06 febbraio 2016

Dio è misericordioso anche quando castiga


di Alessandro Elia

L’infinita Misericordia di Dio consiste nel progetto divino di riconciliare ogni creatura con il proprio Creatore. La misericordia di Nostro Signore è tanto grande che comprende anche il castigo, o, se vogliamo, il Signore è così misericordioso che anche quando punisce lo fa con amore. Il libero arbitrio nobilita l’uomo a tal punto che gli permette di scegliere in piena libertà. Questo significa che l’uomo ha la possibilità di peccare separandosi dalla grazia celeste, ma (anche) tramite il castigo Dio realizza il processo misericordioso di ricondurre il peccatore disperso al Padre. Dio non è ontologicamente diviso tra Misericordia e Giustizia, sicché una volta è giusto e una volta è misericordioso, perché Dio è sempre lo stesso, “è lo stesso ieri, oggi e sempre” (Eb, 13, 8). Proprio per il fatto che è misericordioso Egli è anche giusto, e viceversa. Ciononostante, da un punto di vista teologico, facendo attenzione ai bisogni dell’uomo in vista della sua salvezza, è conveniente fare una distinzione concettuale di queste due caratteristiche di Dio sicché possa essere meglio compreso dall’intelletto. Si dice a ragione che prima di peccare è bene pensare alla giustizia di Dio e dopo aver peccato alla sua misericordia.

Il castigo è prima di tutto il segno del peccato. Infatti, mediante il castigo, che comporta inevitabilmente dolore (spirituale e temporale) all’anima peccatrice (e al corpo), la volontà di quest’ultima comprende di essere separata da Dio. Se non ci fosse alcun castigo su questa terra, paradossalmente, sarebbe una condanna ancora più grande poiché la peggiore sventura è il castigo eterno dei dannati che si trovano all’inferno. Se non esistesse alcuna punizione, il peccatore non si renderebbe conto della sua distanza da Dio, e di conseguenza non potrebbe nemmeno agire per ritornare in comunione con il Signore.

Il castigo è un dono misericordioso di Dio per condurci alla Salvezza e sottrarci alla morte dello spirito. Funziona in un certo senso come quando si tocca qualcosa di bollente e si prova dolore. Grazie al fatto che il tatto percepisce l’elevato calore, il nostro cervello reagisce immediatamente per allontanarsi dall’oggetto che scotta. Chi invece, sciaguratamente, ha perso il senso del tatto, come alcuni malati di lebbra nel terzo mondo, riesce a portare pentole roventi a mani nude, ma spesso finisce poi per perdere le dita. Così Dio Padre, quando punisce, non la fa per recare dolore alla nostra anima, quanto piuttosto per risvegliare la nostra anima ed evitare che vada in perdizione. “C'è un sonno dell'anima e c'è un sonno del corpo. Sonno dell'anima è dimenticare Dio”, dice Sant’Agostino. San Francesco d’Assisi disse giustamente che “Nel mondo non vi è nessun peccatore, che non ottenga la misericordia di Dio, se pentito”. Ma come fa un peccatore a essere pentito se tramite il castigo non si accorge di essere nel peccato?

La pena è sempre connessa alla colpa, perché il peccato commesso porta con sé anche il castigo. La Bibbia parla in diverse occasioni della pena come conseguenza dei peccati. Ad esempio, nel libro del profeta Isaia, la conseguenza del peccato è dipinta in questa maniera: “[…]ebbene questa colpa diventerà per voi come una breccia che minaccia di crollare, che sporge su un alto muro, il cui crollo avviene in un attimo, improvviso, e si infrange come un vaso di creta, frantumato senza misericordia, così che non si trova tra i suoi frantumi neppure un coccio con cui si possa prendere fuoco dal braciere o attingere acqua dalla cisterna” (30, 13-14). Più avanti Isaia interpreta l’esilio come un castigo contenuto nelle trasgressioni di Israele: “È a causa delle vostre trasgressioni che vostra madre è stata ripudiata” (50,1). Da ciò si evince che in qualche modo la colpa è già la pena perché questa è generata dal peccato. Nicolás Gómez Dávila ha sostenuto che “il mondo moderno non sarà castigato”, giacché esso stesso “è il castigo”.

