28 dicembre 2015

Kreuzweg: quando il sacrificio cristiano della vita diventa scandalo


di Giorgio Vedovati

Non occorre stracciarsi le vesti alla vista dell’immagine: non voglio parlarvi dell’ennesima scenetta blasfema di chissà quale intellettualoide radical-chic, né del solito para-storico saltato fuori per “dimostrare” che N.S. Gesù sarebbe stato in realtà una donna. Punto di partenza di questo contributo è il film “Kreuzweg. Le stazioni della fede” del regista Dietrich Brüggemann, uscito da poco in Italia e che ha sollevato – volutamente – diverse polemiche.
La trama, semplicissima, racconta l’avvicinarsi alla Cresima della quattordicenne Maria e si focalizza sulla sua ricerca del Paradiso, in una sorta di parallelismo con la Passione di Cristo: nel susseguirsi delle scene, scandite dalle didascalie delle stazioni della Via Crucis, la ragazza sopporta le incomprensioni e le provocazioni della quotidianità sviluppando dentro di sé il desiderio di offrire la propria vita a Dio, soprattutto come sacrificio di espiazione della sua inadeguatezza e nella speranza di poter ottenere la grazia della guarigione del fratellino malato Johannes. Viene descritta, insomma, una santa, pienamente consapevole della missione cristiana, del pericolo del peccato, della necessaria purificazione per potersi conquistare il Paradiso.
Tutto perfetto, quindi? No, perché l’intento del film vuole essere una demonizzazione della fede. Maria e la sua famiglia, infatti, appartengono a una fantomatica Congregazione di San Paolo (ovviamente di orientamento tradizionalista), diffidano dei cristiani tiepidi, seguono un catechismo approfondito e dottrinalmente corretto, vanno alla Messa in latino e si confessano, cercano di vivere con serietà e coerenza la vita quotidiana secondo la loro Fede: tutte cose presentate in una luce negativa, retrograda e repressiva. Per dare un tocco di ulteriore follia a questa misera famiglia cristiana, la madre – prostrata dalla prova enorme di un figlio afflitto da una misteriosa malattia che gli impedisce di parlare – è presentata come una psicopatica[1], che inveisce ripetutamente contro la stessa figlia e governa il focolare domestico con un piglio dittatoriale, tanto che persino il marito appare totalmente succube. Per non parlare dell’ossessione che questa comunità dimostra verso la musica profana, considerata uno strumento demoniaco: una condanna totale e perentoria, che non ammette sconti e contribuisce a ostacolare la relazione tra Maria e il suo compagno di scuola Christian. Al di là dell’invito a diffidare da messaggi spesso anticristiani, voi avete mai sentito un qualsiasi tradizionalista cattolico, anche dei più fondamentalisti, perdere completamente le staffe al solo sentir parlare della musica soul o pop? Semplicemente, siamo di fronte al solito trucco: per screditare l’avversario, se ne esasperano i tratti descrivendolo come un folle fondamentalista, incapace di dare spazio ai sentimenti e totalmente accecato dalla propria ideologia. Così che la pellicola diventa una condanna alla religione cattolica, colpevole della morte della ragazza, del clima di costante repressione e delle psicosi dei personaggi. Questo, almeno, l’obiettivo del regista.
In realtà, se ci accostiamo al film senza paraocchi, possiamo trarne anche spunti ben diversi. Anzi, potremmo arrivare non solo ad ammirare la protagonista per il suo sacrificio eroico, ma anche a interrogarci su noi stessi, riflettendo sulle nostre debolezze e tiepidezze quotidiane. Percorrendo tutte le quattordici stazioni, non c’è alcun insegnamento – espresso da padre Weber o da Maria – che abbia pecche dottrinali. La mancanza maggiore dei membri della Congregazione di San Paolo, semmai, è un troppo debole realismo, restando inevitabile affrontare un mondo contemporaneo fortemente scristianizzato e avverso ai valori spirituali più profondi. Inoltre l’accuratezza con la quale sono descritti questi “tradizionalisti” permette un qualcosa di straordinario: la trasformazione del canale cinematografico in strumento di evangelizzazione, perché tutti possono ascoltare lezioni di catechismo di grande precisione e profondità (per esempio sul valore dei Sacramenti) e seguire diverse formule liturgiche e preghiere (si rappresenta il rinnovamento delle promesse battesimali dei cresimandi e viene recitata interamente un’Ave Maria). Si può addirittura assistere alla Confessione di Maria a padre Weber (scena quinta), ammirandone la profondità e l’autenticità: il sacramento richiede l’espiazione dei peccati tramite il tentativo di rimediare agli errori (la ragazza, che ha raccontato una bugia alla madre, dovrà dirle la verità e proprio così farà), non si risolve in uno sbrigativo lavaggio superficiale della coscienza cercando giustificazioni. Senza svelare troppi altri dettagli, merita una citazione anche la fantesca Bernadette, mite e saggia, dotata di una fede sincera e che costituisce agli occhi della protagonista un vero e proprio modello di vita, benché non riesca a capire fino in fondo il sacrificio di Maria e cerchi di convincerla a non lasciarsi morire.
Ci sono poi tutta una serie di frecciate che, involontariamente, il regista lancia alle pratiche più o meno degenerate dei cattolici contemporanei. Ne è un esempio l’interessante scambio di battute sulle modalità della Comunione tra Maria, fermissima sui propri principi e impegnata nel tentativo – non troppo convinto – di comunicarli agli altri, e Christian, mentre stanno svolgendo i compiti in biblioteca durante la terza scena:
Maria: «Noi riceviamo l’Ostia direttamente sulla lingua».
Christian: «Assurdo…».
Maria: «Sì, sì, assurdo… Tutti quanti dicono che è assurdo; invece toccare il Sacramento con le mani come se fosse un pezzo di pane… quello è molto peggio!».
Forse non il grande pubblico, ma noi siamo sensibili a questi temi e senz’altro non ci viene da scherzarci sopra, bollando la convinzione della protagonista come inutile paturnia. La stessa posizione generale dell’autore, in realtà, è più complessa di come potrebbe sembrare: il sacrificio di Maria sembra infatti riuscire gradito a Dio, che scioglie la lingua a Johannes e lo fa iniziare a parlare proprio nel momento in cui la sorella muore, suscitando negli spettatori interrogativi che restano aperti.
