'ISIS e portando in dote al “Califfato” armi sofisticate fornite dalla Casa Bianca. Inoltre giova ricordare che per la Russia l'impegno contro tali formazioni ha anche una valenza interna, poiché tra i miliziani di “Jabhat al-Nusra” non mancano esponenti del cosiddetto “Emirato del Caucaso”. Addirittura un'altra formazione terroristica attiva in Siria, affiliata prima all'ISIS ed ora a “Jabhat al-Nusra”, la “Brigata Muhajireen”, è guidata proprio da miliziani caucasici. Quanto detto non significa che tutti i gruppi di opposizione ad Assad siano nel mirino dei russi. Come ricordato dal ministro Lavrov appena ieri, il cosiddetto “Esercito Libero Siriano” è considerato da Mosca come un interlocutore necessario per gli assetti futuri del paese, sebbene sia ancora da capire quali siano l'effettiva consistenza di tale organizzazione ed i suoi rapporti con gli estremisti.

I primi raid dell'aviazione russa hanno interessato le province di Hama, Homs e Latakia, in cui la presenza dei cosiddetti “ribelli” è più massiccia di quella dell'ISIS (comunque presente da alcuni mesi). Il fatto che l'aviazione russa abbia iniziato da queste regioni non deve stupire, poiché si trovano non lontano dai centri nevralgici da cui viene coordinata l'azione russa in Siria: le basi militari di Tartus e Latakia. Difendere le due basi da possibili attacchi dei jihadisti è il primo passo per poter avviare un'offensiva più ampia. C'è inoltre la necessità di evitare che l'ISIS, presente nella regione di Homs, ottenga il controllo dell'autostrada che collega Damasco alle roccaforti costiere e settentrionali.

Contestualmente all'inizio delle operazioni dell'aviazione russa hanno cominciato a circolare notizie relative a presunte vittime civili (anche bambini). Tali resoconti sono stati diffusi dal discusso “Osservatorio siriano per i diritti umani” con sede a Londra e dall’ONG dei “White Helmets”, finanziata da George Soros. In realtà, le zone colpite dai raid sono state quasi completamente abbandonate dai civili già da alcuni mesi e si ritrovano ad essere terreno delle scorribande dei jihadisti. Ben presto è giunta la smentita di Mosca alle accuse occidentali, mentre sui social network sono circolate le prime evidenze dell'utilizzo di foto relative ad eventi del passato adoperate per avvalorare la tesi delle vittime civili. Si tratta dell'ennesima prova dell'uso propagandistico dei media, ormai ridotti a strumento di guerra diplomatica e psicologica. Prova di ciò è data dal fatto che sui giornali ed in TV non fanno notizia i bombardamenti della “coalizione” a guida USA, che vanno avanti da oltre un anno e paiono non aver sortito alcun esito determinante nell'arresto dell'avanzata del “Califfato”. Quasi nel silenzio dei media è passata la morte di dodici presunti “bambini soldato” nel corso di un attacco francese compiuto pochi giorni fa, così come non fanno notizia le centinaia di morti in Yemen a causa dei bombardamenti compiuti dall'Arabia Saudita, paese tra i maggiori finanziatori delle forze anti-Assad ed inglobato nella medesima coalizione a guida USA che dovrebbe combattere l'ISIS.

Quel che viene in evidenza in questi giorni è la totale illogicità della strategia statunitense. L'amministrazione Obama, estremamente carente in realismo ed incapace di ammettere le proprie responsabilità per il disastro in atto in Siria, pare ormai chiusa in un "cul-de-sac" da cui uscire non sarà né indolore né facile. Ed in fondo non è poi così avventato il curioso paragone di Vladimir Putin all'ONU, secondo cui la strategia statunitense sembra caratterizzata da errori molto simili a quelli commessi nel secolo scorso dalla defunta Unione Sovietica. Inutile ricordare che quest'ultima finì per implodere, dando vita ad uno sconvolgimento geopolitico di immani dimensioni.

 

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