17 dicembre 2015

I Down: perseguitati dall'Isis...e dall'Europa

di Giuliano Guzzo
La panna montata della retorica occidentalista – tornata di tendenza dopo le stragi parigine – va assaporata in fretta, il più in fretta possibile. Altrimenti, come accade anche alla migliore delle panne montate, c’è il rischio che si smonti e venga a galla tutto il resto, che non è detto sia altrettanto attraente. Per esempio non lo è lo scoprire come nel Califfato di Al Baghdadi sia stata emessa una fatwa che pare autorizzi «i miliziani a uccidere sui territori amministrati i fanciulli down o nati con malformazioni fisiche e psichiche […] i miliziani avrebbero già trucidato con iniezioni letali o per soffocamento una quarantina di bambini di età compresa fra una settimana e tre mesi e nati con qualche handicap» (Il Giornale, 15.12.2015, p. 13).
Che c’entra tutto questo con la panna montata occidentalista? C’entra eccome perché, se confermata, questa notizia – ripresa dai giornali di tutto il mondo e diffusa in primo luogo dal blog iracheno di informazione Mosul Eye, è iniziata a circolare proprio nelle stesse ore di un’altra italiana di tenore non molto più allegro, vale a dire quella dell’avvenuta condanna, da parte della Corte di Cassazione, di un ginecologo di Mantova il quale, non essendo andato oltre gli esami indispensabili, come il bi-test, con la propria condotta ha sostanzialmente concorso a far venire al mondo – cosa terribile, evidentemente – un bambino Down che i genitori, se pienamente informati delle sue condizioni di salute, avrebbero abortito (cfr. Cass. Civ. Sent. n. 24220, 27.11.2015).
Dunque, anche se addolora doverlo riconoscere, rispetto al rifiuto dei bambini non perfettamente sani l’ISIS e l’Italia così lontani poi non sono; un discorso che naturalmente interessa l’intera Europa: dalla Danimarca, che entro il 2030 vuole – a suon di aborti e diagnosi prenatali – agguantare l’agghiacciante primato di primo Paese al mondo «Down Syndrome Free», fino ad Inghilterra e Galles, dove nel 1990 le diagnosi prenatali di sindrome di Down erano state 1.075, mentre nel 2008 hanno toccato quota 1.843 (+70%), crescita considerevole alla quale, in conseguenza di un massiccio ricorso alla pratica abortiva, non è però corrisposto un aumento delle nascite, che invece sono addirittura calate di 1 punto percentuale, passando da 752 a 743.
E che dire del deputato francese Olivier Dussopt, vicepresidente del gruppo socialista in seno all’Assemblée nationale il quale, quando sente «che “purtroppo” il 96% delle gravidanze con sindrome Down finisce con l’aborto», si chiede «perché ne rimane il 4%?». La sola, tangibile differenza con l’ultima trovata dei miliziani dell’ISIS, a questo punto, è di carattere formale: in Europa l’eugenetica a spese di bambini “non perfetti” è limitata alla fase prenatale – oppure serpeggia nel preoccupante consenso che da tempo, in più di qualche Paese del Vecchio continente, aleggia sull’eutanasia neonatale -, mentre laggiù, nel Califfato, pare siano più spartani, in tutti i sensi. Però la sostanza è la medesima: il rifiuto dell’idea che la vita umana possieda un valore intrinseco, connaturato alla sua stessa esistenza.
Anzi, a ben vedere si potrebbe dire che, nel rifiutare i bambini “non perfetti”, sia l’ISIS, in un inquietante convergere di orrori, ad aver imparato la lezione di un’Europa nella quale si fa molto presto a parlare di «valori», ma si fa infinitamente fatica – al di là della solita filastrocca sull’integrazione europea – ad intendersi su quali poi siano, questi benedetti «valori». Perché fare in modo, ancorché con la legittimazione dell’ordinamento giuridico, che un essere umano possa venire eliminato solo perché non corrispondente alle attese o a determinati standard non è affatto civiltà, ma barbarie; e infatti gli uomini del Califfato – che della materia sono riconosciuti specialisti – non ci hanno pensato due volte, sia pure a modo loro, a replicarla. Faremmo dunque bene come Italia, come Europa e come Occidente a chiederci se, più che uno scontro di civiltà di huntingtoniana memoria, quello che oggi vede protagonista l’ISIS in realtà non sia che l’ultima puntata di un processo di implosione di civiltà, di un collasso valoriale che purtroppo separa Berlino, Parigi e Roma dal Califfato in modo molto più sottile di quanto si pensa. E se la risposta a questo inquietante quesito fosse positiva, se davvero l’eugenetica targata ISIS fosse consustanziale quella praticata in Europa ieri dal regime nazionalsocialista (a sua volta anticipato, in questo, da alcuni Stati americani) ed oggi in Stati apparentemente civili, prima di farsi servire ancora la panna montata del quanto noi siamo “belli”, “bravi” e “progrediti”, meglio, guardandosi allo specchio, pensarci due volte.
Quest’invito all’autocritica, sia ben chiaro, non vuole essere un modo per porre dissennatamente sullo stesso piano Califfato ed Europa ma, al contrario, per impedire che lo finiscano. Il fatto che il rispetto della vita umana – per di più di quella dei soggetti più deboli, quali sono i portatori di handicap – non sia pienamente assicurato né in seno alla Vecchio Continente né fra gli jihadisti dovrebbe suonare allora come un campanello d’allarme, come la prova che lo squilibrio di un popolo inizia quando cessa di rispettare se stesso, allentando i diritti dei propri componenti più fragili. Se siamo dunque convinti che l’ISIS sia il male assoluto e che sia utile solo ad indicarci cosa non fare, da domani – come europei – dovremmo metterci a tutelare maggiormente, e senza tentennamenti, i figli disabili: ne saremo in grado? La lunghezza della notte dipende anche da questo. giulianoguzzo.com
 

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