Più del film in sé, mi interessa però qui la recezione della critica italiana, che ha presentato la pellicola come la denuncia di ogni fondamentalismo (non si sa su quali basi) e come adatto addirittura a un pubblico di atei (che non capirebbero la maggior parte dei concetti espressi). Se non c’è da stupirsi di fronte al pullulare di opinioni anticlericali, talvolta radenti la comicità (è il caso di Goffredo Fofi su “Internazionale”[2]), la vera perla è fornita dal prof. regista don Roberto Di Diodato su “Famiglia Cristiana”[3], che ci ricorda quanto rancorosi siano lo “Spirito del Concilio” e la “Chiesa della misericordia”. Secondo costui, peraltro un esperto di cinema, emergerebbe «un astio nei confronti della Chiesa cattolica che appare fuori dal tempo», ma – oso sommessamente notare – si rivela maggiore la sua avversione verso la Tradizione e i suoi umili seguaci. Maria, infatti, sarebbe addirittura «una vittima innocente, uccisa da una fede disumana. Una “Passione di Giovanna d’Arco” capovolta, dove Giovanna non è condannata da un tribunale, ma dalla propria intransigenza». Tralasciando il giudizio sul gesto, che deriva unicamente dalla speranza di poter aiutare il fratello malato e di ottenere il Paradiso (si sa, del resto, che molti storcono il naso al solo sentir parlare di penitenze, sacrifici e Giudizio), questo viene ricondotto a una criminale opera di circonvenzione di incapaci compiuta dalla setta tradizionalista: «Maria  è fortemente spinta a professare una fede cattolica tetramente calvinista. Il prete della chiesa (padre Weber) e sua madre sono i principali ministri di questa pozione venefica». Peccato che la madre non contempli nemmeno l’ipotesi che la malattia di Johannes possa avere l’“approvazione” divina, tanto da arrabbiarsi fortemente con Maria quando questa prova ad affrontare il mistero della malattia ricollegandolo all’insondabilità della volontà di Dio, e rimproveri costantemente la figlia perché non si cura a sufficienza della propria salute. Non solo: Padre Weber, sia nel colloquio dopo il catechismo della prima scena sia durante la Confessione, cerca di distogliere Maria dal suo proposito, ricordandole che «Dio ha bisogno di noi sulla terra, soprattutto di coloro che lo amano più di tutti»[4].
Don Di Diodato però insiste: «Quello che è davvero inquietante in questo film è che la causa della morte è la fede cattolica. Una fede ossessionata dal peccato e dal demonio, implacabile verso i sentimenti, insensibile alle fragilità, senza nessuna misericordia, votata al sacrificio e all’autopunizione». Ecco qua: è la solita presunta contrapposizione tra la misericordia (quella tanto celebrata in Papa Francesco) e la fredda intransigenza che ancora si preoccupa del male e dell’Inferno. È colpa della Congregazione di San Paolo, di padre Weber o di Maria se il mondo contemporaneo ha cancellato la nozione di peccato, spandendo a larghe mani i fiori di un vuoto buonismo che troppo spesso finisce per acconsentire all’errore pur di non creare divisioni e scontenti? Ma niente, è il solito disco rotto: «Dietrich Brüggemann traccia il ritratto di una Chiesa cattolica che non esiste più, se non nella sua mente. Tira fuori della soffitta una Chiesa incartapecorita e arteriosclerotica, che non ha riscontro nella realtà di oggi. Una Chiesa che vive la sindrome dell’accerchiamento e che continua ad adoperare la lingua latina come una barriera contro le ondate furibonde del male». Il paradosso è proprio questo, con tanto di conferma solenne: non esisterebbe più la vera Chiesa cattolica, nata e sviluppatasi nei secoli grazie a una costante interpretazione chiara di Sacre Scritture e Tradizione e giustamente attenta ad arginare l’inevitabile perversare del demonio sul mondo terreno, di cui è principe. Tutto vecchio, tutto falso! L’obiettivo pare essere diventato il godimento della vita terrena, perché quella di Maria, invece, «è una via crucis che porta l’uomo alla morte più assurda e insensata». Non c’è più una trascendenza, non c’è più una concezione della vita come cammino per ottenere la vera pienezza nella vita eterna, non c’è più la paura dell’Inferno e l’umile ambizione al Paradiso. Siamo solo noi, malati bigotti ossessionati dal latino (strano, non hanno citato i merletti!), che vogliamo difenderci dagli assalti del male: il male non esiste più, lo ha sconfitto il Concilio Vaticano II!
Per carità, va sicuramente evitata l’esasperazione della contrapposizione agli altri fedeli, anche se meno consapevoli, e alle forze demoniache, ma l’unico personaggio veramente ossessionato nel film è la madre e l’unica esagerazione è quella sulla musica. Per il resto emerge, da parte dei protagonisti, un giusto richiamo a una vita coerente e attenta, capace anche – senza alcuna costrizione – di scegliere dei sacrifici. Prendiamo l’esempio della bellissima prima scena, in cui i sei giovani cresimandi sono riuniti per una lezione di catechismo e ascoltano, con attenzione e sincera partecipazione, le ispirate parole di padre Weber, il giovane sacerdote ovviamente in talare. Citando i Cristeros messicani e i molti giovani martiri, si esorta sì a essere soldati di Gesù Cristo, ma si ribadisce con forza che la battaglia da combattere è soprattutto all’interno del proprio cuore e che occorre amare sempre il prossimo, accostandosi con il sorriso sulle labbra anche quando si riprende un errante che ci appare come nemico: l’obiettivo dev’essere sconfiggere Satana, il vero nemico, salvando più anime possibile. Costituiscono pertanto un pericolo i tanti cattolici tiepidi, di cui anche noi vediamo costantemente troppi esempi, che creano confusione e favoriscono l’avanzata del Nemico. È qui che padre Weber, benché sempre con bonomia e senza soffermarsi sulle colpe individuali, inserisce l’unica breve filippica del film di tono vagamente lefebvriano (si tratta pur sempre di un accenno semplificativo all’interno di un discorso ben più ampio): «Perché il Papa e il Vaticano hanno girato le spalle a duemila anni di Tradizione cattolica. Celebrano la Messa davanti al popolo, hanno abolito il latino e negano addirittura l’esistenza di Satana e dell’Inferno. […] ma con il Concilio Vaticano II i nemici sono riusciti a raggiungerla [: la Chiesa] e a scavare una breccia nelle sue mura. Il demonio in persona s’è introdotto nella Chiesa». Al di là della menzione del Pontefice, sulla difficile interpretazione dei cui pronunciamenti e gesti soprassediamo sospendendo il giudizio con devozione filiale, sono questi sentimenti diffusi ben oltre gli ambienti tradizionalisti, ricollegandosi, del resto, a quanto disse già quel pericolosissimo estremista di Paolo VI.
Sarebbe insomma curioso chiedere a don Di Diodato cosa ne pensa del Beato Rolando Rivi, che, pur potendo evitare il martirio e conservare la vita, ha scelto di non rinnegare la propria fede venendo trucidato dalla furia partigiana, o delle tantissime vergini martiri dei gloriosi primi secoli dell’era cristiana o dei tanti Santi bambini. O ancora chiedergli se, almeno, nota la differenza tra il fondamentalismo islamico, che spinge a uccidere altre persone, e questo sacrificio cattolico, vissuto come dono a Dio della sola propria vita in vista del bene (proprio, in vista della salvezza, e altrui, se si ottengono delle grazie). Non arriviamo a pretendere un commento sulla stoccata contro l’errato ecumenismo, che Brüggemann ha messo in bocca – per screditarla – alla madre ormai delirante mentre sta scegliendo la bara della figlia nella tredicesima scena: già troppi, all’evangelico «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà» (Gv 11,25), si brigano di aggiungere un «tranquilli, va bene anche se non credete: siete comunque invitati all’aperitivo interreligioso per la pace nel mondo!».
Come affermò più volte il Cardinale Ratzinger, «il ritenere che vi sia realmente una verità, una verità vincolante e valida nella storia stessa, nella figura di Gesù Cristo e della fede della Chiesa, viene qualificato come fondamentalismo»[5]. Pertanto, senza curarci troppo delle opinioni altrui, guardiamo pure il film “Kreuzweg” e lasciamo pure che i protagonisti vengano etichettati come fondamentalisti: traiamone quanto di positivo esso può dare, soprattutto a noi che ci picchiamo di masticare qualcosa di Cattolicesimo.





