24 novembre 2015

Il barcone del multiculturalismo è affondato nell’abisso del “politico”

di Alessandro Rico

Dopo le stragi dell’ISIS, i cugini d’oltralpe hanno aperto gli occhi su una realtà agghiacciante. La Francia, come il Belgio, è piena zeppa di immigrati di terza generazione che la odiano visceralmente, che s’immolerebbero pur di causarle sofferenze e lutti. Il 14 novembre sancisce, o ribadisce, la crisi del multiculturalismo. Un modello che, per la verità, si era incrinato almeno da quando le banlieue, periferie squallide, degradate, neglette, si erano trasformate in polveriere. Il passo dalla miseria e dall’emarginazione alla radicalizzazione su base religiosa è breve. Né si pensi che la via d’uscita stia nelle politiche sociali: multiculturalismo corretto con welfare. I cordoni della borsa di mamma Stato non li si può allentare a colpi di kalashnikov. D’altronde il multiculturalismo delle liberal-democrazie occidentali rimane un fallimento anche con la redistribuzione. Empiricamente lo dimostra il Nord Europa: le grandi socialdemocrazie sono state attraversate da gravi ondate xenofobe, alimentate dal malcontento di contribuenti che mantenevano stranieri lavativi e spesso privi di qualunque affezione nei confronti della nazione che li ospitava.
Il difetto del multiculturalismo, però, non è solo pratico. I suoi teorici non sono riusciti, secondo me, a offrire una soluzione convincente al problema del “politico”. L’essenza della politica, diceva Carl Schmitt, sta nella contrapposizione amico-nemico, tanto radicale e insanabile da poter essere esasperata fino alla guerra. La possibilità concettuale della guerra è hobbesianamente lo spettro che incombe sulla politica, la quale in un certo senso è l’arte di negare se stessa: la dicotomia amico-nemico ne abita i più reconditi meandri, ma la politica va alla ricerca di stratagemmi istituzionali per canalizzare, regolare, organizzare un conflitto che non può mai rimuovere. Ogni società è “portatrice sana di guerra”. Invertirei pertanto l’adagio di von Clausewitz, “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”. È la politica a essere la continuazione della guerra con altri mezzi, mezzi che non precipitino la società in quella che Hobbes massimamente paventava come la “morte” del corpo politico. La “neutralizzazione”, per Schmitt, è invece la grande illusione del liberalismo. Lo si vede bene in Rawls, che appunto fonda un “liberalismo politico” sul principio della ragionevolezza, la parziale rinuncia ai propri interessi per addivenire a un sistema di cooperazione sociale che tutti possano ragionevolmente accettare. Su questa base, si è innestato il ragionamento multiculturale: le diverse identità, religioni, usanze, possono essere accomodate. Ma questo vale per una civiltà che ha fatto del perseguimento della “neutralizzazione” il motore della sua modernità politica. Non così per l’Islam. Moderati o immoderati, i musulmani sono incompatibili con la democrazia liberale. Quelli che la accettano devono fare violenza al loro modo di pensare, superare l’imbarazzo, farci l’abitudine. Quelli che non l’accettano si condannano da soli alla segregazione, a loro volta segregano; poi la strada fino al jihad non è certo in salita.
Il liberalismo multiculturale non ci ha mai spiegato in che modo la convivenza con popoli che non hanno conosciuto la nostra modernità (buona o cattiva che sia stata) possa sussistere senza riaccendere il conflitto politico che era sopito, latente, ma non dissolto. Il multiculturalismo ha semplicemente ignorato l’inquietante interrogativo schmittiano. Ha dimenticato le brutali fatiche patite dall’Occidente nel conquistare alla guerra lo spazio della politica. Ha dato per scontato che l’Islam fosse pronto a integrarsi in questa “tecnologia” del potere che è un’invenzione locale, niente affatto universale, niente affatto esportabile. Quel liberalismo multiculturale, allora, ha provato a spostare su di sé l’onere dell’integrazione. Ha di buon grado eroso la propria identità, disintegrando per integrare, anche perché la rimozione del cristianesimo, che dell’Occidente è il nocciolo con tutto ciò che ne consegue, faceva parte del disegno modernista. Il risultato sono le scintille di guerra che si riattizzano proprio dove pensavamo di aver soffocato ogni braciere: nel cuore dell’Europa. La guerra è ricominciata in casa nostra perché la guerra non poteva finire. L’illusione kantiana della pace perpetua si è infranta sullo scoglio del “politico”. Ne emergerà uno stato d’eccezione – lo stato d’emergenza di tre mesi proclamato da Hollande?
Sovrano, sostiene Schmitt, è chi nello stato d’eccezione impone la propria decisione. A Parigi si intona la Marsigliese, ma alle amministrative correrà un partito musulmano. Perché la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi.
 

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