15 febbraio 2016

Il papa ed il patriarca: un’insolita pagina di storia a Cuba

di Fabio Petrucci
L'Avana, 12 febbraio 2016: una data che sarà ricordata per uno degli eventi più importanti nella storia recente dei rapporti tra i “due polmoni” della Cristianità. Dopo secoli di diffidenza reciproca un papa di Roma ed un patriarca di Mosca si sono per la prima volta incontrati. Lo hanno fatto nell'insolita cornice di un aeroporto – quello di L'Avana – nell'ancora più apparentemente insolita patria dei fratelli Castro. Papa Francesco ed il patriarca Cirillo, così diversi nello stile e nel carattere, hanno dato vita ad una pagina di storia bella ed importante, come quella di cui furono protagonisti papa Paolo VI ed il patriarca di Costantinopoli Atenagora nel 1964. In quell'occasione l'incontro tra i due primati sancì l'abrogazione delle scomuniche che Roma e Costantinopoli si erano scambiate nel 1054, scatenando – forse inconsapevolmente – il più tragico scisma della storia cristiana. Fu un incontro epocale, destinato ad avviare un processo di riconciliazione non facile, ma che negli ultimi decenni ha portato a significativi passi in avanti sulla via della restaurazione della fratellanza tra le Chiese.

Quello che ancora mancava era un incontro tra il pontefice romano ed il patriarca russo, ossia il capo della Chiesa più numerosa e politicamente influente dell'ecumene ortodossa. Quella stessa Chiesa russa che, fin dai tempi della caduta di Costantinopoli per mano ottomana, non ha mai smesso di considerarsi “Terza Roma”, massima custode della fede ricevuta ai tempi di San Vladimiro, e segnata da rapporti storicamente difficili con il mondo cattolico. Proprio la complessità delle relazioni tra la Santa Sede ed il Patriarcato di Mosca ha contribuito a rallentare il verificarsi di un incontro tra i primati delle due Chiese. Ci aveva già provato Giovanni Paolo II, ma senza esito.

Sotto il pontificato di Benedetto XVI i rapporti tra Roma e Mosca conobbero un sostanziale miglioramento, anche frutto della stima di cui Ratzinger godeva presso il mondo ortodosso. Con l'elezione di Bergoglio le relazioni tra le due Chiese hanno continuato a migliorare, grazie anche ad alcune affermazioni del pontefice in merito al primato petrino ed al tema dell'uniatismo. Impossibile poi sottovalutare la rilevanza del ruolo giocato dal Cremlino nel favorire un'intesa: in questi anni di “nuova guerra fredda” Vladimir Putin – ostracizzato da gran parte dei leader occidentali – ha trovato più di una sponda in papa Francesco. I due si sono incontrati in Vaticano due volte, nel 2013 e nel 2015, dimostrando di condividere, pur nella differenza dei ruoli, una simile visione dell'ordine geopolitico internazionale, lontana anni luce dalle spinte unipolari degli USA.

La portata storica dell’incontro sta dunque nella sua novità: mai un patriarca della Chiesa russa aveva incontrato un Papa. Ma la data del 1054, così enfaticamente richiamata dai media, c’entra poco, perché andrebbe più correttamente collegata all’incontro tra Paolo VI ed Atenagora, vescovi delle due sedi che si scambiarono la scomunica in quella data. All’epoca dello scisma la Chiesa russa era ancora in una fase iniziale della propria vita: si era andata costituendo attorno al 988, quando per volontà del principe Vladimiro gli abitanti dell’antica Rus’ iniziarono ad essere battezzati in massa. Nei primi secoli della sua storia la Chiesa russa venne amministrata dal metropolita di Kiev, sotto la giurisdizione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. In conseguenza del giogo mongolo, la sede del metropolita fu trasferita prima a Vladimir e poi a Mosca (1325), pur restando dipendente da Costantinopoli, come testimoniato dall’origine bizantina della maggioranza dei metropoliti dell’epoca.

Nel XV secolo furono poste le basi per il futuro assetto della Chiesa russa. Nel 1437 l’imperatore bizantino Giovanni VIII nominò il greco Isidoro come nuovo metropolita. Costantinopoli si trovava sotto la minaccia dell’assedio ottomano: obiettivo dell’imperatore era favorire la riunificazione della Chiesa ortodossa con quella cattolica allo scopo di ottenere il sostegno militare delle potenze cattoliche. La nomina di Isidoro, favorevole all’unione con Roma, andava in questa direzione. Recatosi in Italia nel 1439, al fine di partecipare al Concilio che avrebbe dovuto sancire l’unificazione, Isidoro fu nominato cardinale e legato pontificio, ma tornato a Mosca si scontrò con il clero locale ed il gran principe Basilio II, contrari all’accordo di Firenze (la stessa contrarietà coinvolse gran parte del clero e del popolo negli altri paesi ortodossi, dimostrando la debolezza dell’accordo raggiunto). Di lì a poco seguirono la destituzione e l’arresto di Isidoro.