[1] Il personaggio della madre, senz’altro quello più negativo (e meno realistico) del film, costituisce una sorta di macchietta del fondamentalista, estraniato dal mondo e incapace di capire le ragioni dell’altro, benché anch’essa sappia dimostrare talvolta le proprie debolezze, svelando, al di là della rigidezza e della freddezza esteriori, il suo profondo dolore interiore e l’attaccamento ai figli.
[2] Vd. http://www.internazionale.it/opinione/goffredo-fofi/2015/11/03/kreuzweg-film-recensione, dove si arriva a dire che «è certo che Maria muore perché vittima di un’educazione intransigente e crudele (il giovane prete e sua madre sono figure antipatiche, anzi odiose)», prima di avventurarsi in analisi ecclesiologiche a dir poco approssimative. Molto più equilibrato, invece, è il parere di Gianluca Bernardini per le sale di distribuzione cattoliche (vd. http://www.sdcmilano.it/parliamone-con-un-film/in-kreuzweg-le-stazioni-della-fede-br-viene-messo-in-discussione-br-ogni-fondamentalismo-religioso-1.117252), che coglie l’ineludibilità di molte domande suggerite dal film ai credenti circa il loro modo di vivere la fede cattolica.
[4] Il sacerdote, tuttavia, non può negare l’esempio di tanti Santi e deve riconoscere che solo Dio può decidere se accettare o meno il sacrificio che la ragazza è disposta a compiere.
[5] J. Ratzinger, Fede, verità, tolleranza, Cantagalli 2003, p. 124. Sulla stessa linea si è segnalato anche l’ottimo Marcello Pera, secondo il quale al giorno d’oggi «il vero non esiste più, la missione del vero è considerata fondamentalismo, e la stessa affermazione del vero fa paura o solleva timori» (Marcello Pera – Joseph Ratzinger, Senza radici, Mondadori 2005, p. 36).

