12 dicembre 2015

Donald Trump: la medicina giusta, la cura sbagliata

 
di Alessandro Rico

Donald Trump ha letteralmente scardinato l’asfittico panorama politico della società americana, che nonostante l’uscita dalla recessione e la sostenuta crescita economica, sta vivendo una fase di profonda crisi identitaria, specialmente a destra. I due mandati di Obama sono riusciti nel capolavoro di radicalizzare l’elettorato repubblicano. Questo fa certamente aggio ai democratici, che come un Vauro qualsiasi non si fanno scrupolo di ricorrere al mantra del fascismo. D’altro canto, la lotta senza quartiere al politicamente corretto, che Trump ha intrapreso, raccoglie una marea di consensi in quella parte del popolo americano che in questi anni ha dovuto ingoiare troppi rospi: la riforma sanitaria, il matrimonio gay, le liberalizzazioni delle droghe, la strumentalizzazione delle tensioni etniche, la stigmatizzazione delle forze dell’ordine, le prese di posizione del Presidente sulle armi, lo scandalo Planned Parenthood.
L’ultima sortita del miliardario newyorkese, che nei sondaggi per le primarie del GOP ha ormai staccato di parecchi punti i suoi concorrenti, come da copione ha messo in moto la filiera mondiale del buonismo. L’idea di sbarrare le frontiere americane ai musulmani è però condivisa dai due terzi dei sostenitori del Partito Repubblicano. Poco importa che a Cassius Clay/Mohammed Alì non piaccia. Pazienza se Mark Zuckerberg compatisce gli islamici, che affrontano la paura della persecuzione – magari un giorno il fondatore di Facebook, cui la manodopera a basso costo degli immigrati può far sempre comodo, si ricorderà pure dei martiri cristiani.
La reazione scomposta della destra americana e il successo di Trump negli Stati del Sud sono la conseguenza di un’umiliazione lunga quasi otto anni. A ciò si aggiungono gli insuccessi di Obama nella politica estera, che per gli statunitensi nutriti da patriottica fierezza è un tema di rilevanza centrale.
La malattia dell’America si chiama politically correct. Ben più che in un’Europa pure deturpata dal “dirittocivilismo”, la retorica umanitarista, femminista, egualitarista, progressista e agnostica negli USA dilaga sui media, tra gli esponenti politici e, manco a dirlo, nel settore accademico, che ha ormai assunto atteggiamenti psicopatologici: autori classici censurati in quanto sessisti o razzisti, cattedre di “gender studies” con funzione propagandistica, persino il preside di una facoltà cacciato a furor di popolo per non aver redarguito con sufficiente severità presunti gruppi razzisti e antisemiti. Lo stesso Obama, nel mese di settembre, aveva dovuto redarguire una deriva che in fondo, fatti i dovuti distinguo, è iscritta nel codice genetico di una nazione dalle radici puritane.
Dinanzi a questa involuzione, la sfacciataggine con la quale Donald Trump dissacra gli idoli della sinistra svolge una sana funzione terapeutica. È la medicina giusta. Ma è la cura sbagliata. Perché Trump non è più solo un eccentrico milionario, che si permette di costruire un grattacielo per fare ombra al palazzo dell’ONU, dice quello che gli passa per la testa e rintuzza, con le sue provocazioni, un dibattito pubblico talmente sterile da prendersela pure con la bandiera confederata. Trump sarà con ogni probabilità il candidato Presidente del Partito Repubblicano. Dalla sua ha il denaro e, nell’era dell’antipolitica, la posizione di uomo anti-establishment. Da leader politico credibile, però, deve essere medico, non farmaco: deve promuovere una piattaforma tanto innovativa quanto realistica, deve offrire un’alternativa esaustiva e lungimirante, deve saper assumere nella forma e nella sostanza l’onere immenso di essere uno dei potenti della Terra. Gli americani meritano riscatto ma anche serietà; vogliono davvero ritornare grandi, come recita il motto della campagna per le primarie, ma hanno bisogno di una terapia somministrata con intelligenza, prudenza, scaltrezza e non solo livore. Queste doti strategiche sembrano mancare a Trump, oltre la cortina polemica che lo mette sotto i riflettori. In tal senso, il milionario newyorkese pare distante anni luce dall’ultimo vero gigante della destra americana, Ronald Reagan. Anche di lui si prendevano tutti gioco per via del passato da attore di serie B. Ma Reagan aveva fatto politica a lungo, godeva di una solida preparazione culturale e aveva investito un capitale politico già ai tempi di Barry Goldwater, sedici anni prima di essere eletto alla Casa Bianca. Che Trump possa reggere il confronto è ancora tutto da dimostrare.

 

2 commenti :

  1. "Trump sarà con ogni probabilità il candidato Presidente"

    ecco, questa frase è veramente comica...

    cmq se penso che il Partito Repubblicano è il partito di Lincoln mi vengono gli occhi lucidi..

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  2. Trump non diventerà presidente, ma la gaia Hilary sarà molto peggio, altro che occhi lucidi.....per cosa poi, vista la fine che ha fatto Lincoln, alla larga dalla Casa Bianca, notorio covo di massoni.

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