26 novembre 2015

Russi e turchi ai ferri corti: l’Europa con chi sta?


di Fabio Petrucci 

Nella giornata di martedì i cieli al confine tra la Siria e la Turchia sono stati il teatro di un episodio dalle conseguenze in parte ancora imprevedibili. L'aviazione turca ha abbattuto un “Sukhoi Su-24” russo impegnato nelle operazioni militari contro l'ISIS. Nonostante i due piloti siano riusciti a paracadutarsi fuori dal velivolo, il colonnello Oleg Peškov ha trovato la morte per mano di miliziani siro-turkmeni anti-Assad, mentre il capitano Konstantin Murachtin – dato inizialmente per morto – è stato liberato nel corso di una complessa operazione dell'esercito di Damasco. Oleg Peškov è quindi ufficialmente il primo soldato russo a cadere in Siria dall'avvio della campagna militare del Cremlino contro l'ISIS e le altre formazioni jihadiste. Un evento imprevisto che – a poco più di una settimana dalla strage di Parigi, dal G20 di Antalya e dall'abbozzo di collaborazione russo-francese contro il “califfato” – compromette il già difficile negoziato tra Stati Uniti e Russia per una gestione condivisa della crisi siriana, ma soprattutto rivela la fatale pericolosità delle ambizioni neottomane di Erdoğan e Davutoğlu. A chiarire l'eccezionalità dell'evento basta una semplice osservazione storica: nemmeno all'epoca della “guerra fredda” un paese della NATO si era spinto al punto di abbattere un velivolo militare dell'Unione Sovietica. E ciò che è grave è che non si è trattato di uno spiacevole incidente dovuto all'assenza di un coordinamento NATO-Russia, quanto piuttosto di un'azione premeditata e decisa dai vertici dello Stato turco, come sottolineato dal ministro degli esteri russo Sergej Lavrov. Un'azione politica che il presidente Vladimir Putin, dalla vicina Giordania dove era in visita dopo la trasferta in Iran, non ha esitato a definire «pugnalata alla schiena».

La cinica strumentalità del comportamento turco risulta lampante se si considera l'inconsistenza della giustificazione data all'abbattimento del Sukhoi: un presunto sconfinamento nello spazio aereo turco da parte del velivolo russo. Se da un lato il pilota superstite e le autorità russe hanno negato esplicitamente l'ipotesi della violazione dello spazio aereo, dall'altro fonti NATO hanno invece riferito di un brevissimo sconfinamento di due chilometri e della durata di 17 secondi: in ogni caso tutto fuorché una minaccia diretta alla sicurezza della Turchia, le cui autorità hanno quindi presumibilmente mentito circa le tempistiche e le modalità dell'operazione. La giustificazione turca si rivela inconsistente se si fa riferimento alle circostanze tecniche che possono condurre a sconfinamenti di carattere meramente logistico e non ostile, ma soprattutto se si tiene conto della doppiezza della strategia di Ankara: nel 2012, per bocca di Erdoğan, la Turchia aveva accusato il governo siriano dell'abbattimento di un aereo da guerra turco, affermando che «una violazione del confine di breve durata non può essere pretesto per un attacco» (in quel caso le autorità di Damasco avevano però la scusante della dichiarata ostilità della Turchia e del suo appoggio materiale ai ribelli antigovernativi). In quell'occasione, dai vertici militari turchi, fu anche aggiunto che le «violazioni dello spazio aereo sono incidenti che capitano quasi ogni giorno e che sono risolti in pochi minuti attraverso il diritto internazionale». Basterebbero queste dichiarazioni per mettere la Turchia dinanzi alle proprie gravi responsabilità, ma c'è di più: stando ai dati forniti dal ministero della difesa greco, nel 2014 i già numerosi sconfinamenti turchi nello spazio aereo della Grecia hanno raggiunto l'impressionante cifra di 2244. Quindi l'abbattimento del Sukhoi non ha nulla a che vedere con il rispetto del diritto internazionale, ma si palesa come un atto provocatoriamente politico che se da un lato rivela l'acceso nervosismo della dirigenza turca, dall'altro trasforma il sospetto in certezza circa le strane relazioni intercorrenti tra Ankara e il “califfato”.

