14 dicembre 2015

Storia di Evgenij: il soldato russo che non rinnegò la croce

di Fabio Petrucci
«Il soldato russo Evgenij Rodionov è sepolto qui. Ha difeso la sua patria e non ha rinnegato Cristo. È stato giustiziato il 23 maggio 1996, alla periferia di Bamut». Questa iscrizione, scolpita sulla croce che sovrasta la tomba di un milite della prima guerra cecena, è l’incipit ideale per introdurre un’edificante storia di fedeltà a Cristo sublimata con la palma del martirio. Si tratta della coraggiosa storia di un soldato russo oggi venerato alla stregua di un santo, ma anche della commovente vicenda di una mamma che ha incontrato Cristo per mezzo del martirio del proprio giovane figlio.
La desolante realtà della Russia yeltsiniana e la brutalità dei fondamentalisti ceceni fanno da sfondo a un dramma che - al pari di tanti episodi recentemente accaduti ad altre latitudini - ci ricorda che quella dei martiri non è solo la storia remota dei primi seguaci di Gesù, ma una realtà sempre attuale nella vita delle comunità cristiane. E la vicenda di questo ragazzo dei sobborghi moscoviti, che non abbandonava mai la piccola croce d’argento donatagli dalla nonna, riflette in profondità l’anima cristiana del popolo russo - miracolosamente scampata a settant’anni di ateismo marxista - ed il suo complesso rapporto con le terre selvagge e bellissime del Caucaso, perennemente insanguinate dal fanatismo e dalla violenza.
Evgenij Aleksandrovič Rodionov nacque a Čibirlej, piccolo villaggio dell’oblast’ di Penza, il 23 maggio 1977. La sua era una comune famiglia sovietica, composta da genitori cresciuti sotto la cappa dell’ateismo di Stato e piuttosto indifferenti nei confronti della religione. La mamma di Ženia (vezzeggiativo di Evgenij) decise di far battezzare il bambino solo quando costui aveva già superato il primo anno di vita. A spingerla verso il battesimo di Evgenij non fu la devozione, ma il timore per la salute del bambino, associato alla credenza popolare secondo cui il battesimo avrebbe preservato le condizioni dei neonati. Come per altre famiglie sovietiche dell’epoca, spettò ad una nonna l’arduo compito di tenere viva la fiamma della fede ortodossa. E fu così che verso gli undici anni Evgenij - che nel frattempo si era trasferito con la famiglia nell’oblast’ di Mosca - tornò dalle vacanze estive con una croce ed una catenina d’argento al collo, spiegando alla madre stupita che quello era un dono della nonna, che lo aveva portato in chiesa per la confessione e la comunione. Ljubov’ - il nome della madre di Evgenij equivalente all’italiano “Amore” - tentò di dissuadere il bambino dall’indossare la croce in pubblico, ma il suo piccolo Ženia non cedette: quella croce, poi legata ad una cordicella, lo accompagnerà fino ad un orribile sepolcro di calce e terra nella lontana Cecenia.
Nel 1995 Evgenij - il cui sogno era diventare cuoco - fu chiamato a servire nell’esercito. Insieme ad altre giovanissime reclute, il futuro martire fu assegnato al servizio di guardia di frontiera in Cecenia, dove l’esercito era impegnato nella sanguinosa campagna contro i guerriglieri jihadisti. La disastrosa conduzione della campagna è stata ben descritta in un recente articolo di Mario Rimini apparso su Il Foglio: «L’Armata rossa non solo aveva cambiato nome. Non esisteva neanche più. C’era, al suo posto, l’esercito di Yeltsin. Della nuova Russia occidentale, prediletta discepola degli amici d’America. Un’armata brancaleone di ragazzini adolescenti strappati alle famiglie e scaraventati al fronte. Mezzi antiquati e colonne sbandate. Strategie militari da prima guerra mondiale. Se un simbolo della rovina materiale, morale e umana in cui la transizione benedetta dall’America aveva gettato la Russia esiste, questo è senz’altro la campagna cecena di Pavel Grachev». Prima di partire per questo gravoso impegno Evgenij si dimostrò fedele ad un’antica tradizione russa, la quale vuole che i soldati portino con sé un nastro recante alcuni passi del Salmo 90 (91): uso immortalato anche nel celebre romanzo “Il dottor Živago” di Boris Pasternak. Nella notte del 13 febbraio 1996 Evgenij ed altri tre giovani soldati furono assegnati ad una postazione di controllo a 200 metri dalla loro