D’altro canto non bisogna però cadere nell’errore di ritenere automatica la connessione tra il peccato e la pena. Il cristianesimo rifiuta la concezione cartesiana della “res extensa”, che vede il mondo materiale come una macchina che procede da sola ed è indipendente dalla realtà trascendentale. È vero che il male scatena una sequela di reazioni deleterie ma ciò non accade per una forza immanente. Come testimoniano le Sacre Scritture, è Dio in fin dei conti Colui che ricompensa il bene e punisce il male. Osea lo racconta con l’immagine del sacchetto che racchiude i peccati di Israele e che Dio aprirà quando vorrà scatenare la sua ira: “L’iniquità di Efraim è chiusa in un sacco, il suo pacchetto è ben custodito” (13, 2). In ultima analisi la pena è sempre dominata dalla volontà di Dio che, con perfetta provvidenza e infinita misericordia, la subordina, amorevolmente, agli esiti salvifici.

La pena collegata al peccato ha una dimensione temporale e segna realmente l’esistenza terrena del peccatore. Dice il grande Chesterton: “Qualsiasi gesto quotidiano è, per il cattolico, una scelta drammatica di servire la causa del bene e del male, e questa breve vita terrena è intensamente spaventosa e preziosa”. Ogni peccato è una diminuzione dell’uomo perché gli impedisce di realizzarsi per ciò che è. Il peccato abbrutisce l’uomo giacché la pena è la negligenza che rende impacciati nel conoscere e compiere il bene. È come una frivolezza che limita la propria libertà morale; una compiaciuta arrendevolezza verso la bramosità del proprio ego; durezza del cuore che non lo rende malleabile alla volontà del Signore.

Il peccato mortale comporta, oltre alla suddetta pena temporale, anche una pena eterna. Esso è il rifiuto della vita che Cristo ci ha comunicato nel mistero della Redenzione. La vita in Dio è la felicità eterna e definitiva - che si sperimenta compiutamente dopo la morte terrena – ma il peccato mortale è una consapevole e deliberata decisione per la morte. Rifiutando la comunione con la Santissima Trinità e persistendo nella condizione che si è data peccando, ci si preclude l’amicizia con Dio e, infine, il paradiso. Invece, con il pentimento e con la grazia del perdono, i nostri peccati vengono lavati dal sangue di Cristo, e così si sciolgono anche le catene che ci tenevano fuori dalla vita eterna. 

Tutto ciò che significa? Che in fondo Dio non è poi così buono come si pensava? Assolutamente no: Dio è infinita bontà. Dio è amore! Dio è carità! Se si applica una lettura legalista e moralista alla teologia del castigo, allora si fraintende l’intero catechismo della Chiesa. E su questo bisogna stare molto attenti perché dell’immagine che si ha di Dio ne dipende la nostra fede. Dio si è rivelato pienamente in Gesù Cristo e l’immagine che meglio esprime l’essere di Dio è il Signore sofferente sulla croce, che ha preso su di sé i peccati del mondo per liberarci dalla schiavitù del peccato. Gesù “Vivendo insegnò a vivere e morendo rese sicuro il morire: è morto per risorgere ed ha fondato la speranza della resurrezione per coloro che muoiono” (San Bernardo di Chiaravalle). Si pensi infine a un buon padre che ama i suoi figli e, quando occorre, li castiga per istruirli; così anche Dio Padre agisce con noi.

Il santo timor di Dio è una grazia che aiuta a percorre la retta via della santificazione senza allontanarsi dal Signore, ma non è il motivo principale per amare Cristo, come ben chiarisce San Francesco Saverio: «Non per la speranza del paradiso, né per la paura dell'inferno ma per il modo in cui tu hai amato me, io ti amo e ti amerò».

 

1 commento :

  1. Bella la frase finale, Dio non è cattivo, se veramente lo fosse e dovesse punirci tutti quanti per quello che stiamo facendo, non resterebbe traccia di questo pianeta, sta a noi trovare la forza di chiedere perdono e pentirci, Lui ha già dato la Sua vita per noi.

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