04 dicembre 2015

Papesse. Da Giovanna alla Chaoqui, la scandalosa storia delle “quote rosa” in Vaticano


di Francesco Mastromatteo

"La papessa". Questo è il titolo che la stampa, piuttosto pomposamente, ha attribuito a Francesca Immacolata Chaoqui, l’esperta di pubbliche relazioni e lobbista dapprima chiamata in Vaticano nella commissione voluta da Papa Francesco per lavorare al rinnovamento della curia e poi finita nello scandalo di “Vatileaks 2” sui “corvi” vaticani. 
Un attributo, quello di papessa, che richiama alla mente figure di un torbido passato della Chiesa di Roma, tra storia e leggenda. E’ forse più famosa, anche se si tratta di un personaggio di pura fantasia, la papessa Giovanna, protagonista anche di un film di qualche anno fa, che secondo la tradizione sarebbe stata una monaca di origine inglese, spacciatasi per un sapiente ecclesiastico di nome Giovanni Anglico e riuscita a salire sul soglio petrino con il nome di Giovanni VIII tra l’855 e l’858, finché non venne l’inganno non venne scoperto durante una processione tra il Colosseo e San Clemente, quando Giovanna partorì un bambino tra lo stupore e l’indignazione della folla. Una storia che ebbe molto successo nel Medioevo e che venne dimostrata storicamente falsa solo nel ‘500, ma che incarnò senz’altro nella mentalità dell’Età di Mezzo la consapevolezza del grado di corruzione raggiunto dalla Chiesa nei secoli prima dell’anno 1000. Se però Giovanna resta un personaggio di pura fantasia, seppur suggestivo, storicamente esistita e dalla vita davvero scandalosa fu Marozia, “papessa” di quella che è stata definita l’età della “pornocrazia romana”.

“Bella come una dea, focosa come una cagna”, così la definisce il linguacciuto Liutprando, vescovo di Cremona, nel (politicamente fazioso) ritratto a tinte fosche che fa di uno dei personaggi più scandalosi della storia medievale ed ecclesiastica. Certamente, senza correre il rischio di passare per diffamatori, potremmo dire che fu spregiudicata, opportunista, intrigante e megalomane. Figlia del senatore Teofilatto e di Teodora, già adolescente sale alla ribalta della Roma papalina, quella a cavallo tra IX e X secolo, che tra complotti, intrighi di potere tra fazioni nobiliari, torbide tresche e processi a cadaveri di papi  non sfigurerebbe in una saga alla “Games of Thrones”.

Amante di un pontefice che è anche suo cugino, Sergio III, con cui viveva apertamente more uxorio in Laterano, Marozia apparteneva a uno dei lignaggi più potenti dell’Urbe, e seguendo la tradizione di famiglia, da vera  manovratrice della fazione spoletina, fece e disfece la trama del potere romano, intrecciando, dopo la morte repentina e misteriosa di Sergio, da cui aveva avuto il figlio Giovanni, una relazione con Alberico di Spoleto, cavaliere di origine germanica e marchese di Camerino.

I due riescono a imporre sul soglio di Pietro diversi papi-fantocci, del tutto ligi ai loro voleri, finché non viene eletto l’ambizioso Giovanni X, già amante della madre di Marozia e secondo i maligni suo vero padre, che si dimostra di ben altra stoffa rispetto ai predecessori e inizia a tessere alleanze sgradite ai Teofilatti e ad Alberico. Giovanni concede la corona di Re d’Italia a Berengario, che si copre di gloria sconfiggendo i Saraceni nella battaglia del Garigliano, ma muore in una congiura. La corona d’Italia resta di nuovo senza titolare, i rapporti tra Giovanni da una parte, Marozia e Alberico si incrinano definitivamente. Dopo alterne vicende sarà il pontefice ad avere la meglio, Alberico è costretto a fuggire ad Orte, dove il popolino, fedele al papa, lo uccide nel 924.

A questo punto Giovanni sembra aver chiuso la partita, quando Ugo di Provenza viene eletto nuovo Re senza nemmeno la richiesta di avvallo papale. Marozia, abilissima a fiutare il vento e usare il suo fascino per salire sul carro del vincitore, ne approfitta e sposa Guido, duca di Toscana e fratello di Ugo. Con i nuovi alleati conquista Roma e Giovanni finisce rinchiuso a Castel Sant’Angelo, dove morirà l’anno dopo, anche stavolta probabilmente a causa di una opportuna dose di veleno.  Marozia si fa nominare senatrice dell’Urbe e riprende l’antica passione per le trame, mettendo sul soglio petrino diversi pontefici scialbi e manovrabili in attesa che il suo primogenito Giovanni, non avesse raggiunto una età appena decente per poter divenire papa. Pare infatti ne avesse appena  ventuno, quando nel 931 venne eletto, con il nome di Giovanni XI, divenendo né più né meno il mero strumento con cui l’energica Marozia governa la Citta Eterna secondo il suo volere.

Nemmeno la morte del marito Guido e l’età non più verde le impedisce di ricorrere ancora una volta alle sue capacità seduttive, usate stavolta con il cognato Ugo, il Re d’Italia, che sposa in barba alle leggi ecclesiastiche, grazie a una dispensa che lo fa dichiarare figlio illegittimo pur di aggirare l’impedimento dovuto ai rapporti di sangue con Guido.  A celebrare le scandalose nozze, che vedono Marozia diventare Regina d’Italia, è proprio Giovanni XI, del tutto succube della potentissima madre. E’ il trionfo assoluto della “papessa”, già (forse) figlia, amante e madre di pontefici, che sognava, dando in sposa una figlia a un principe bizantino, di ricostituire sotto di sé l’impero romano e che era diventata la padrona di Roma. 

Come però spesso accade nella storia, il destino assume un volto beffardo: un altro figlio, il secondogenito Alberico, duca di Spoleto, dal carattere molto meno remissivo, non accetta di spartire il potere con il rozzo patrigno e cala su Roma, scacciando Ugo dopo aver sobillato il popolo e rinchiudendo il fratello in Laterano, dove il povero Giovanni morirà appena venticinquenne.

E Marozia? Proprio lei, la “papessa”,  l’indomita signora di Roma, la donna abituata a farsi obbedire da re e papi, ormai vecchia e sconfitta, deve cedere lo scettro dell’Urbe al figlio che le somigliava per indole ed ambizione, l’unico uomo in grado tenerle testa. Finisce i suoi giorni rinchiusa in convento, morendo nel silenzio e nella solitudine, dopo una vita passata sul palcoscenico del potere. Ritratto di una Roma moralmente corrotta  e di una Chiesa più “meretrix” che “casta”, certo; ma, dato che nemmeno i papi più corrotti e indegni della Cattedra di Pietro compirono atti contro la fede, forse preferibile a quella attuale, dove le “papesse” chiamate ad attuare la volontà di pulizia e di “glasnost” vaticana tanto sbandierata dalle alte sfere, e a cui la sorte di Marozia sarà senz’altro risparmiata, si rivelano peggiori del male a cui dovrebbero porre rimedio. Facendoci quasi dire, “aridatece Marozia”…
 

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