05 novembre 2015

La Turchia dopo la vittoria di Erdoğan



di Fabio Petrucci


L’esito delle elezioni generali turche ha sancito un netto successo per il duo Erdoğan-Davutoğlu ed il loro partito governativo, AKP. In un clima di esasperazione e violenza giunto ad altissimi livelli, le ragioni della vittoria di Erdoğan vanno ricercate principalmente nel sentimento di paura dell’elettorato turco, angosciato dal rischio - peraltro amplificato dalla propaganda dell’AKP - di una caduta del paese nel caos. Tuttavia, se apparentemente la netta affermazione dell’uomo forte di Ankara sembra aver scongiurato tale pericolo, in realtà la possibilità che per costui il successo elettorale possa rivelarsi solo una “vittoria di Pirro” non può essere scartata. Infatti, l’ulteriore svolta verticistica che il presidente sembra determinato a completare, unita alla fallimentare gestione della politica estera nel Vicino Oriente a partire dalla stagione delle “primavere arabe”, sono elementi potenzialmente in grado di innescare una radicalizzazione dello scontro politico interno ed una definitiva sconfitta della strategia “neo-ottomana” nello scacchiere internazionale.

Per Erdoğan le elezioni hanno rappresentato un importante banco di prova dopo lo smacco del giugno scorso, quando per la prima volta dal 2002 l’AKP si era ritrovato senza maggioranza assoluta ed impossibilitato a formare sia un governo di coalizione con la destra nazionalista del MNP (braccio politico dei famigerati “lupi grigi”) che un governo di larghe intese con i kemalisti laici del CHP. La successiva esplosione di violenze ed attentati, l’acutizzarsi della crisi curda ed il caos al confine con Siria ed Iraq hanno reso ancora più incandescente la vigilia del voto. La campagna propagandistica del duo Erdoğan-Davutoğlu, basata sulla paura e su quella che più di un analista ha definito addirittura “strategia della tensione”, ha avuto la meglio. L’AKP è passato dal deludente 40,9% di giugno ad un ben più consistente 49,5% (in termini di seggi da 258 a 317). Al successo dell’AKP hanno fatto da contraltare la staticità del risultato del CHP kemalista, attestatosi ad una percentuale (25,3%) di poco superiore a quella della precedente tornata elettorale, ed il tonfo dei nazionalisti del MNP e del partito filo-curdo di sinistra HDP, vera rivelazione delle elezioni di giugno, che ha peraltro denunciato irregolarità nella fase del voto e dello spoglio.

L’impressione è che la campagna elettorale di Erdoğan e Davutoğlu, particolarmente incentrata sul nazionalismo e sull’esigenza di restaurare l’ordine, abbia intercettato da un lato una parte dell’elettorato storico dei “lupi grigi” (forse addirittura due milioni di voti), mentre per altro verso sembra persino riuscita a recuperare una parte del voto dei curdi di tendenza conservatrice ed ostile al separatismo del PKK. Peraltro, con questo risultato, Erdoğan potrebbe riuscire a portare a compimento una riforma costituzionale volta ad accentrare ulteriormente i poteri nelle mani del presidente. Una mossa desiderata da anni, ma che si presta al rischio di tramutarsi in un pericoloso boomerang, dal momento che la polarizzazione politica nella società turca finirebbe per accentuarsi ed anche le già difficili relazioni internazionali con gli alleati euro-atlantici subirebbero un ulteriore deterioramento (con un regime sempre più mediaticamente indifendibile dagli USA e dalle cancellerie europee).

Ma probabilmente è proprio sul versante internazionale che Erdoğan si gioca il suo futuro politico. Ed è su questo versante che la sua strategia si è rivelata fino ad oggi fallimentare. Da circa cinque anni la Turchia si trova invischiata nel caos generato della rinnovata fitna che agita il mondo musulmano e che vede contrapposti l'asse sciita composto da Iran, Siria, Iraq ed Hezbollah libanese alla galassia sunnita di cui fanno parte le petromonarchie dell'Arabia Saudita e del Qatar e la stessa Turchia. All'epoca dell'esplosione delle "primavere arabe" Erdoğan tentò di accreditare per il suo paese il ruolo di "protettore" delle rivolte capeggiate dai Fratelli Musulmani nel Maghreb e nel Vicino Oriente. Contestualmente al totale ridimensionamento di questi ultimi in Egitto e Tunisia il presidente turco si è poi imbarcato in una strana e momentanea alleanza con le petromonarchie wahabite, le cui conseguenze hanno riguardato principalmente lo scenario siriano. In Siria i turchi sono stati in prima linea, al fianco dei sauditi, nel sostegno ai "ribelli" islamisti impegnati contro il governo laico di Assad. Anzi non è nemmeno campata in aria l'idea che la Turchia abbia volutamente fatto poco o nulla contro l'ISIS - fino anche a favorirlo - al fine di abbattere il governo di Assad ed indebolire i curdi della Siria settentrionale, circostanza che rappresenta un grosso elemento d’imbarazzo per l’amministrazione statunitense, dal momento che la Turchia è comunque uno dei paesi militarmente e strategicamente più importanti della NATO.

Il conflitto siriano è stato anche alla base del logoramento delle relazioni russo-turche, sulle quali Erdogan aveva in precedenza puntato come alternativa alla freddezza dimostrata dai tradizionali alleati europei. Le tensioni tra i due paesi eurasiatici sono ulteriormente aumentate dopo la discesa in campo dell’aviazione di Mosca, impegnata ormai da un mese nei raid contro l’ISIS ed altre formazioni jihadiste attive in Siria. Ciò ha condotto le autorità turche a minacciare persino ritorsioni in campo economico, come l’annullamento del progetto del gasdotto “Turkish Stream”, esacerbando in tal modo i già difficili rapporti tra Mosca e Ankara. Evidentemente, come ha affermato Kemal Kılıçdaroğlu, leader del principale partito laico di opposizione a Erdoğan, il governo turco non ha compreso l’importanza della Siria per la Russia. Ma del resto il duo Erdoğan-Davutoğlu, in nome di un rinnovato panturchismo, è riuscito persino ad inimicarsi la lontana Cina mediante il sostegno al separatismo uiguro nello Xinjang. E, come già anticipato, le cose non vanno meglio sul fronte occidentale, vista l’insofferenza degli americani - consapevoli di non poter fare a meno della Turchia ma preoccupati dall’autoritarismo di Erdoğan e dalla sua nota ostilità ad Israele - e degli europei, che temono il cinico ricatto turco rappresentato da milioni di profughi siriani che dalla Turchia potrebbero essere spinti o costretti a partire per l’Europa.

La spregiudicatezza della politica estera turca è un fattore innegabile, ma che già adesso sembra rivoltarsi contro la Turchia stessa, anziché avvantaggiarla. La crisi dei rifugiati siriani, l’ISIS al confine, il riacutizzarsi degli scontri con i curdi del PKK e la diffidenza dei principali attori dello scacchiere globale sono già di per sé un indice dei madornali errori di Erdoğan. Resta da capire se il nuovo “sultano” turco avrà la capacità di tornare al realismo o preferirà protrarre una politica di potenza destinata al fallimento.

 

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