03 novembre 2015

L’aborto e l’ipnosi


di Giuliano Guzzo

Sotto i centomila. Meno male. La legge funziona. L’entusiasmo diffuso rispetto all’ultima Relazione ministeriale sull’applicazione della Legge 194/’78, dal quale si dissociano ormai solo quanti denunciano alte percentuali di obiettori di coscienza, è tragicamente indicativo di che cosa oggi resti della tragedia dell’aborto legale: un problema numerico, ragionieristico quasi, di meri conteggi. Di quella che da personalità come san Giovanni Paolo II e Madre Teresa è stata denunciata come la grande ferita sanguinante del nostro tempo, rimane insomma solo un raffreddore, un piccolo e trascurabile malanno di conti. E senza dubbio è questo – al di là delle tante obiezioni che pure si potrebbero muovere al festeggiato calo del numero degli aborti legali, dato in realtà da rileggere alla luce del mutato contesto demografico nonché degli aborti clandestini e di quelli invisibili delle pillole – l’aspetto più inquietante.
Per quanto ingiusto e violento e antigiuridico, l’aborto procurato non è cioè più, oggettivamente, il problema numero uno: prima viene l’ipnosi, la pigrizia delle coscienze o, come si sarebbe detto un tempo, il sonno della ragione. Come ogni realtà anche questa, naturalmente, ha una sua spiegazione ben precisa. Se infatti 97.535 figli eliminati prima della nascita diventano una buona notizia “perché anni fa erano di più”, una ragione anzi delle ragioni ci devono essere. Provo a condensarle in tre punti. Il primo: l’indifferentismo morale. L’aborto legale non scandalizza più perché non scandalizza l’aborto in quanto tale e l’aborto in quanto tale, a sua volta, non ferisce perché chiederebbe ad ognuno di fare i conti davvero con l’altro. Il figlio concepito infatti non è in grado di ricambiare alcunché: è un essere che chiede solo di essere accolto.
Per capirci, l’immigrato che sbarca in Italia e l’amico che ha perso il lavoro – aiutati a dovere – possono sorridere e stringere la mano, appagando e ricambiando l’impegno di chi ha provveduto ai loro interessi; il figlio concepito no: non può fare altro dono, nel breve termine, che se stesso: perciò richiede cioè vicinanza vera, umanità pura si potrebbe dire. Ed è la prima forma di umanità, questa, a saltare in un contesto dove l’indifferentismo morale dilaga. Altre cause dell’ipnosi sull’aborto sono le “grandi cause”: al di là di quanto si dice, infatti, battaglie come il rispetto dell’ambiente, la lotta all’inquinamento e lo stessa tutela degli animali, in sé pure rispettabili, non stanno facendo altro – a ben vedere – che deviare l’impegno ideale altrove, geograficamente (per tutelare remoti ghiacciai, per esempio) o temporalmente (per le generazioni future); l’aborto invece esige invece reazione qui ed ora, e quella reazione non può non essere disturbata, appunto, da altre “grandi cause”.
Terzo ma non meno importante elemento di diffusione dell’ipnosi sul crimine dell’aborto è che denunciarlo costa: si rischia di litigare con l’amico, di non essere compresi dal collega di lavoro, di passare come il fondamentalista di turno in un contesto dov’è sempre più facile incorrere in quest’accusa. Ne consegue – complice pure il fatto che non sempre, ultimamente, i paladini storici dei figli concepiti, Chiesa in primis, riescono a farsi sentire – che, oltre all’ipnosi, si sta di diffondendo anche una sorta di auto-ipnosi, di rassegnazione cioè a un problema che viene avvertito come troppo vasto e troppo impopolare per alimentare indignazione. E si viene così all’oggi, con 97.535 figli eliminati prima della nascita che anziché addolorare sollevano, “perché anni fa erano di più”. Come se il problema non fosse più l’innocenza delle vittime – che rimane tale e quale -, ma il numero di vittime innocenti. Come se si potesse davvero convivere con tutto ciò senza poi al mattino, allo specchio, vedersi più brutti.

http://giulianoguzzo.com/2015/11/03/laborto-e-lipnosi/  

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