09 novembre 2015

Dio o niente di Robert Sarah. Quando un sacerdote parla chiaro


di Riccardo Zenobi
Questo libro-intervista di Robert Sarah ha il pregio (raro, di questi tempi) di parlare chiaro. Nei suoi dieci capitoli vengono toccati moltissimi temi, da quelli più personali, riguardanti la vita del cardinale, ad altri di attualità. Ma procediamo con ordine.

Il libro inizia con dei ricordi dell’infanzia e gioventù di Robert Sarah, del suo villaggio di Ourous, in Guinea (paese a maggioranza islamica), dove poco più di cento anni fa giunsero dei missionari francesi, della congregazione degli spiritani, i quali iniziarono l’opera di evangelizzazione del villaggio che all’epoca era del tutto animista. I ricordi del cardinale toccano anche la religione tradizionale africana, la quale viene esposta nei suoi contenuti più intimi, come sia nata da una ricerca del divino per poi mostrare l’incapacità di maturare oltre la paura e il rapporto do ut des con gli spiriti. Ma nonostante l’animismo tradizionale sia incapace di dare risposte al senso religioso, quest’ultimo è molto forte negli africani; in vari capitoli si parla infatti di come questa religiosità sia tipicamente africana e permetta la civile convivenza di islam e cristianesimo, poiché c’è una stima reciproca per lo spirito religioso che unisce. Più avanti si fa notare come ciò sia tipico dell’africa nera, mentre in altre zone, come nel Sudan, i rapporti siano estremamente problematici.

Successivamente viene esposta la vita che condusse il giovane Sarah dal suo villaggio al seminario, per poi passare in Francia (oltre ad un soggiorno di studio a Gerusalemme) e, quindi, ritornare in Guinea prima come sacerdote, poi come vescovo, il più giovane dell’epoca, successore di Mons. Tchidimbo, il quale languiva in un campo di prigionia dell’allora dittatore marxista Sékou Touré. Le enormi difficoltà affrontate, sia per i viaggi in barcone per giungere al seminario, sia durante il ministero episcopale, sono raccontati con dovizia di particolari, e mettono molto bene in luce il carattere di Robert Sarah: una persona che è pronta a qualsiasi sacrificio per Gesù Cristo, e per essere associato alla Sua Croce. Dio è tutto per l’autore, che si affida alla Provvidenza in tutta la sua vita, e dichiara di fare dei digiuni per poter stare da solo a solo con Colui che ha offerto la Sua vita per il mondo e per tutti gli uomini. Un uomo che fa penitenza per intercedere per il mondo e i suoi abitanti, cristiani e non; un comportamento ascetico che andrebbe imitato, senza se e senza ma, da molti che hanno responsabilità spirituali verso altri.

Ma oltre ai ricordi, nel libro si tratta diffusamente sia delle sfide attuali della Chiesa sia della dottrina cristiana, sine glossa. L’autore, il quale è stato per anni responsabile dell’agenzia Cor unum (che distribuisce aiuti materiali), racconta come l’essenziale per la Chiesa non sia la lotta alla povertà materiale, ma alla miseria spirituale. Infatti nel Vangelo i poveri sono evangelizzati, non arricchiti (cfr. Matteo 11, 5), e sono i poveri in spirito i veri beati del regno dei Cieli. La differenza sostanziale tra carità cristiana e mera filantropia umanitaria è messa bene in luce più volte durante tutto il libro: l’autore è ben conscio di quanta confusione ci sia oggi a questo riguardo, e non solo.

Tra le sfide poste dall’attualità, il cardinale non si sottrae nemmeno alle domande sugli scandali che sono avvenuti all’interno della Chiesa, in particolare i problemi posti da pedofili che sono entrati in seminario e poi sono stati ordinati sacerdoti. L’autore è chiarissimo: una persona del genere è un traditore di Cristo, e con le sue azioni su dei bambini innocenti compie un male enorme, che non sarà facilmente lavato, e del quale dovrà rendere conto alla giustizia umana e divina. Chi infanga il sacerdozio rompe ogni legame con Cristo, e tradisce il carattere che viene impresso nell’anima con l’ordinazione sacerdotale. Da questo argomento si passa poi al problema dei problemi, la presenza del male nel mondo. La risposta di Sarah consiste nel dire che, semplicemente, eliminare Dio e dichiarare assurdo il mondo (come fa Camus, citato nel libro) non elimina il problema del male, anzi lo rende solo più insopportabile. E qui affiorano alla mente dell’autore i ricordi dovuti ai suoi viaggi in zone disastrate del mondo: Fukushima, le Filippine, Haiti,… In ognuno di questi luoghi viene esposta la meraviglia di trovarsi di fronte a persone che vanno avanti e che non si fanno scoraggiare dalle avversità enormi che hanno dovuto affrontare. Uno dei ricordi più belli riguarda il ringraziamento di una donna giapponese, buddista, la quale ha scritto una lettera al cardinale nella quale lo ringrazia di averle portato la speranza.

Oltre a ciò, si tratta anche di quello che è il sinodo di poche settimane fa, che però all’epoca dell’intervista non era ancora avvenuto. E qui il presule si scaglia - letteralmente – contro l’eurocentrismo di certi novatori, i quali vogliono accomodare la dottrina per problemi che sono del tutto occidentali (il divorzio, il gender) e che non interessano se non marginalmente l’Africa e l’Asia, profondamente conosciute dall’autore nei suoi viaggi. Il colonialismo ideologico viene condannato senza mezzi termini: un bambino di un villaggio africano non può difendersi contro l’ideologia gender, e spesso i paesi occidentali usano ricattatoriamente l’arma degli aiuti finanziari per imporre il loro diktat ideologico a paesi che hanno molti altri problemi.

Tutto questo, e molto di più, si trova in Dio o niente: finalmente un libro dove un sacerdote parla chiaro, senza doppi sensi e mezze parole. Un toccasana per il giorno d’oggi: ad un mondo che soffre una fame spirituale enorme non viene servita una minestra allungata di politicamente corretto in salsa cristianeggiante, ma il pane spirituale di Cristo. Solo quest’ultimo sfama realmente.
 

1 commento :

  1. bell'articolo. questo è anche un bell'articolo http://www.ilfoglio.it/chiesa/2015/11/09/spectator-il-papa-sta-distruggendo-la-chiesa___1-v-134738-rubriche_c247.htm

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