02 dicembre 2015

Che cos’è la laicità?


di Giuliano Guzzo

Per indagare il tema della laicità è d’obbligo una rigorosa distinzione di concetti che spesso il pressapochismo giornalistico tende ad interscambiare. La laicità è un impasto semantico complesso, sfuggente e polisenso, al punto che non di rado gli stessi studiosi la assimilano alle nozioni di pluralismo, relativismo, sincretismo, pur non essendo, la laicità, sinonimo di nessuno di questi termini. Per cominciare, sul piano dello Stato possiamo, in estrema sintesi, riconoscere la laicità come quella prestazione istituzionale mediante la quale esso pratica e preserva la propria autonomia decisionale. Lo Stato laico quindi è innanzitutto quello autonomo e indipendente.
Se pretendiamo però di accostare alla laicità dello Stato, aspetto prettamente metodologico procedurale, un valore di contenuto, le carte in gioco cambiano e il tutto si complica notevolmente. Se infatti affermassimo lo Stato laico quale fabbrica autoreferenziale di Verità, rischieremmo di rifarci all’interpretazione di Hegel secondo il quale lo Stato deriva dallo Stato medesimo che ha in sé stesso la sua ragion d’essere. Tale lettura, però, rigetta il modello democratico rivelandosi quindi problematica e inapplicabile all’odierno panorama politico. In questo senso, un più interessante contributo ci giunge invece da Ernst Wolfang Böckenförde, il quale afferma che lo Stato liberale e secolarizzato si nutre di premesse normative che però esso, da solo, non può garantire.
Un’osservazione, questa, che trova ampio riscontro nel ripensamento critico che da qualche anno il mondo occidentale va’ alimentando verso sé stesso; un ripensamento che concerne i rapporti tra Stato liberale, democrazia e religione. Come testimoniano anche le recenti rivalutazioni della sfera religiosa ad opera di Jürgen Habermas, oggi le religioni non vengono più considerate “oppio dei popoli”, bensì preziosi “serbatoi” di senso che tanto incoerenti non sono con una sempre più necessaria terapia di rinnovamento etico. Episodi come l’11 Settembre e la guerra in Irak, e realtà come il multiculturalismo e le nuove frontiere della scienza, hanno infatti spinto soprattutto l’Europa, che dell’Occidente è il giardino culturale, a riflettere sulla propria identità prendendo atto dei limiti politicamente maturati.
La suddetta riconsiderazione della religione ha scatenato il confuso parlare di laicità in riferimento al quale abbiamo iniziato il nostro discorso. Il pensiero laicista, che della laicità rivendica accanitamente un profilo contenutistico, reputa non necessario e deleterio questo importante ritorno spirituale, che sociologi come Josè Casanova chiamano di “de-privatizzazione” della religione. Secondo il fronte del laicismo, quindi, lo Stato è in grado di gestire senza sussidio alcuno anche i più ostici dilemmi etici. In realtà questa visione laicista, più che di amore per la laicità, è impregnata di intolleranza. Anche l’etsi Deus non daretur che Gian Enrico Rusconi, citando Huigh De Groot, ha suggerito come filtro laico dell’etica, cela serie insidie.
Estromettere Dio dalla cosa pubblica per custodire immacolata l’autonomia dello Stato è, libri di storia alla mano, una nota premessa dittatoriale. Dostoevskij con la teoria di Ivan Karamazov ci ricorda che “se Dio non c’è tutto è permesso”. Ma se tutto è permesso si nullifica la forza della legge, mentre viene promulgata la legge del più forte il che, in buona sostanza, significa appunto dittatura. Per scongiurare questo rischio è necessario che il carattere egualitario del valore della laicità venga ribadito senza la minima titubanza. La laicità, culturalmente intesa, è piattaforma di confronto libero e condiviso: aperto a tutti. Il malsano equivoco secondo il quale i depositari esclusivi della laicità sarebbero i cittadini non credenti deve perciò essere definitivamente esorcizzato, affinché la si smetta di ritenere il laico credente un “vigilato speciale” deficiente di spirito critico.
Al contrario merita di essere riconosciuto l’importante ruolo di roccaforte etica che la Chiesa assolve ormai da anni, precisamente da quando, con la fine delle ideologie, sì è imposto quel pensiero debole che per principio inorridisce davanti all’emissione di ogni giudizio che non sia palesemente ambiguo o provvisorio. Stiamo ovviamente parlando del relativismo culturale, corrente di pensiero fedele collega di quella laicista nell’accanimento anticristiano. Tuttavia, a differenza dei laicisti, che, seppur ideologicamente, rivendicano una loro verità, i relativisti si spingono oltre, fino a professare un contestualismo a dir poco esasperato. Ogni etica, secondo costoro, è cioè uguale alle altre e da ciò né deriva la verità che non esiste nessuna verità, se non in termini relativizzati. Le contraddizioni di questa corrente di pensiero sono però molteplici.
Innanzitutto parlare di assenza di verità come unica verità significa, di fatto, sacrificare il relativismo stesso per una dottrina dogmatica. In secondo luogo, affermare che tutte le religioni e le etiche da esse partorite sono eguali è palesemente falso. Se tutte le religioni fossero davvero uguali, il dialogo ecumenico non sarebbe possibile né sensato giacché vi sarebbe uno scambio di contenuti identici. Risalta dunque come, se da una parte il laicismo soffre di miopia ideologica, il relativismo è una vera e propria contraddizione in termini. Persino il filosofo francese Jacques Derrida, dopo essersi impegnato in appassionate elucubrazioni atte a palesare la non universalità di concetti portanti dell’Occidente, messo alle strette, lascia indirettamente capire come anche il suo relativismo decostruttivista è, alla fine dei conti, una scelta di valore e perciò contestabile con le medesime argomentazioni da lui brevettate.
Ne consegue, per dirla con Marcello Pera, che la de-costruzione dei valori universali altro non è che “un divertente, tortuoso, gioco dell’oca filosofico” fine a sé stesso. Viceversa la laicità, come testimonia il vivissimo dibattito di questi mesi, dimostra di godere non di buona ma di ottima salute. Il pericolo non è mai nelle polemiche, nemmeno nelle più arroventate. Ma quando inizia a circolare il proposito di imbavagliare la Chiesa o i cattolici, vale a dire importanti interlocutori del dibattito, il dubbio che la laicità sia nel mirino di qualche ideologia intollerante dovrebbe venirci. Credere nella laicità non significa stabilire quali siano i laici provetti e quali i difettosi da censurare, bensì garantire a ciascuno il diritto di opinione. Anche quando queste opinioni risultano scomode, perché dicono – o ambiscono a dire – la verità.


PS. Scrissi questo articolo sei, sette anni fa ma ho inteso ripubblicarlo perché credo che i contenuti, alla luce del dibattito di questi giorni, siano più che mai attuali.

 

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