Questa vicenda così controversa – unita alla crisi irreversibile dell’Impero bizantino – favorì un cambiamento decisivo nella vita della Chiesa russa, cioè la conquista dell’autocefalia, ottenuta nel 1448 in seguito all’elezione a metropolita del russo Giona, avvenuta senza il consenso di Costantinopoli. Successivamente, attraverso la caduta di quest’ultima in mano ottomana nel 1453, il completamento dell’emancipazione della Moscovia dal giogo mongolo nel 1480 e l’incoronazione di Ivan il Terribile nel 1547, si concretizzò quel lento processo di “translatio imperii” che trasformò Mosca nella “Terza Roma”, e le cui conseguenze ecclesiali culminarono nell’elevazione del metropolita Giobbe a patriarca di Mosca nel 1589.

La vita del nuovo patriarcato non fu né semplice né lunga. Passò attraverso il tragico “periodo dei torbidi” – che a causa degli invasori polacchi inasprì la già forte diffidenza verso i cattolici – e si concluse nel 1700, quando alla morte del patriarca Adriano, lo zar occidentalista Pietro il Grande decise di riformare la struttura della Chiesa sul modello luterano, abolendo il patriarcato e fondando il “Santissimo Sinodo”, un organismo composto da chierici e laici che governò la Chiesa fino alla rivoluzione del 1917. Solo in seguito a quest’ultima – e tra innumerevoli difficoltà, persecuzioni e compromessi – il patriarcato poté tornare in vita.

La caduta del comunismo ha fornito nuovo vigore alla Chiesa russa ed alla figura del patriarca di Mosca, tornati a rappresentare un punto di riferimento spirituale, culturale e identitario di primaria importanza nella politica e nella società post-sovietiche. Sotto il governo di Cirillo, eletto nel 2009 dopo la morte di Alessio II, il Patriarcato di Mosca ha acquisito un ruolo di crescente prestigio internazionale, moltiplicando gli interventi ed i viaggi, tra cui spicca quello del 2013 in Cina. Proprio la Cina, meta sognata da Francesco. In sintesi, considerando la grande influenza e vivacità del Patriarcato di Mosca, la rilevanza dell’incontro risulta ancora più chiara.

Al di là degli aspetti simbolici, il risultato più importante dell’incontro di L’Avana è la dichiarazione comune firmata dai due primati. È un documento in trenta punti che affronta le grandi emergenze dell’epoca: dal martirio dei cristiani alla minaccia terroristica, dalla libertà religiosa all’identità cristiana dell’Europa, dalla difesa della famiglia fondata sul matrimonio uomo-donna alla protezione della vita dal concepimento alla morte naturale, dalla povertà ai rapporti con le altre religioni. In vari passaggi del testo risulta lampante l’impronta del patriarcato russo, che in questi anni si è decisamente impegnato su molti dei fronti sopracitati, dimostrando una concreta volontà di collaborazione con la Chiesa cattolica. Sotto il profilo teologico il testo richiama l’importanza della tradizione del millennio precedente allo scisma, considerato la base da cui ripartire per approfondire la questione dell’unità. Il testo nota con amarezza la circostanza per cui «siamo divisi da ferite causate da conflitti di un passato lontano o recente, da divergenze, ereditate dai nostri antenati, nella comprensione e l’esplicitazione della nostra fede».

La dichiarazione comune non evade da quelle situazioni concrete che costituiscono un ostacolo all’amicizia tra le due Chiese: il problema del proselitismo e quello dell’uniatismo ucraino. Sul primo punto, particolarmente lamentato dalla Chiesa russa negli anni novanta, viene indicato un semplice ed efficace principio guida: «non siamo concorrenti ma fratelli, e da questo concetto devono essere guidate tutte le nostre azioni reciproche e verso il mondo esterno». Sul secondo problema, che ha origine nell’unione di Brest del 1595 – che sancì la nascita della Chiesa greco-cattolica ucraina (i cosiddetti “uniati”) – le incomprensioni non sono mai venute meno, creando una scia di rancori e recriminazioni riesplose nel caos sorto in Ucraina con l’Euromajdan. È un punto delicatissimo specialmente per la Santa Sede, che si trova nella necessità di dover mediare tra due posizioni estremamente in contrasto. La dichiarazione sostiene da un lato la presa d’atto che la strategia dell’uniatismo appartiene al passato e non rappresenta un modo adeguato per giungere all’unità delle Chiese, dall’altro però sancisce i diritti delle comunità uniate già esistenti, invitando ortodossi e greco-cattolici a riconciliarsi e «trovare forme di convivenza reciprocamente accettabili».

A Cuba si è consumata un’insolita pagina di storia, carica di significati simbolici e pregna di speranze per il futuro. Essa non cancella in un sol colpo problemi secolari, ma «adesso le cose sono più facili», come ha detto il patriarca Cirillo. I vescovi della prima e della terza Roma hanno dato un esempio di riconciliazione semplice e bello, proprio mentre sul mondo incombono le nubi della guerra e della discordia. Lo hanno fatto all’ombra dell’icona della Madre di Dio, che unisce i cristiani d’Occidente e d’Oriente, i due polmoni della Cristianità.  

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