23 dicembre 2015

Un campari con... Paola Belletti


a cura di Alessio Calò

Abbiamo incontrato Paola Belletti a Trento, dopo la prima presentazione ufficiale del suo libro d'esordio, “Osservazioni di una mamma qualunque”, primo volume della nuova collana UOMOVIVO, disponibile in formato cartaceo e digitale presso la libreria online di Berica editrice.
Paola, di formazione filosofa, si occupa di risorse umane (termine che vorrebbe abolire) e – soprattutto – è mamma di 4 figli, 3 femmine e un maschio (Ludovico, l'ultimogenito, gravemente malato). Più due non nati.

Nella prefazione al libro Costanza Miriano scrive che “questo è uno dei libri che ridi e piangi leggendoli, i miei preferiti”. Ti ci ritrovi?
Sono molto grata a Costanza. Si è spesa moltissimo per me. Siamo amiche. E quello che dice di me, della mia scrittura e del libro, se non sconfiniamo nel patologico, direi che è un bellissimo complimento.
Perché la vita è gioia e dolore. Fatica, leggerezza, dramma. Tutto insomma. Ed essendo per ora almeno la mia scrittura al servizio della mia personale esperienza di moglie, mamma, figlia (di Dio) c’è dentro un po’ tutto.
Leggendo Costanza ho riso e pensato moltissimo... e allora mi è venuto il sospetto che dietro questa grande leggerezza e autoironia, insieme alla profondità e alla ricchezza di pensiero, ci fosse anche la sofferenza. Forse perché proietto. Ho imparato a ridere, a ironizzare, a cercare il lato comico anche nella situazione impegnativa che viviamo in famiglia. Mi aiuta, credo.

Avevi già avuto qualche precedente esperienza come scrittrice (a parte La Croce, nostro quotidiano di riferimento)?
Prima del libro e de La Croce c’era già il blog: “vivo, penso, scrivo, posto” è il motto. Anche se ultimamente vorrei cambiarlo con: “mi affanno, corro, inciampo e cado”.
È nato a metà tra il personale e il professionale. Sono libero professionista, mi occupavo soprattutto di formazione e in parte di consulenza. Allora ragionando su tematiche che mi appassionano molto ho pensato di farlo per iscritto. Cos’è comunicare. Il linguaggio. Il mito un po’ opprimente di Steve Jobs; la soggettività e l’oggettività; cosa ci attira quando andiamo a fare shopping. E qui più che un blog si potrebbero aprire forum, portali verticali, eventi, wikipedie monotematiche e infinite gallery di immagini.
Comunque per un po’ i termini più ricercati su google che portavano le persone su questa zattera digitale vagante per il gran mare del web erano cose tipo “il fondotinta sul sedile della macchina”; “truccarsi in auto” o “il cliente ha sempre ragione”.
Ora spero che mi cerchino soprattutto con i tag della collana UOMOVIVO della Berica editrice: Vita (di coppia), umorismo, Dio.

Perché scrivi? Sfogo, impegno sociale, training autogeno?
Dunque vediamo. Scrivo un po’ per rileggermi… perché scrivere costringe a mettere ordine tra le forze che si agitano dentro. Costringe a dire con le parole, fino dove è dicibile, i gemiti interiori. Per dare loro ordine, per dire cosa viene prima e cosa dopo. Cosa è più degno o meno degno di essere scritto. Questo soprattutto di fronte alla domanda lacerante del dolore, nella malattia di un figlio.
E per rivolgermi a Dio. Per essere ascoltata e compresa, da Dio e dagli altri. Non tutti, ma qualcuno almeno!
Poi ho imparato che può anche essere un servizio. Mario (Adinolfi, direttore de La Croce che mi ha chiesto di scrivere per la pagina 4 dopo aver letto alcuni miei post) mi ha detto, di fronte alle mie titubanze per il timore di strumentalizzare o esporre troppo e senza difese la vita non solo mia ma dei miei figli piccoli: “scrivi, ti farà e farai molto bene”.
Ci sono stati anche molti momenti in cui avrei chiesto a chiunque, anche al lavavetri al semaforo, anche alla cassiera, a chiunque! se potesse ascoltarmi e capirmi e anche dirmi cosa dovevo fare. Scrivevo un po’ a tutti. Quando qualcuno non mi rispondeva o smetteva di rispondermi mi rendevo conto che stavo rischiando di sembrare una stalker.