 

3 commenti :

  1. Qua non arriverà mai, visto che anche Cristiada mai ha visto la luce, consiglio la visione di un film austriaco in b/n, Il nastro bianco, anche qui si parla di cresimandi, ma evangelico protestanti, film austriaco che si toglie qualche sassolino da lato cattolico.....tengo a precisare che Rivi non fu l'unico religioso ammazzato dagli 'eroici partigiani', nella zona attraversata in toto dalla linea gotica, furono diversi i preti assassinati, impalati e discerpati oltre a tanti cattolici laici spariti nel nulla, tutti sapevano, ormai l'età dei testimoni è tale da avere poche possibilità di giungere ad una sia pur piccola testimonianza di verità, gli ammazzamenti vennero imputati ai tedeschi in fuga, ma non è così, ma noi il 25 aprile abbiamo il nostro pantheon degli eroi immortali, sì, quelli che mettevano bombe nei bidoni della spazzatura poi si squagliavano, a loro medaglie d'oro al valor militare, ai laici i morti, come sempre in tutte le dannate, sporche guerre di questo mondo infame.

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  2. In realtà è appunto uscito in Ottobre anche in Italia e regolarmente doppiato, così come ultimamente è stato diffuso in diverse sale cinematografiche italiane "Cristiada". Certo, non si è avuta una grande pubblicità e non si è arrivati nelle primarie reti di distribuzione (nel caso di "Kreuzweg" forse meglio, perché un pubblico di atei o di cattocomunisti ne avrebbe tratto solo ulteriore spunto per parlar male della Chiesa). Saluti

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  3. Beh insomma, anche se questo film probabilmente non lo vedremo, sembra che il diavolo faccia le pentole ma non i coperchi... c'è il rischio che qualcuno apprenda un po' di dottrina cattolica. I commenti di FC invece non interesseranno a nessuno.

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