16 febbraio 2016

Il giurista che, giudicandolo morto, tenne vivo il Diritto

di Giuliano Guzzo
Un giorno lo si studierà nelle facoltà di legge, il pensiero del giudice Antonin G. Scalia (1936-2016), colui che per molti anni – dal 1986, quando fu nominato da Reagan – è stato l’emblema del conservatorismo più intransigente e combattivo nella Corte Suprema federale. Il giudice italo-americano, il cui decesso, nella notte tra il 12 e il 13 febbraio, pare avvenuto per cause naturali, ha avuto infatti l’enorme merito di rilanciare e difendere il “testualismo”, vale a dire una interpretazione delle leggi che, di fatto, non fosse interpretazione ma semplice applicazione a partire dal significato originale – e letterale – delle norme della Costituzione, che – per dirla con Scalia – sarebbe «morta, morta, morta».

Perché il “testualismo” così tenacemente teorizzato da questo giudice è così importante? Apparentemente si tratta di una visione assai limitativa della giurisprudenza e delle stesse disposizioni costituzionali, fossilizzate nel tempo e del tutto impossibilitate a rispondere a mutati contesti sociali. D’altra parte lo stesso Scalia pareva consapevole di quanto sia oggi marginale una simile corrente giuridica, «così piccola che se prendi un cannone e spari contro qualsiasi scuola di legge importante – sosteneva – non colpiresti un “testualista”». Quali allora le ragioni del “testualismo”? Solo un tentativo di burocratizzare vita dei giudici? Nient’altro che una perenne umiliazione letterale, per così dire, della Costituzione?

La riposta è no: il “testualismo” non offende, ma eleva il valore della Costituzione e, in generale, della legge. Per almeno tre ragioni saldamente connesse fra loro. La prima è che più l’interpretazione letterale di una norma – tanto più se si sta parlando della Costituzione – viene ridimensionata o considerata parziale, più quella che si potrebbe definire l’oggettività della legge viene eclissata dalla soggettività dell’interpretazione; la fissità normativa lascia così lo spazio ad una fluidità drammatica perché relativizza il ruolo del Legislatore, ridotto a emanatore di norme dal destino molto incerto e per nulla conforme, se non per un arco temporale limitato, alle ragioni originali della loro approvazione.

Una seconda, conseguente ragione per cui il “testualismo” tanto caro a Scalia preserva l’importanza della legge è dovuta al fatto che, se la prospettiva interpretativa – benché talvolta necessaria – di una norma dovesse prevalere su quella letterale, verrebbe non soltanto a naufragare la fondamentale separazione dei poteri così come immaginata da Montesquieu (1689–1755), ma si stabilirebbe un nuovo super potere – quello dei giudici anche legislatori – estremamente minaccioso per l’ordine democratico, con una quota della sovranità strappata al popolo senza o contro la sua volontà e, dulcis in fundo, magari a sua insaputa. Da questo punto di vista, se Scalia fosse vissuto nell’Italia delle sue radici avrebbe avuto verosimilmente parecchio da ridire.

La terza ragione per cui il “testualismo” è un filone decisamente interessante è che, se l’interpretazione letterale del testo diviene marginale e l’operato dei giudici incontenibile, vuol dire che la Carta costituzionale ha, in fondo, un valore molto relativo. Ma «la Costituzione non è una bottiglia vuota in cui versiamo qualsiasi valore», obiettava Scalia, proprio perché ne ha uno fondamentale e intoccabile. Ecco che allora il “testualismo” del grande giurista scomparso, ben lungi dall’essere una strategia di svuotamento del diritto, era una tecnica eccezionale per proteggerlo e valorizzarlo da incursioni non soltanto inique ma pure culturalmente povere, specie negli ultimi tempi.

Memorabili, a questo proposito, le parole del giudice italo-americano sulla sentenza della Corte Suprema che ha determinato la legalizzazione statunitense dei “matrimoni” gay, la quale – prima che essere una «minaccia per la democrazia americana» – era per Scalia un’aberrazione giuridica tale dover far nascondere a chi l’aveva confezionata «la testa in un sacco» essendo fondata su «aforismi mistici da biscottini della fortuna». Anche per queste osservazioni graffianti ma cariche di saggezza – tese anzitutto a tenere in vita il Diritto, salandolo da deformazioni da vario tipo – il pensiero di Scalia, che non a caso alcuni progressisti chiamavano “Terminator” per la sua irremovibilità e per il suo martellare su temi da altri ritenuti superati, in primis l’aborto, sarà ricordato.

I nove figli che lascia questo insigne giurista cattolico, per quanto numerosi, sono dunque solo una piccola parte di un’eredità destinata a durare nel tempo anche perché impastata di pubblica testimonianza. Basti pensare a quando Scalia, in occasione della già citata sentenza sulle nozze omosessuali, si presentò da Obama con un cappello simile a quello che indossava san Tommaso Moro (1478 –1535): non perché il giudice, evidentemente, temesse la decapitazione o volesse esorcizzarne il rischio, ma perché come il cancelliere di re Enrico VIII – a prescindere alla sentenza emessa – era uomo che, in quanto cristiano, aveva già perso la testa per qualcosa di molto importante: la verità. Senz’alcuna difficoltà nel farlo sapere a tutti, come si conviene ad ogni uomo innamorato di cose grandi.

giulianoguzzo.com  

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