Com'è nato il libro?
Perché Giuseppe (Signorin) me lo ha chiesto.
Per la verità prima mi ha chiesto, ed era serio, se avessi già un editore. Wow! Considerava la mia scrittura possibile oggetto di interesse di qualche editore! Sempre grazie a Costanza in effetti c’era già un potenziale editore ma con tutti gli impegni legati alla cura della famiglia mi era impossibile mettere mano ad un progetto nuovo e così impegnativo, almeno a me pareva così.
La proposta di Giuseppe invece era una cosa fattibile a partire dalla mie condizioni: pochissimo tempo a disposizione e quindi per ora la quasi impossibilità di concepire e scrivere un libro nuovo da capo. A lui interessava raccogliere brani scelti che avevo già scritto! Fantastico. Proviamo allora…
Il libro è composto da brani autobiografici, molto differenti sia perché alcuni sono stati scritti quando ancora non erano successe molte cose sia perché la persona, io come voi, è una ma complessa e la vita ha tante manifestazioni. Perché nella vita ci sono tutti i colori, tutte le tinte. Non so se questo è un modo carino per dire che sono un gran guazzabuglio… Perché attraversare una grande prova non significa essere sempre costantemente presi da stati d’animo tristi, in balia dell’angoscia. Ci sono momenti diversi e diverse forze che agiscono.
Penso anche a Sabrina Pietrangeli Paluzzi che ho intervistato per La Croce. Ha una storia forte, con una grande prova che lei ha permesso la cambiasse; con una grande e vivida fede. Con una associazione fatta per aiutare mamme in gravi sofferenze, ecco lei è anche una youtuber e consulente di bellezza. Essere cristiani è bello. È tutto. Tiene dentro tutto.
E poi c’è il tempo che passa.
La reazione alla prima notizia della gravità della situazione di Ludovico era di un tipo, anche psicologicamente qualificabile. Shock. Trauma. Quindi per molti aspetti abbiamo vissuto uno stress post traumatico, normale, naturale.
E ad aggravare la durezza della situazione si aggiunga il fatto che anche tutti quelli che sono intorno e sono legati a noi subiscono uno shock e spesso, esattamente come te che ne sei colpito più direttamente, hanno bisogno di tempo, di capire, di accettare, di farsi e fare domande. E a chi le fanno, spesso, se non proprio a chi ne è più direttamente colpito?
Ma quindi Ludo che malattia ha? Quando vi dicono come starà? Camminerà? Ci vedrà? Perché non sapete niente di preciso? Che cure bisogna fare? Se fossi in voi io farei, direi, non esiste proprio, non è possibile ecc..
E a seguire, senza soluzione di continuità, catene non interrotte di consigli. Senti la dottoressa Tizia. Chiama il nostro amico Caio. Un mio cugino aveva un figlio con una cosa simile (come fosse possibile stabilirlo non è dato sapere), ti lascio il numero. Anche nel parcheggio della scuola mi è capitato: senta signora, perché non chiama il dottor Scapaccioni? I fiori di Bach? Agopuntura? Dieta pinco pallino? Tante cose, non tutte, erano ragionevoli. Alcune utili. Altre, per me, staffilate al cuore.
Ma più di tutto mi colpisce una cosa: di fronte al dolore, alla malattia grave soprattutto di un innocente nessuno-salvo poche eccezioni- riesce a gestire l’ansia. Devo fare qualcosa perché la mamma faccia qualcosa e lui stia meglio. Devo, ora. Oppure la fuga.
Un altro aspetto che ho riscontrato e riscontro ancora è direttamente legato ad un costume delle nostre società libertarie, dei diritti individuali (di alcuni individui!). Al diritto di aborto. Che è un'assurdità non solo morale ma anche logica. Diritto di tutti ad abortire. Esclusi i nascituri. Per forza allora è necessario che i nascituri non siano qualificati come individui. E per forza allora serve una casta di “esperti” che sola possa pronunciarsi su cosa, non chi, ma cosa possa dirsi persona e cosa no. E in tanti abbiamo accettato questo furto. “Io non sono esperto, non posso sapere per bene quando inizia la vita. Mi attengo a quanto dicono gli esperti”. A partire da questa menzogna nascono diverse altre esperienze stranianti. L’ecografia morfologica servirebbe a “prevenire malformazioni”, mentre invece previene solo la nascita di persone forse affette dalla patologia x o y.
Comunque proprio per questo costume derivato da una legge voluta da minoranze aggressive che hanno influenzato tutta la società, per questo la domanda esplicita e aperta o fatta per allusioni che non mancava mai e ancora sento anche ora che Ludo ha due anni e mezzo è: lo avete scoperto dopo, vero? Ma questo lo dico in qualche brano.
Sono 33 in tutto. Li ha scelti Giuseppe. Io volevo inserirne anche altri. Invece ha fatto bene. Nei nostri scambi epistolari chiudeva sempre le email o le chat con “Viva el Senor!”