base, nei pressi del montagnoso confine tra le repubbliche della Cecenia e dell'Inguscezia. Nella piccola postazione mancavano l'elettricità e gli strumenti per comunicare con la base. Ad un certo punto i giovani soldati fermarono un’ambulanza per un controllo. A bordo c’erano il guerrigliero ceceno Ruslan Chajchorev ed alcuni seguaci. Trasportavano armi. Nessuno soccorse i quattro soldati, i quali - giovani e inesperti com’erano - furono rapiti. Tra i superiori si diffuse l’erronea convinzione che Evgenij e i suoi compagni avessero disertato. Quando Ljubov’ venne a sapere della scomparsa del figlio pensò che costui non avrebbe mai compiuto una simile azione. Si recò quindi in Cecenia, determinata a ritrovare suo figlio, e scoprì che era stato rapito. Nel suo peregrinare in quelle terre dilaniate dalla guerra, Ljubov’ conobbe la forza della preghiera ed in Inguscezia ricevette il sostegno materiale e spirituale di un sacerdote ortodosso. Lì, per la prima volta, si accostò alla comunione. Dopo circa 100 giorni di prigionia e indescrivibili torture, il 23 maggio 1996, nel giorno del suo diciannovesimo compleanno, Evgenij fu ucciso nel villaggio di Bamut. Conosciamo le circostanze dell’esecuzione grazie ai colloqui intercorsi tra Ljubov’ e l’assassino del figlio, Ruslan Chajchorev. I due ebbero 17 colloqui a partire dal settembre 1996, nel corso dei quali il terrorista ceceno (morto nel 1999) svelò di aver dato ad Evgenij l’opportunità di sopravvivere, concedendogli la scelta tra la conversione all’islam - spogliandosi della croce e unendosi al jihad antirusso - o la morte. Avendo deciso di non rinnegare la sua fede cristiana, Rodionov fu decapitato con una sega arrugginita. La brutale esecuzione avrebbe richiesto circa un’ora per essere ultimata e sarebbe stata anche filmata. Il corpo di Evgenij, privo della testa, fu gettato in un cratere conseguente ad un bombardamento e ricoperto di calce e terra. Al suo fianco c’erano i cadaveri dei tre compagni. Il giorno dopo le truppe russe arrivarono a Bamut. Troppo tardi.
Ljubov’ continuò a vagare per la Cecenia, incontrando madri di altri soldati scomparsi e cercando contatti con i guerriglieri ceceni. Dopo i colloqui con Chajchorev, la madre di Evgenij riuscì a scoprire il luogo di sepoltura. Quest’informazione le costò 100 mila rubli da pagare ai carnefici del figlio, ipotecando la casa. Quando le operazioni di disseppellimento ebbero luogo, Ljubov’ ebbe la conferma definitiva della morte di Ženia. Accanto al corpo del ragazzo fu trovata la piccola croce d’argento da cui non si staccava mai. Era macchiata di sangue. Cinque giorni dopo il funerale a Satino-Russkoe, vicino Mosca, il padre del soldato Rodionov morì. Successivamente Ljubov’ tornò in Cecenia per recuperare la testa del figlio.
Il ricordo dell’eroica fedeltà dimostrata da Evgenij si è diffuso in un crescendo di devozione popolare ed orgoglio nazionale. Per anni la sua croce è stata esposta sull’altare di una chiesa moscovita dedicata a San Nicola. Sono numerose le icone che lo raffigurano, a volte in una veste rossa, a volte armato, a volte con in mano una croce, ma sempre con l’aureola simbolo della santità. E sebbene la Chiesa ortodossa russa si sia dimostrata prudente sulla possibilità di una canonizzazione ufficiale, il culto di questo giovane eroe della fede non è stato scoraggiato dalle gerarchie ortodosse. La sua biografia, scritta dall’arciprete Aleksandr Šargunov, ha ricevuto la benedizione del defunto patriarca di Mosca Alessio II, mentre Dmitrij Smirnov, responsabile del dipartimento per la cooperazione con le Forze Armate del Patriarcato, ha affermato che il soldato verrà sicuramente canonizzato, nonostante le difficoltà e le lungaggini del processo. Anche le autorità politiche gli hanno tributato onore, decorandolo con l’”Ordine del Coraggio”.
Se da un lato la storia di Evgenij Rodionov non può che alimentare l’umana tristezza per una giovane vita barbaramente spezzata, dall’altro edifica - grazie all’alto valore della testimonianza di un ragazzo divenuto martire - e fa riflettere sul grande cuore cristiano della Russia, sopravvissuto a immani prove ed indicibili persecuzioni.
 

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