16 novembre 2015

Papa Francesco, don Camillo e don Chichì


di Salvatore Cammisuli

Del discorso con cui papa Francesco ha tracciato le sue linee guida per la Chiesa italiana, il passaggio che ha guadagnato i titoli dei giornali e che ha provocato maggiori polemiche è sicuramente quello in cui ha presentato come modello per il clero italiano il personaggio di Don Camillo, protagonista dei romanzi di Giovannino Guareschi.
Come del resto è già stato osservato, le idee “ecclesiologiche” di don Camillo emergono soprattutto nell’ultimo romanzo della serie, Don Camillo e don Chichì (conosciuto anche come Don Camillo e i giovani d’oggi). Fin dal titolo si capisce che al centro del romanzo è la contrapposizione tra due personaggi, che poi incarnano due idee contrapposte e inconciliabili su cosa sia la Chiesa e quale sia il suo compito.
Don Camillo è un prete massiccio, burbero e addirittura manesco, duramente avverso alla rivoluzione liturgica (paragona l’altare «bugniniano» a una «tavola calda») e celebratore clandestino della Messa tridentina. Nemico acerrimo del comunismo, rifiuta il dialogo e combatte con ogni mezzo il sindaco Peppone. Protegge le tradizioni e porta avanti una fede semplice che ha il suo centro nel Cristo crocifisso dell’altar maggiore.
Don Francesco, che i parrocchiani chiamano con il ridicolo diminutivo di don Chichì, è un giovane prete mandato per aiutare don Camillo ad «aggiornarsi» secondo i dettami post-conciliari (il romanzo è ambientato nel 1966). Don Chichì è un prete progressista, alfiere di istanze sociali, seguace di metodi pastorali avventuristici. Smanioso di riforme, assume posizioni di avanguardia, propugna idee “aperte”, cerca il dialogo con i lontani, bacchetta i devoti, predica contro i ricchi e lotta per i poveri (non ha smanie ecologiste perché negli anni Sessanta non era di moda).
Alessandro Gnocchi e Antonio Socci hanno buon gioco a dire che papa Francesco somiglia più a don Chichì che a don Camillo. Del resto non sfigurerebbero nei suoi discorsi frasi come queste: «Il nostro dovere è lavorare per rendere questo mondo un posto migliore e lottare. Davanti ai mali o ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative. La Chiesa sia libera e aperta alle sfide del presente, mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà». Signori, questi sono stralci del discorso del Papa a Firenze; leggete Guareschi e vedrete che don Chichì dice le stesse cose quasi alla lettera.
Don Camillo e don Chichì hanno due concezioni contrapposte della Chiesa. Chi dei due ha ragione? La Chiesa esiste in primo luogo per rendere gloria a Dio o per «rendere questo mondo un posto migliore e lottare»? Non si dica che le due cose non sono in contraddizione, o almeno chi lo dice non creda di poter citare Guareschi a proprio sostegno. Perché citare Guareschi in un periodo in cui don Camillo sarebbe accusato di pelagianesimo e commissariato per scarsa fedeltà allo spirito del Concilio; in un’epoca in cui Guareschi verrebbe cacciato a pedate da radio e giornali cattolici?
Mistero: alla fine, come ogni volta, il Papa ci lascia perplessi e dubbiosi. La domanda su chi abbia ragione tra don Camillo o don Chichì si aggiunge alle tante altre: il crocifisso di Evo Morales è bello o blasfemo? I resoconti di Scalfari sono fedeli? Se la risposta è no, perché diamine tornare a rilasciargli interviste? «Chi sono io per giudicare» è una frase passibile di interpretazioni eterodosse? Ma allora, perché tornare a ripeterla? Francesco vuol dare la Comunione ai divorziati risposati anche se i vescovi hanno confermato che non si può? Se la risposta è no, perché dirlo al telefono a Scalfari? (e si ritorna al punto di prima; e comunque il dubbio si porrebbe anche se la risposta fosse sì). La cifra fondamentale del pontificato di Bergoglio sembra la confusione in cui ha gettato i fedeli. Del resto, è proprio lui a ripetere sempre che dobbiamo abbandonare le nostre certezze: «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze».

«“Signore, cosa possiamo fare noi?”. Il Cristo sorrise.
“Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. […] Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede a mantenerla intatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più; ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede. Ogni giorno di più uomini di molte parole e di nessuna fede distruggono il patrimonio spirituale e la fede degli altri. Uomini d’ogni razza, d’ogni estrazione, d’ogni cultura.”

“Signore” domandò don Camillo: “volete forse dire che tra questi ci sono anche preti?”. “Don Camillo!” lo riproverò sorridendo il Cristo. “Sono appena uscito dai guai del Concilio, vuoi mettermi tu in nuovi guai?”».

 

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