E il titolo (in particolar modo la qualunquità della mamma qualunque)?
È un compromesso tra me e lui. Io che gestavo da anni l’idea di mettere insieme i vari brani scritti qua e là, sulle note dell’ipad e poi sul pc e poi a volte salvati come memo audio se l’idea mi pareva azzeccata o scritti sul dorso della mano, volevo trovare un titolo che potesse contenerli e giustificarne la disomogeneità. Allora avevo pensato a “Diario di una cattolica qualunque”. Poi sono successe tante cose: ho aperto il blog, poi sono diventata amica di Costanza. Ho perso due bimbi prima che nascessero; poi è arrivato Ludo; e dopo un po’ di tempo ho sentito Mario Adinolfi raccontarci cosa ci stava succedendo sotto il naso con l’ideologia gender (Sua Eminenza il Cardinale Carlo Caffarra dice che è importantissimo chiamarla ideologia e non teoria perché la teoria cerca lo scontro con la realtà e ne accetta la verifica e la ratifica fino alla sua totale smentita, l’ ideologia invece vuole imporsi sulla realtà e non appoggiandosi sulla verità ha a disposizione solo l’irrisione e la violenza); ho mandato un commento ad un suo post dove si diceva scoraggiato (cosa rarissima!); gli ho detto che lo ringraziavo perché lottava anche per il nostro bambino. Si è commosso. In quel grande circo che è Facebook e in particolare la pagina di Mario che subisce di continuo attacchi, insulti e ingiurie, ho dovuto sentirmi anche dire che sì dai ero abbastanza rispettabile per aver deciso di far nascere questo figliolo ma poi avrei dovuto rispondere del mio egoismo. Farei una pausa di silenzio. Egoismo! Capite? Che ribaltamento della realtà.
Quando mio marito ha saputo che stava per nascere un nuovo quotidiano che sarebbe stato il braccio stampato di questa battaglia incruenta (quasi) mi ha detto che secondo lui avrei dovuto scrivere anch’io. Mario ha letto qualche mio post e mi ha intimato di scrivere tutti i giorni; il più possibile. “Va bene scrivi tutte le volte che puoi!” Quando a gennaio 2015 è partita la pazzia della Croce è stato bello partecipare ed essere parte di un’avventura coraggiosa e in parte dilettantistica (per alcuni redattori intendo non per il redattore capo né il direttore). Quando era cartacea era di una bellezza notevole! Ora resiste digitale. Ed è cresciuta anche come contributi. Sosteniamola!
Comunque tornando alla domanda: Giuseppe mi propone una rivisitazione di un titolo di Guareschi (troppo onore!) che era “Osservazioni di uno qualunque”, che non ho ancora letto. Chiedo venia.
E niente... ora siamo qua!

A chi consigli di leggere questo libro?
A chiunque. A patto che poi me lo racconti.
Credo possa piacere anche agli uomini. È un libro per la parità di genere. Scherzo.
È una cosa piccina ma sono ben contenta che qualcuno mi dica che ha trovato sollievo nel leggere il mio modo di leggere la nostra vita. Che mi ringrazi per avere riso, pianto magari riflettuto in modo nuovo sulla vita. Su un pezzo di esperienza sottovalutato o rimasto senza ipotesi di senso.

