20 gennaio 2016

Dialoghi ebraici


di Satiricus

Il tema del dialogo ebraico è affascinante quanto aperto. Prima di scrivere le poche e sciocche idee maturate sul tema nelle ultime 24 ore, permettetemi di dichiarare che ho due cari amici ebrei, di cui uno cattolico e uno no. Socci ha scritto due articoli sul tema della visita alla Sinagoga di Roma, di cui uno mi è piaciuto e l’altro meno. Mi è piaciuto il primo articolo, in cui si cercavano punti di dialogo ebraico-cristiano nella condivisibile critica al fondamentalismo religioso e alle politiche pro-choice. Non mi è piaciuto l’articolo in cui si applaudiva l’intervento di Ruth Mereghello, secondo la quale “l’antisionismo è la forma più moderna di antisemitismo”. Ora spiegherò perché non mi è piaciuto. Faccio il nome di un terzo amico ebreo non cattolico: Gilad Atzmon. Mi è amico su Facebook, il che non è molto, ma è qualcosa. Gilad divide la sua vita tra una discreta carriera come musicista jazz e l’attività di blogger ed opinionista antisionista. Stante il discorso di Mereghello, dovremmo affermare che Gilad è antisemita. Bah, mi sembra di sentire i militanti Arcigay, quando accusano di omofobia gli omosessuali che dissentono da certe forme di militanza arcobaleno. Capite cosa voglio dire? Non sto nemmeno a dichiarare se il sottoscritto sia o non sia a favore del sionismo, ma credo che liberarsi con energia dalle opinabili politiche bergogliane, per sottomettersi ad altre politiche di dubbia plausibilità, non sia una scelta tra le più astute. Certo, se con antisionismo indichiamo esclusivamente un modo violento di opporsi al sionismo, allora sottoscrivo la frase, ma nel senso che ogni esercizio forsennato e terroristico della violenza è sinonimo di “indebita discriminazione” (il virgolettato si assuma come sinonimo quantomeno tipologico per antisemitismo). Perché? L’antisemitismo è una forma di opposizione a un carattere indelebile e personale, un carattere che identifica un popolo in quanto tale, un carattere che non si sceglie bensì si riceve: dunque non ha senso opporvisi in alcun modo o discriminare in alcuna maniera. L’antisionismo è una forma di opposizione a una opzione politica che, in quanto tale, si colloca nell’ambito della discutibilità, della contingenza, del giudizio pratico: è passibile di critiche proporzionate e misurate, di critiche e dissensi culturali, di contro-proposte sul medesimo piano del dibattito civico e partitico. Tolte queste disambiguazioni, la dichiarazione di Mereghello, lungi dall’apparire ragionevole ed universale, assume piuttosto il sapore di un diktat, una sorta di “contr’ordine compagni” da oggi tutti in schiera a difendere il sionismo. Ai fini della pace, non un diktat strumentale, ma un dialogo libero e razionale sembra quanto di più urgente. Ancora una volta, Ratisbona docet.
Ciò basti sull’oziosa questione. Secondo breve pensiero: da inutile tradizionalista quale sono, non posso non mostrare divertimento per il simpatico incontro tra Papa Francesco e un anziano ebreo romano, che senza tanti complimenti ha indicato al Pontefice un gesto di riconciliazione insospettabile: ripristinare l’antica ricorrenza liturgica della Circoncisione di Gesù (a capodanno). E così, scherzi della storia, si scopre che la Chiesa anti-semita del pre-Concilio per certi aspetti era forse meno anti-semita di quanto troppi divulgatori in poltrona amino dipingerla.
A questo anziano fratello maggiore dico con gioia: carissimo amico, sappia che, grazie al coraggio di Benedetto XVI, è da vari anni che il sottoscritto ha potuto anticipare le celebrazioni dialogiche dal contesto troppo umano del 17 alle divine liturgie del 1° gennaio, Die Octavae Nativitatis Domini ~ I. classis: “In illo témpore: Postquam consummáti sunt dies octo, ut circumciderétur Puer: vocátum est nomen eius Iesus, quod vocátum est ab Angelo, priúsquam in útero conciperétur”.
 

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