19 gennaio 2016

Perché no al matrimonio fra più persone?



di Giuliano Guzzo

C’è da essere francamente riconoscenti alla bioeticista Chiara Lalli la quale, presentando un recente libro del professor Ronald Den Otter, docente di scienze politiche alla California Polytechnic State University, effettua una considerazione che dovrebbe aprire gli occhi a tutti coloro che si ostinano a ridicolizzare quanti denunciano l’attacco mortale di cui è oggetto la famiglia: «Il matrimonio (civile) è un contratto, determinato dal contesto politico e sociale, mutato e mutabile nel tempo. Non è una verità rivelata. Che ci si possa sposare tra due persone è una convenzione e non è nemmeno universale». «Deve essere – si chiede quindi la studiosa – una condizione immutabile?» (Internazionale.it, 11.1.2016).

La plausibilità costituzionale del matrimonio multiplo è tesi del professor Den Otter, ma Lalli la riprende e risulta francamente non riconoscere a simili posizioni quanto meno una loro coerenza. Infatti, anche se è inelegante citare se stessi, tutto ciò altro non è che l’inveramento di quello che io chiamato relativismo familiare, «un modo di leggere le relazioni sociali che, analogamente al relativismo etico – che pone sullo stesso piano, ritenendole equivalenti, concezioni etiche differenti, talora opposte – attribuisce il titolo di famiglia a un numero crescente e potenzialmente infinito di relazioni che hanno come unico requisito i sentimenti vissuti da coloro che le compongono; non contano più il fine dell’unione, l’identità sessuale o il numero di coloro che la rendono tale: laddove c’è sentimento c’è famiglia» (La famiglia è una sola, 2014, p.10). I fautori delle unioni civili – richiamando le quali l’articolo della Lalli non casualmente inizia – sorrideranno sostenendo l’assurdità di collegare il riconoscimento dei diritti delle coppie composte da persone dello stesso sesso col futuro “matrimonio plurale” di cui parla Den Otter.

Peccato invece che non solo questo collegamento sia il coerente esito di una logica – quella del primato del sentimento quale fondamento esclusivo della famiglia –, ma sarebbe difficile per non dire impossibile, una volta messo da parte il criterio della diversità sessuale del matrimonio, ostinarsi a presidiare quello numerico. Avete ceduto sul fatto che solo un uomo ed una donna possono essere coniugi – ci verrà detto –, e ora vi arroccate pateticamente sul matrimonio a due ponendo ostacoli all’amore? Dopo il limite di velocità, il limite di bontà? E voglio vederli, a quel punto, i cattolici e i cardinali che oggi tacciono, alzarsi improvvisamente in piedi. Voglio vedere con quale credibilità i cattolici e i cardinali che oggi puntano anzitutto il dito contro l’impoverimento delle famiglie – problema di certo grave, ma non emergenziale come quello antropologico – trovare il coraggio, domani, di parlare ancora del matrimonio fra uomo e donna.

Ci sarà da ridere, anzi da piangere. Da questo punto di vista c’è dunque da essere profondamente riconoscenti a chi profetizza il “matrimonio plurale” perché, senza paludarsi dietro dichiarazioni dalle quali si può evincere tutto e il contrario di tutto, indica con chiarezza quale sia – più ancora dei diritti, in larghissima parte già presenti nel nostro ordinamento, e più ancora dell’orrore dell’utero in affitto – la posta in gioco, oggi, sulle unioni civili. E non ci si venga a dire che si esagera: un secolo fa, a denunciare la selezione embrionale e la creazione in laboratorio del figlio perfetto, si passava per scrittori di fantascienza; poi abbiamo visto com’è andata a finire. E ricordate cosa disse Fanfani (1908–1999) il 26 aprile 1974? «Volete il divorzio? Allora dovete sapere che, dopo, verrà l’aborto. E dopo ancora, il matrimonio tra omosessuali». Non pochi gli diedero dell’esagerato e del provocatore: poi si è visto, pure lì, com’è andata a finire e chi aveva ragione.


Si può quindi, per venire all’oggi, affermare: siete d’accordo col fatto che il matrimonio «tra due persone è una convenzione e non è nemmeno universale»? Siete convinti che le unioni civili siano una conquista che in nessun caso minaccerà il futuro della famiglia? Bene. Ma prendetevi le vostre responsabilità. Tutte. E quando, dopo domani, si inizierà a discutere del “matrimonio plurale” perché qualche Stato ci avrà preceduto nell’introdurlo o «ce lo chiede l’Europa» o perché «dobbiamo colmare il vuoto legislativo», non date ragione a chi vi aveva avvertito perché non servirà proprio a nulla. Pensate piuttosto a proteggere la diga del buon senso ora, finché ancora resiste, senza farvi attirare dalla filastrocca che Barbara d’Urso e la magistratura militante, Vladimir Luxuria e qualche pretuncolo à la page canticchiano insieme; perché a piangersi addosso, eventualmente, si fa sempre a tempo.

giulianoguzzo.it  

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