Qualcosa da aggiungere? Nel senso, fatti una domanda e datti una risposta...
Vorrei dire quello che il mio libro non è. Non è uno spot antiabortista. Non è una testimonianza almeno non è stata preventivata. È vita, raccontata, giudicata, esposta con tutti gli sforzi alla luce del sole, allo sguardo del Signore. Senza Gesù Cristo, senza la Chiesa, senza la potenza dei sacramenti e quella per me nuova della preghiera non potremmo vivere in pace, seppure con momenti diversi, questa nostra prova. Io e mio marito stiamo verificando che si può” tenere botta” anche di fronte a queste sberle. Non solo. Si vive, si vive! Non si sopravvive. Certo i primi tempi l’ angoscia, il dolore, la paura sono così forti che è già tanto resistere.
Si vive tutto. Ridiamo, forse più di prima. Ci preoccupiamo. Io soprattutto. Mio marito smista, filtra, butta! Se non avessi lui sarei del tutto in balia dei miei mutevoli stati d’animo e del modo così viscerale di amare i figli. Mio marito, altrimenti detto, il minimizzatore.
Sull’esperienza più forte ma non esclusiva che caratterizza questo giro di anni della mia vita e che è il dolore per il mio bambino direi questo: il dolore fa male. La prova, prova! La menomazione, la malattia sono brutte e mortificanti. Restano brutte anche dopo Gesù. Ma c’è Gesù. Ma c’è il Padre. Io so che a Ludo visto che Dio è Dio nulla di essenziale è tolto. A lui non è impedita l’azione umana più importante e vitale, il rapporto col Padre. “Smettila di pregare per tuo figlio e prega per la tua conversione mi ha detto un amico. Che prega di continuo per la sua guarigione. Cosa credi che Dio non si intrattenga con la sua anima? Cosa credi che non sia un male per un bene più grande?”
Poi ho capito questo. Dietro il dolore, sotto il cono d’ombra della croce; nella feritoia che la spada del dolore tiene aperta nel cuore, si apre uno scenario nuovo. Accessibile anche altrimenti credo ma la via della sofferenza è privilegiata… lo voglio dire con le parole del Giobbe di Fabrice Hajadj:
«Chi sei tu che vorresti cambiare il mio piangere in compiangersi e compiacersi?»
Giobbe infine, ormai solo, dichiara di attendere la Gioia:
«Io non ti ho, ma tu mi circondi stringendomi.
Tu mi sfuggi, sei proprio tu che mi conduci verso l'altro,
Tu che mi ferisci, sei proprio tu la sola che potrebbe guarirmi,
E siccome sto in agguato, pronto ad accoglierti, attento al minimo refolo che annunci la tua venuta,
Tu m'impedisci di chiudermi nella mia corazza
E la mia testa è questa conchiglia fratturata
E la mia lingua è questa lumaca grottesca,
Che lascia con le sue parole più bava che sapere,
E tu non vieni a ridurre la frattura, no, tu l'ingrandisci, tu l'allarghi ancora perché vi entri il
mondo».
Simone Weil, altra filosofa francese del '900 dice che la gioia non è altro che il sentimento della realtà. La realtà tutta. La realtà quando diventa più reale e ti assedia dura e ossuta. Non lo so, direi che corro il rischio di sembrare masochista o anche scontata ma quando il dolore ti colpisce davvero, e tanti ne abbiamo esperienza, puoi, se vuoi, non sprecare l’occasione di approfondire il tuo essere uomo cioè figlio cioè amato cioè atteso.
Dio non ha ancora guarito mio figlio. Io chiedo e richiedo e insisto. Può essere continui a  rispondere  “no, non ancora”. Non lo so. Dio è Dio.

 

2 commenti :

  1. Ho letto la sua bellissima storia, le auguro che il piccolo Ludo, come lei affettuosamente lo chiama, guarisca, le lascio un piccolo pensiero, prima di augurarle un Santo Natale 'Il Padre non ha che una sola parola, questa parola è il Figlio, Egli la pronuncia ,instancabilmente, in un silenzio eterno, e nel silenzio l'anima deve ascoltarla'.

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