30 novembre 2015

Veri e falsi «fondamentalisti» pro-life


di Giuliano Guzzo

Nelle scorse ore a Colorado Springs, negli Stati Uniti, è avvenuto un fatto molto grave: un uomo è entrato armato in una clinica abortista di Planned Parenthood uccidendo tre persone, ferendone una decina e tenendone per cinque ore in ostaggio oltre un centinaio. Le motivazioni del gesto – subito condannato dai movimenti pro-life americani – non sono ancora chiari, tanto che anche Vicki Cowart, presidente e amministratore delegato di Planned Parenthood Rocky Mountains, ha dichiarato di non ritenere che il centro sia stato specificamente preso di mira né al momento vi sono elementi che associno il cinquantasettenne Robert L. Dear – questo il nome del killer – agli ambienti antiabortisti diversamente da una delle vittime, l’agente di polizia Garrett Swasey, noto per essere attivista pro-life oltre che cristiano praticante e vice pastore della chiesa della propria comunità. Ciò nonostante sui social network più di qualcuno sta dipingendo il gesto di Dear come l’inevitabile sbocco a cui condurrebbero i “fondamentalismi”  pro-life.
Rispetto a questo non si può non osservare come la gran parte dei media italiani – smarcandosi dalla prudenza adottata da quelli statunitensi su questa vicenda – abbia scelto di riferire l’accaduto senza specificare che il killer che ha tenuto sotto assedio quella clinica a Colorado Springs non sia un attivista pro-life né facendo il minimo accenno al fatto che la multinazionale Planned Parenthood, da diverso tempo, è al centro di uno scandalo in conseguenza del quale sta perdendo diversi finanziamenti pubblici perché si è scoperto che le sue cliniche vendevano pezzi di bambini abortiti, cosa che negli Stati Uniti ha suscitato grande indignazione ma che da noi è stata prontamente silenziata e che neppure dopo quanto commesso da Robert L. Dear – un orrore da condannare con fermezza e che in nessun caso ammette giustificazioni – è stata minimamente spiegata. Ciò nonostante non si può neppure liquidare l’accaduto senza fare i conti con una domanda: esistono “fondamentalisti” pro-life?
La risposta credo debba essere onesta e diretta: sì, esistono, ma non girano col kalashnikov. I “fondamentalisti” pro-life – coloro cioè che ritengono sacrosanto il diritto di ogni bambino di venire al mondo – hanno infatti come riferimenti non gentaglia scriteriata ma uomini come Jérôme Lejeune (1926-1994), il genetista che appena trentatreenne scoprì la causa della sindrome di Down e al quale alla Facoltà di medicina di Parigi creò appositamente la cattedra, prima inesistente, di genetica e che arrivò ad attaccare le posizioni abortiste dell’OMS pubblicamente e consapevole di quello che gli costò: «Oggi pomeriggio ho perduto il premio Nobel», disse alla moglie per esempio dopo un intervento contro l’Organizzazione Mondiale della Sanità tenuto all’ONU. I “fondamentalisti” pro-life, ancora, hanno come faro Madre Teresa (1910-1997), lei che un Nobel – quello per la Pace – lo vinse davvero ma andando a ritirarlo gelò tutti con un discorso col quale affermò di ritenere l’aborto «il più grande distruttore della pace» in quanto «guerra diretta, un’uccisione diretta, un omicidio commesso dalla madre stessa».
I “fondamentalisti” pro-life hanno inoltre come riferimento San Giovanni Paolo II (1920-2005), che da un lato condannò ogni minaccia alla dignità del figlio concepito e, dall’altro, spese straordinarie parole di apertura – per dirla con un termine di tendenza – per le donne ricorse all’aborto: «Un pensiero speciale vorrei riservare a voi, donne che avete fatto ricorso all’aborto. La Chiesa sa quanti condizionamenti possono aver influito sulla vostra decisione, e non dubita che in molti casi s’è trattato d’una decisione sofferta, forse drammatica. Probabilmente la ferita nel vostro animo non s’è ancor rimarginata. In realtà, quanto è avvenuto è stato e rimane profondamente ingiusto. Non lasciatevi prendere, però, dallo scoraggiamento e non abbandonate la speranza. Sappiate comprendere, piuttosto, ciò che si è verificato e interpretatelo nella sua verità. Se ancora non l’avete fatto, apritevi con umiltà e fiducia al pentimento: il Padre di ogni misericordia vi aspetta per offrirvi il suo perdono e la sua pace nel sacramento della Riconciliazione. Vi accorgerete che nulla è perduto» (Evangelium Vitae, n.99).
Ecco, questi sono i padri del “fondamentalismo” pro-life. Altro che Robert L. Dear e i giornalisti che, ricostruendo con approssimazione quanto commesso da costui – che rimane un gesto, lo si sottolinea ancora a scanso di equivoci, da condannare senza tentennamento alcuno – lasciano intendere, almeno in Italia, che la lotta armata rientri fra le opzioni alla fine contemplate dai movimenti pro-life i cui militanti, anche se con accenti talvolta difformi, agiscono accomunati da un solo principio: il rispetto di ogni vita umana. Un principio che quel cinquantasettenne della North Carolina brutalmente ignora ma che Planned Parenthood – nelle cui cliniche, come detto, non solo si praticano innumerevoli aborti ma le cui relative procedure vengono «alterate» per ottenere più organi fetali «intatti» e quindi meglio commerciabili – certo non può insegnare. E’ bene ribadirlo perché la causa pro-life è qualcosa di troppo importante e decisiva per essere infangata da chi agisce in modo criminale e quanti, con finalità non molto più nobili, colgono al volo ogni occasione pur di presentare al mondo i movimenti per la vita come califfati de noantri composti da estremisti pronti a uccidere. Anche perché purtroppo c’è sempre qualcuno che ci crede.

giulianoguzzo.com  

0 commenti :

Posta un commento