03 novembre 2015

Analisi ragionata della Relatio Finalis (4^ parte e conclusioni)

Per chi si fosse perso le altre
1^parte

All'83 quattro righe, ma meglio di nulla ..." La testimonianza di coloro che anche in condizioni difficili non intraprendono una nuova unione, rimanendo fedeli al vincolo sacramentale, merita l’apprezzamento e il sostegno da parte della Chiesa. Essa vuole mostrare loro il volto di un Dio fedele al suo amore e sempre capace di ridonare forza e speranza. Le persone separate o divorziate ma non risposate, che spesso sono testimoni della fedeltà matrimoniale, vanno incoraggiate a trovare nell’Eucaristia il cibo che le sostenga nel loro stato".
84. "I battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni occasione di scandalo [per chi? per loro o per gli altri? ndr]. La logica dell’integrazione è la chiave del loro accompagnamento pastorale, perché non soltanto sappiano che appartengono al Corpo di Cristo che è la Chiesa, ma ne possano avere una gioiosa e feconda esperienza. Sono battezzati, sono fratelli e sorelle, lo Spirito Santo riversa in loro doni e carismi per il bene di tutti. La loro partecipazione può esprimersi in diversi servizi ecclesiali: occorre perciò discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate. Essi non solo non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa, sentendola come una madre che li accoglie sempre, si prende cura di loro con affetto e li incoraggia nel cammino della vita e del Vangelo. Quest’integrazione è necessaria pure per la cura e l’educazione cristiana dei loro figli, che debbono essere considerati i più importanti. Per la comunità cristiana, prendersi cura di queste persone non è un indebolimento della propria fede e della testimonianza circa l’indissolubilità matrimoniale: anzi, la Chiesa esprime proprio in questa cura la sua carità".
Si parla di dovere di integrazione nelle comunità cristiane: ma per esempio come diventa difficile ipotizzare un Rocco Siffredi che insegna teologia morale altrettanto lo diventa un divorziato risposato che, nel catechismo (ambito educativo) deve insegnare materie che lui stesso ha deciso di non seguire, o stare nel presbiterio (ambito liturgico) o tenere corsi di formazione (ambito pastorale) o rappresentativi (ambito istituzionale).
Non si parla esplicitamente di ambito sacramentale ma non è detto che la questione non si possa inserire in uno dei quattro ambiti rilevati. Che la grazia possa servirsi anche di loro è cosa certa, che non vadano abbandonati è altra cosa certa e men che mai i loro figli come è certo però che la loro è una situazione gravemente disordinata. E fa pensare quell'espressione di farli sembrare "membra vive" poiché chi vive in stato di peccato mortale è considerato "membro morto" ( Coloro che, pur non vivendo in grazia di Dio, sono legati alla vera Chiesa di Cristo con tutti gli altri vincoli, appartengono alla Chiesa di Cristo visibile come membra morte) e che cioè rappresenti un tentativo di capovolgere questa acquisizione teologica distruggendo così simultaneamente il concetto di necessità di essere in grazia di Dio per ricevere l'eucaristia e quello stesso di peccato mortale.
Ma ovviamente non siamo certi che questo sia l'obiettivo reale. Su questo punto si sono opposti 72 padri.


QUESTO E' IL VERO REBUS DEL SINODO

85. San Giovanni Paolo II ha offerto un criterio complessivo, che rimane la base per la valutazione di queste situazioni: «Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido» (FC, 84).
È quindi compito dei presbiteri accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo l’insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del Vescovo. In questo processo sarà utile fare un esame di coscienza, tramite momenti di riflessione e di pentimento. I divorziati risposati dovrebbero chiedersi come si sono comportati verso i loro figli quando l’unione coniugale è entrata in crisi; se ci sono stati tentativi di riconciliazione; come è la situazione del partner abbandonato; quali conseguenze ha la nuova relazione sul resto della famiglia e la comunità dei fedeli; quale esempio essa offre ai giovani che si devono preparare al matrimonio. Una sincera riflessione può rafforzare la fiducia nella misericordia di Dio che non viene negata a nessuno.
Inoltre, non si può negare che in alcune circostanze «l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate» (CCC, 1735) a causa di diversi condizionamenti. Di conseguenza, il giudizio su una situazione oggettiva non deve portare ad un giudizio sulla «imputabilità soggettiva» (Pontificio Consiglio per i testi legislativi, Dichiarazione del 24 giugno 2000, 2a). In determinate circostanze le persone trovano grandi difficoltà ad agire in modo diverso. Perciò, pur sostenendo una norma generale, è necessario riconoscere che la responsabilità rispetto a determinate azioni o decisioni non è la medesima in tutti i casi. Il discernimento pastorale, pure tenendo conto della coscienza rettamente formata delle persone, deve farsi carico di queste situazioni. Anche le conseguenze degli atti compiuti non sono necessariamente le stesse in tutti i casi".
Il senso e lo spirito della citazione della Familiaris Consortio è problematicissimo. Di quale discernimento, affidato ai pastori, si parla? Il coniuge abbandonato ha comunque il dovere di restare fedele al matrimonio: non c'è da discernere niente.
La percezione soggettiva della validità del matrimonio è contraddetta dal Codice di diritto canonico che reputa valido un matrimonio fin quando non è dalla Sacra Rota dichiarato nullo. Ancora una volta: di quale discernimento di parla e per fare che cosa?
Quanto all'esame di coscienza, come ho scritto ieri su una pagina privata se il coniuge se lo facesse realmente o tornerebbe col coniuge abbandonato o smetterebbe di chiedere i sacramenti. 

