30 novembre 2015

Se il cristianesimo è solo un fattore culturale


di Francesco Filipazzi

In questi giorni, dopo la levata di scudi contro il preside di Rozzano che voleva cancellare il Natale dal calendario, abbiamo sentito per l’ennesima volta molte prese di posizione che recitavano più o meno così: “il Natale è parte della nostra cultura e quindi non è accettabile che qualcuno lo voglia cancellare”. Questa argomentazione è alla bisogna valida, ma è estremamente riduttiva e alla lunga può suonare un po’ come le argomentazioni di Slow Food riguardo la carne di cane in Cina. “Mangiare carne di cane è un fattore culturale” disse uno dei principali esponenti dell’azienda, che poi chiese alla platea attonita: “Togliamo la corrida e il Palio di Siena? Possiamo togliere tutto?”.
Il problema è dunque recuperare un’immagine del Cristianesimo e delle feste religiose ben diversa da quella che si vuole proporre. Il “natale corrida”, in un periodo in cui tornano alla ribalta i modelli forti, non è più sufficiente.
Dobbiamo chiederci se siamo cristiani perché la nostra Italia è piena di belle chiese, Manzoni e Dante erano cristiani, i valori cristiani hanno fondato il mondo oppure, al contrario, siamo cristiani perché pur non avendo visto abbiamo creduto? Festeggiamo il Natale solo per i valori materiali che ha prodotto il cristianesimo, oppure lo festeggiamo perché è nato Gesù?
Sembra quasi che sia l'uomo a dare valore a Dio e non viceversa. Una superbia incosciente, sintomo di una mentalità antropocentrica, fin troppo moderna e foriera di tanti errori.
Questo ragionamento, che sembra banale, è in realtà critico per capire la genuinità delle posizioni di coloro che in questi giorni, in modo anche poco composto, se la prendono con l’incauto preside di Rozzano. Il motivo è culturale o spirituale? Il timore è che la questione purtroppo non c’entri molto con la religione, parola che in effetti non viene pronunciata molto, prova ne è che tutti si indignano, ma la sera del 24 le chiese probabilmente non traboccheranno di fedeli. Chi ha chiesto e ottenuto le dimissioni del preside ma non santificherà la festa recandosi a Messa, si dimostrerà solamente un ipocrita ben peggiore del preside stesso.
Eppure, mentre qui si blatera di questioni culturali, in giro per il mondo c’è chi per andare a Messa rischia la vita, persone che Manzoni e Dante non sanno neanche chi siano, visto che non fanno parte della loro cultura. Asiatici e africani non hanno visto la magnificenza delle nostre chiese, ma sono portatori di una Fede ben più viva e sincera della nostra, che li porta a morire per Cristo. Mentre noi che pur vediamo, leggiamo e ascoltiamo materialmente quanto è stato grande il Cristianesimo, prima di farci martirizzare ci penseremmo due volte.
La grandezza del Cristianesimo sta proprio nel non essere un fattore culturale, ma spirituale. Non è locale ma è universale. La Chiesa è una famiglia che accoglie tutti, a prescindere dal loro portato culturale e anzi riesce a far convivere fra loro persone che provengono da contesti diversissimi. Se il Natale fosse questione di natura culturale, in definitiva, non sarebbe cristiano. “L'eterno oggi di Dio è disceso nell'oggi effimero del mondo – spiegava Benedetto nella sua prima omelia natalizia, nel 2005 - e trascina il nostro oggi passeggero nell'oggi perenne di Dio. Dio è così grande che può farsi piccolo. Dio è così potente che può farsi inerme e venirci incontro come bimbo indifeso, affinché noi possiamo amarlo. Dio è così buono da rinunciare al suo splendore divino e discendere nella stalla, affinché noi possiamo trovarlo e perché così la sua bontà tocchi anche noi, si comunichi a noi e continui ad operare per nostro tramite. Questo è Natale: "Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato". Dio è diventato uno di noi, affinché noi potessimo essere con Lui, diventare simili a Lui. Ha scelto come suo segno il Bimbo nel presepe: Egli è così. In questo modo impariamo a conoscerlo. E su ogni bambino rifulge qualcosa del raggio di quell'oggi, della vicinanza di Dio che dobbiamo amare ed alla quale dobbiamo sottometterci - su ogni bambino, anche su quello non ancora nato”.
Altro che fattore culturale, insomma. 

 

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