14 novembre 2015

Il terrore a Parigi e l'ora della verità per l'Europa


di Fabio Petrucci

Una notte parigina come tante. Tra partite di calcio, concerti e i locali pieni del tipico e ordinario venerdì che volge al termine. E poi all'improvviso la grande capitale piomba nell'orrore e nel caos. Un attentato dopo l'altro: esplosioni e sparatorie a colpi di kalashnikov. Gli innocenti cadono per strada, in ristorante, nei pressi del grande Stade de France e dell'antica sala da concerto del Bataclan. Cadono a decine: il numero delle vittime si aggiorna costantemente e - ormai è certo - supera la cifra dei 150. È la più grande strage compiuta in Francia dai tempi della seconda guerra mondiale. Neanche all'epoca della crisi algerina e degli attentati al generale de Gaulle il terrore si era spinto a simili livelli di bassezza e aberrazione. Mai era stato così sofisticato e mai così distruttivo. Mai, nemmeno a gennaio, quando ad essere colpiti furono la sede della discutibile rivista satirica “Charlie Hebdo” ed un comune negozio ebraico. La Francia si scopre vulnerabile e si risveglia in guerra. In guerra contro un nemico che alberga in casa propria, cresciuto e rafforzato dagli errori – interni ed internazionali – delle classi dirigenti francesi. In guerra contro un nemico che impone di mettere al bando la retorica e gli slogan, che già tanti danni hanno fatto sottovalutando, per esempio, il rischio di infiltrazioni terroristiche nella fiumana di profughi giunti in questi anni in Europa.

Gli attentatori – molti dei quali ormai morti – gridavano “Allahu akbar!” (“Dio è grande!”). Erano jihadisti, come i tanti che abbiamo imparato a conoscere in questi anni di guerre in Medio Oriente e di orrendi attentati giunti a macchiare di sangue tutte le principali potenze del mondo, dagli Stati Uniti ai paesi europei, dalla Russia alla Cina. Dicono di uccidere in nome di Dio, il “Clemente e Misericordioso”, ma facendo ciò bestemmiano e maledicono sé stessi. Perché in realtà uccidono in nome di un'ideologia malata – quella del jihadismo politico – nata in seno alla corrente wahhabita e salafita dell'islam, soggetta più di altre a quella tentazione alla violenza religiosa citata da papa Benedetto XVI a Ratisbona nel 2006. In quell'occasione il pontefice si limitò a riportare uno scritto dell'imperatore bizantino Manuele II Paleologo, criticandone peraltro il tono brusco. Nell'intento del papa teologo non era presente alcun carattere offensivo, ma solo la volontà di lanciare un monito contro l'assurdità della violenza religiosa. Un monito che fu giudicato da più parti inopportuno, ma che alla luce di quanto accaduto in questi anni si rivela profetico e lungimirante. E del resto l'esistenza di una satanica tentazione violenta all'interno dell'islam è cosa nota ai musulmani stessi: il termine “fitna”, indicante “discordia” o addirittura “guerra civile”, accompagna la storia islamica sin dai primordi, così come sono antiche le radici di movimenti teologici divenuti fautori della violenza religiosa come quello salafita. E oggi più che in passato la “fitna” interna al mondo islamico si riscopre in tutta la sua drammatica attualità, intrecciandosi con il “Grande Gioco” che vede contrapposte le tendenze unipolari degli Stati Uniti alle istanze multipolari della Russia.

Riferirsi alla “fitna” che agita il frastagliato mondo musulmano è l'unica possibilità per comprendere quanto sta accadendo in Medio Oriente, cos'è l'autoproclamato “califfato” dell'ISIS e quali sono gli errori addebitabili al governo francese ed al complesso delle potenze occidentali. Ed è anche l'unico modo possibile per evitare semplificazioni che tirano in ballo Oriana Fallaci e la sua generale avversione per l'islam. Se c'è “fitna”, ossia guerra civile, inevitabilmente vi sono musulmani che combattono altri musulmani. E più nello specifico assistiamo ad uno scontro che va assumendo sempre più caratteri confessionali, contrapponendo paesi sciiti e filo-sciiti (Iran, Siria, Iraq e Libano) a paesi sunniti (Arabia Saudita, Qatar e Turchia). Come è noto, il terrorismo jihadista ha potuto svilupparsi principalmente attraverso finanziamenti provenienti dall'Arabia Saudita e dal Qatar. Questi due paesi, insieme alla Turchia, sono stati tra i principali protagonisti dell'opera di destabilizzazione del Medio Oriente che va sotto il nome di “primavera araba”. Dall'altro lato, a fronteggiare il terrorismo jihadista, vi sono l'Iran sciita, la Siria dell'alawita Assad, le milizie libanesi di Hezbollah e l'Iraq: musulmani non estremisti a cui l'Occidente (e quindi la stessa Francia) preferisce i propri peggiori nemici. Ecco il paradosso di un'alleanza che tiene insieme il laicismo nichilista dei paesi occidentali ed il fondamentalismo islamico delle petromonarchie del golfo.

A tal proposito non si può tacere sulla circostanza che ha visto la Francia come uno dei governi europei maggiormente impegnati nel fiancheggiamento di quest'opera di destabilizzazione, la quale in Libia e Siria sarebbe stata impensabile senza l'ausilio di terroristi della stessa matrice di quelli che hanno colpito Parigi. Sotto la presidenza Sarkozy la Francia è stata attivissima nella campagna militare occidentale contro Gheddafi, così come sotto la presidenza Hollande ha continuato a fornire sostegno politico e finanziario alle milizie in guerra contro il governo laico di Bashar al-Assad. E fu proprio quest'ultimo, in tempi non sospetti, ad avvertire che «l'Occidente e i paesi che sostengono l'estremismo e il terrorismo in Siria e nella regione devono rendersi conto che questa minaccia crescente sta per colpire tutti, in particolare coloro che hanno sostenuto il terrorismo e gli hanno permesso di svilupparsi». Mentre da un lato la Francia piange le proprie vittime del terrorismo, dall'altro si trova ad essere ancora oggi alleata dei principali sponsor internazionali del terrorismo.

Solo l'intervento russo iniziato ad ottobre è riuscito ad imporre alla coalizione occidentale un impegno più serio contro l'ISIS, più per ragioni di credibilità e di competizione che per volontà di sradicare quel cancro dal cuore della Mezzaluna fertile. Eppure adesso, nell'ora del dolore e della rabbia, sarebbe auspicabile una comune battaglia che unisca davvero coloro i quali sono stati colpiti dalla mostruosità del terrorismo. È l'ora della verità. Non solo per la Francia, ma per l'Europa intera.

E possa il vero Dio, veramente Clemente e Misericordioso, fare giustizia di ogni vittima innocente, strappata alla vita a Parigi, così come ad Aleppo, Beirut o nel Sinai.

 

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