23 ottobre 2015

"La soppressione dei monstra", ovvero l'aborto nei manuali universitari

di Elia Buizza

Si discute se anche gli esseri mostruosi nati da donna possano essere soggetti passivi del delitto in esame (l’aborto). La questione, dal punto di vista astratto, è interessante e delicata, perché a favore della soppressione dei monstra militano ragioni di umana pietà e convenienza sociale. Di fronte al nostro diritto positivo, però, non è dubbio che la detta soppressione deve ritenersi vietata, a meno che l’essere sia così abnorme da non potersi qualificare “uomo”. Probabilmente l’attuale rigore, che deriva da concezioni etico-religiose molto radicate nella coscienza del popolo, è destinato col tempo, ad attenuarsi”. 

Potrebbe essere l’estratto di un documento relativo all’Aktion T4, il noto programma di eugenetica nazista; si parla di esseri mostruosi, soppressi in nome di “umana pietà” e “convenienza sociale”. Un mostro non conviene, un mostro non ha diritti nel Nuovo Mondo, nel mondo dei diritti per tutti. Sì, per tutti; tranne per i “monstra”, chiaramente ritenuti dall’autore “non umani”. Concetto inquietantemente vicino all’ “Untermensch” (“subumano”), termine introdotto dal regime nazionalsocialista per operare il discrimine tra chi veniva considerato degno di vivere e chi no, chi veniva considerato essere umano e chi no.
É chiaro, soprattutto alla luce della storia, come un discorso di questo tipo porti inevitabilmente a conseguenze atroci, provocando morte, terrore, sofferenza, proprio come 80 anni fa, un genocidio. É una storia già vista.
Ma per noi, pavida generazione del terzo millennio, che di guerre e morti ha solo sentito parlare, tutto questo appare così lontano, inconcepibile, inverosimile. Noi siamo la civiltà, siamo la reazione alle ideologie del XX secolo, siamo il popolo della pace, l’Italia della resistenza, il Paese del progresso, la nazione dei diritti, madre della giurisprudenza. Già, la giurisprudenza; quella disciplina indispensabile che consente ai consociati di vivere in pace, quella scienza che consente alla democrazia di stare in piedi, che ha il compito di garantire i diritti fondamentali di ogni cittadino, quella giurisprudenza ancorata saldamente alla Costituzione che, all’art.2, “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”, tra cui va annoverato senza dubbio il diritto alla vita.
Eppure, il discorso inizialmente citato è un estratto del testo “Manuale di diritto penale – Parte speciale I” (di Francesco Antolisei, pag.45, Giuffrè editore, 2008), uno dei volumi più diffusi per lo studio approfondito del diritto penale.
Ma questo diritto penale, non dovrebbe essere funzionalmente diretto, da un lato, alla difesa di coloro che subiscono soprusi e, dall’altro, alla rieducazione del reo, attraverso la tutela dei “diritti inviolabili dell’uomo” e la repressione dei comportamenti che li comprimono o minacciano di farlo? La risposta, in un Paese autenticamente “civile”, non potrebbe che essere affermativa. Eppure tale risposta subisce una deroga qualora l’essere non possa essere considerato uomo, ma debba considerarsi “mostro”. Ma chi può legittimamente definire questa linea di confine, decretando arbitrariamente quando una vita valga la pena di essere vissuta? L’ultimo uomo che si attribuì il potere di operare il discrimine tra esseri umani e “Untermensch” ha provocato morte, dolore ed ingiustizie che, a distanza di decenni, vengono ancora ricordati.
Oggi il principio è lo stesso: ad un Adolf Hitler si sono sostituiti migliaia di “medici” omicidi, i campi di concentramento sono stati sostituiti dalle cliniche abortiste, gli ebrei sono stati sostituiti dai feti malformati e dagli altri milioni di bambini che, pur essendo sani, vengono soppressi perché indesiderati, la Luger P08 usata dagli ufficiali tedeschi dagli strumenti utilizzati dai medici abortisti.
Mentre chi ha contrastato i totalitarismi passati ha ottenuto gloria ed onorificenze (pur macchiandosi spesso degli stessi crimini contro cui combatterono), la storia cambia e domani non ci saranno medaglie d’onore ad aspettarci: si profila la soppressione dell’obiezione di coscienza, il licenziamento dei medici antiabortisti e delle farmaciste che non vendono RU-486, gli sputi e gli insulti sui cortei che hanno il coraggio di denunciare uno Stato complice di questo genocidio.
In un mondo civile che abbia autenticamente a cuore la difesa dei più deboli, chi è degno di tutela: chi teorizza e legittima la soppressione o chi viene soppresso? Tra i due, io ritengo non vi siano dubbi su chi sia realmente qualificabile come “mostro”. La presenza di queste contraddizioni all’interno della giurisprudenza attuale, è l’ennesima riprova di un dato indiscutibile: tra il termine “legge” ed il termine “giustizia” non sussiste sinonimia.
 

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