IL PUNTO 86 invece rimette in questione tutto perché fa appello alla non-gradualità della legge e alle esigenze di verità e carità (mica saranno da intendersi in modo contrapposto?) del Vangelo rispetto al discernimento che il sacerdote deve suscitare nel fedele. Anche qui, come interpretarlo? 86. Il percorso di accompagnamento e discernimento orienta questi fedeli alla presa di coscienza della loro situazione davanti a Dio. Il colloquio col sacerdote, in foro interno, concorre alla formazione di un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere. Dato che nella stessa legge non c’è gradualità (cf. FC, 34), questo discernimento non potrà mai prescindere dalle esigenze di verità e di carità del Vangelo proposte dalla Chiesa. Perché questo avvenga, vanno garantite le necessarie condizioni di umiltà, riservatezza, amore alla Chiesa e al suo insegnamento, nella ricerca sincera della volontà di Dio e nel desiderio di giungere ad una risposta più perfetta ad essa. 

Al p. 91 fa capolino un concetto, forse poco determinato, ma importante. Citando Paolo VI si ammette che questa tragedia sulla famiglia ha origine dalla «rottura tra Vangelo e cultura [che] è senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu anche di altre. Occorre quindi fare tutti gli sforzi in vista di una generosa evangelizzazione della cultura, più esattamente delle culture» (EN, 20). Certamente lo è più di altre epoche. Però, diciamolo piano piano e bassa voce. 

Al terzultimo paragrafo si rimanda di nuovo ai "diritti dell'uomo" mentre al penultimo paragrafo al n.93 si conclude con un sano ritorno ad un irrealismo che oscilla tra il comico e il patetico: il richiamo ai nonni. "Il ruolo dei nonni nella trasmissione della fede e delle pratiche religiose non deve essere dimenticato: sono i testimoni del legame tra le generazioni, custodi di tradizioni di saggezza, preghiera e buon esempio". Sì, peccato che questi nonni hanno fatto il Sessantotto. 

CONCLUSIONI

In sintesi: si può dire che il Sinodo ha aperto all'accesso ai sacramenti in favore dei divorziati risposati? NO.

Si può dire che che è stato ribadito il divieto, senza eccezioni, dell'accesso ai divorziati risposati ai sacramenti? NO

Si può dire che tutto è rimasto come prima? No, per il semplice fatto di averne parlato all'interno di un Sinodo.

Si può dire che il Sinodo ha trovato vie nuove per proteggere la famiglia dalla sua dissoluzione o dagli attacchi che riceve? NO

Si può dire che il Sinodo ha individuato delle strade per diminuire lo sgretolamento culturale, giuridico, sacramentale della famiglia all'interno del mondo cattolico? No.

Perché?
A mio avviso perché la Chiesa non vuole ammettere che non siamo semplicemente davanti alla crisi della famiglia né ci troviamo davanti semplicemente alla crisi di una società secolarizzata che, come amano ripeterci, provoca "mutazioni antropologiche".
Siamo davanti a una enorme crisi all'interno della Chiesa imboccata con la svolta conciliare e postconciliare. Il nuovo sguardo ecclesiologico all'interno e il nuovo atteggiamento nei confronti del mondo hanno determinato una rivoluzione all'interno della Chiesa stessa negli ambiti della liturgia, della catechesi, della percezione di se stessa rispetto al mondo e alle altre religioni, nonché nella formazione stessa dei seminaristi e dei laici che si è rivelata un boomerang rispetto alla fede. Non solo non c'è stato il balzo in avanti e la "novella Pentecoste", né alcuna primavera ecclesiale ma ci siamo così autosecolarizzati che oggi stiamo a discutere di come difendere l'ovvio anche in ambito morale e dottrinale.
E ovviamente la terapia non potrà mai essere giusta se la diagnosi è sbagliata.
Altra cosetta: giudizio di Dio, Grazia (nel senso di stare in Grazia di Dio) e peccato mortale sono i grandi assenti dalla relazione. Citata una volta la parola "croce".
 

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