Dopo l'abbattimento dell’aereo il presidente russo Putin ed il primo ministro Medvedev hanno apertamente accusato la Turchia di fiancheggiare e proteggere l'ISIS. In particolare, hanno fatto riferimento ai traffici di petrolio che legherebbero la Turchia al “califfato” e che rappresenterebbero la principale fonte di finanziamento di quest'ultimo. Infatti, secondo la dirigenza russa e vari esperti indipendenti, da mesi la Turchia comprerebbe petrolio dall'ISIS per poi rivenderlo ad un prezzo doppio rispetto a quello d'acquisto. Ad occuparsi dell'affare sarebbe addirittura il figlio di Erdoğan, Bilal. Ma le contiguità tra Turchia e ISIS non si fermano alla compravendita di petrolio. Al di là dei proclami ufficiali, infatti, per la Turchia l'ISIS continua a rappresentare un elemento cinicamente utile nel contrasto a quelli che vengono percepiti come i reali nemici: gli indipendentisti curdi, la Siria di Assad e l'Iran sciita. In pratica, nell'ottica turca – che è in parte corrispondente a quella dei sauditi e degli USA – pare che il “califfato” vada semplicemente “contenuto”, non abbattuto. Ma gli strani rapporti con l'ISIS rappresentano solo uno dei vari elementi di contiguità turca al jihadismo, divenuto strumento politico internazionale di Ankara – oltre che delle petromonarchie del golfo – in un vasto orizzonte di terre che va dalla Libia alla Siria, dalla Crimea allo Xinjang.

Per la Turchia episodi come l'accordo sul nucleare iraniano, l'alleanza anti-ISIS tra Mosca e Teheran e la prospettiva di un coordinamento NATO-Russia in Siria segnalano il rischio di un proprio ridimensionamento – ipotesi tragica per chi ha scommesso per anni su di una strategia imperiale “neottomana”. Ed è per questo che anche la tempistica dell'incidente desta sospetti: il giorno prima Vladimir Putin era stato ricevuto in pompa magna dall'Ayatollah Khamenei, mentre negli USA era atteso l'incontro tra i presidenti di Stati Uniti e Francia, Obama e Hollande. E mentre il presidente statunitense ha pubblicamente difeso le ragioni della Turchia, tra i membri europei della NATO cresce l'imbarazzo per l'alleato turco, sempre più imprevedibile e incontrollabile. Si palesa anche in questo caso la sostanziale differenza di interessi strategici in seno all'Alleanza Atlantica tra gli USA e paesi come la Francia, la Germania e l'Italia. Infatti, mentre per gli USA quest'episodio ha il vantaggio di deteriorare le già difficili ma lucrose relazioni russo-turche – spingendo magari ad un congelamento del progetto del gasdotto “Turkish Stream” –, per la debole Europa, agitata da correnti favorevoli a cercare un canale di collaborazione con la Russia nella lotta al terrorismo, l'abbattimento del jet segna un nuovo ostacolo ad un percorso già in salita.

La risposta russa all'incidente sembra caratterizzata dalla proverbiale astuzia diplomatica del Cremlino: nessuna reazione impulsiva, ma una strategia a base di bastone e carota. Da un lato la Russia mostra i muscoli – spostando l'incrociatore “Moskva” nella zona costiera di Latakia, predisponendo l'invio di sistemi di difesa anti-missilistica “s-400” ed avvertendo che d'ora in poi i bersagli che rappresentano un pericolo potenziale saranno distrutti. Dall'altro, per bocca dell'ambasciatore russo in Francia, Aleksandr Orlov, il Cremlino fa sapere di essere ancora disponibile ad un coordinamento delle operazioni militari anti-ISIS non solo con gli Stati Uniti e l'Europa, ma persino con la stessa Turchia. In tal modo resteranno delusi coloro i quali attendevano una reazione sconsiderata da parte di Mosca, paventando addirittura il rischio di un imminente avvio della terza guerra mondiale. Resta invece sul tavolo la possibilità che i russi aumentino il sostegno politico e militare ai curdi in lotta contro l'ISIS e la stessa Turchia: strategia però non scevra da rischi e pericoli, dal momento che Erdoğan – memore della storica alleanza tra i sultani ottomani e i khan crimeani – potrebbe a sua volta incrementare il sostegno alle fazioni anti-russe dei tatari di Crimea, inquadrate nella “Brigata Internazionale Musulmana”, la cui fondazione è stata annunciata in agosto ad Ankara.

Al di là delle incertezze sui prossimi sviluppi, quel che è certo è che l'incidente di martedì ha reso più evidenti due conclusioni già note a molti. La prima è che in seno all'alleanza occidentale vi sono paesi che, anziché combattere il terrorismo, lo hanno fomentato e continuano a garantirgli la sopravvivenza. La seconda è che l'intervento russo – il più importante all'estero dai tempi della guerra sovietica in Afghanistan – sta assestando colpi importanti alla galassia jihadista ed ai paesi che la sostengono. All'Europa l'arduo compito di decidere da che parte stare.

 

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