12 febbraio 2016

“Operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede”

di Giorgio Usai
Capita sovente in questi tempi in cui il contatto tra connazionali e stranieri produce spesso frizioni e rivendicazioni, di veder bollato come non cristiano un comportamento che esprime una scelta preferenziale per i propri connazionali.
Le critiche vanno dal “siamo tutti figli di Dio” al più argomentato e universale Principio di reciprocità che partendo dalla regola d’oro produce quel “trattare con rispetto tutte le persone e non solo i membri della propria comunità di appartenenza” fino a un universalismo di stampo Kantiano che apre la strada a un'uguaglianza indifferenziata tra gli uomini, che dovrebbe precludere una volta per tutte scelte preferenziali tra gli stessi. Tutti questi ragionamenti partono dall’universale uguaglianza tra gli uomini e da qui strutturano quel complesso di regole che sopprimono le differenze e permettono di bollare come discriminazione qualsiasi scelta prioritaria degli uni rispetto agli altri. A questo punto è sensato domandarsi se tale logica coincida con quella cristiana, se e dove differisca e se, in situazione, sia con essa compatibile, cioè se il ragionamento di un cristiano possa partire dall’universale uguaglianza tra gli uomini e da qui strutturare il suo comportamento.
In questo mare di richiami confusi ad accoglienza e misericordia fatto a tutti i livelli anche nella chiesa cattolica, è bene ricordare alcune premesse che fungono al Cristianesimo da criterio interno: sono cristiane e validamente teologiche solo quelle affermazioni che possono mostrare la loro radice evangelica e scritturistica; le altre,comprese quelle tanto in voga da un certo tempo in avanti che citano un papa che cita il documento di un altro papa che magari al suo interno cita un concilio, sono valide solo dove linearmente il ragionamento può mostrare di derivare dalla rivelazione attestata, altrimenti risultano solo essere parole e considerazioni derivanti da tradizioni umane (spesso molto abili ad annullare i comandi di Dio). Anche tra gli enunciati scritturistici non tutti gli enunciati sono equivalenti esistendo un criterio interno che prende in considerazione a quale testamento appartengono, a quale epoca e contesto, chi lo ha detto a chi e tutti gli altri criteri minori che presiedono tale classificazione. A titolo di esempio è chiaro che il “non uccidere” del decalogo non ha lo stesso peso della proibizione di mangiare pollo (animali soffocati) che Pietro attribuisce allo Spirito Santo e a loro nel cosiddetto concilio di Gerusalemme presente in atti… Indubbiamente nel Cristianesimo è presente un nesso ontologico di ogni uomo con Cristo e con Dio, e anche anticamente ci sono nessi in questa direzione, basti pensare solo per citarne uno fra i tanti, al pronunciamento di Pietro (Atti 10,34-43) «In verità mi rendo conto che Dio non fa differenza di persone, ma in ogni nazione colui che lo teme e pratica la giustizia è accetto a Lui”; ma tale criterio, posto che tralasciamo la condizione per essere graditi (“che lo teme e pratica la giustizia”), costituisce un punto di partenza o non piuttosto un punto di arrivo? E soprattutto questo è rinvenibile come criterio che emerge dalla Scrittura, in cui il Dio che sceglie, anche qui solo per citarne un caso tra i tanti (Malachia 1,3) “dice il Signore: io ho amato Giacobbe ed ho odiato Esaù, ed ho messi i suoi monti in desolazione”, è quantitativamente sovrastante rispetto ad ogni altra dinamica e ha dato luogo come modus operandi alla direzione che dall’uno va ai molti per arrivare ai tutti?
A questo punto fatte queste premesse e rimandando a dopo alcuni distinguo è meglio analizzare il pronunciamento principale sul nostro argomento che tanto l’evangelista Matteo (Mt 15,21) che Marco (Mc 7) mettono in bocca a Gesù stesso: l’episodio è quello della cananea (Mt) che avendo una figlia inferma chiede a Gesù di guarirgliela. La prima cosa sorprendente da notare è che Lui non la ritiene degna di nessuna risposta; l’evangelista mostra che la prima affermazione “non sono stato mandato che alle pecore della casa di Israele” non è data a lei ma ai discepoli che per quieto vivere Gli chiedevano di esaudirla, a cui poi segue il motivo di tale comportamento “non è bene dare il cibo dei figliai figli dei cani (cuccioli/cagnolini)”: questo merita la nostra massima attenzione, tutto ruota attorno alla parolafiglio/i: Gesù che è il Figlio (in senso assoluto) nei vangeli si qualifica come figlio dell’uomo, Egli che è tutta la Parola che esce dalla bocca di Dio, qualifica coloro(i suoi connazionali), a cui è stato mandato in senso esclusivo, anch’essi come figli, cioè suoi consanguinei, sua stirpe e la figlia della cananea come appartenente addirittura a un'altra razza (quella Canina, che nel contesto del tempo era utilizzata come epiteto offensivo e non godeva certo delle simpatie moderne) a cui Lui non è stato mandato e non si ritiene legato da alcun vincolo nè tantomeno da alcun obbligo. Il ragionamento mette in luce la distanza esistente tra uomo e uomo, tra popolo e popoli: a un primo polo appartiene Lui il Figlio di Dio e i figli di Israele suoi connazionali, al secondo polo appartiene la cagna cananea e sua figlia (neanche qualificata come figlia, perché i figli sono i figli degli uomini, in questo caso i figli di Israele, gli unici che Gesù riconosce come stirpe/razza a cui Lui appartiene, marcata con il nome dato ai nati dei cani “cagnolini/cuccioli di cane, che rivela una distanza addirittura qualificata in senso razziale).
Il successivo accoglimento delle richieste che avevano spinto la cananea a importunarlo non inficiano in alcun modo le affermazioni di Gesù, intanto perché nella risposta della donna c’è il riconoscimento “anche i cani mangiano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”e non la contestazione delle parole dette da Gesù , e tali parole sottostanno a un altro principio biblico per cui il giudizio degli altri popoli è determinato dal loro comportamento rispetto a Israele e ha nel cambiamento di considerazione da parte degli israeliti rispetto alla prostituta che aveva aiutato gli esploratori inviati da Mosè il precedente in termini, che procura alla cananea il passaggio dal silenzio al venir identificata con l’appellativo “donna”(appellativo variamente usato nei vangeli); poi perché viene esaudita per un atto che attiene alla libertà di Gesù (l’eccezione che conferma la regola) in quanto neanche la fede elogiata nella donna costituisce un motivo obbligante per Lui (come invece sembra l’essere stato mandato alle pecore della casa di Israele).
Due considerazioni ulteriori vanno riservate al parallelo episodio di Marco: qui scompare l’essere stato mandato a Israele ma rimane il nucleo figli contro cagnolini, con l’aggiunta che “si sazino prima i figli” e che a motivo della parola della donna, che anche qui riconosce le parole di Gesù e non contesta la titolarità dei figli, ottiene quanto chiede.
Ho analizzato questo capitolo in quanto nella sua apparente semplicità sintetizza il pensiero evangelico sull’argomento, ne mette per così dire la cornice che permette di inserire altri enunciati e di comprenderne la portata; penso cioè al soccorrere chi è vittima di violenza dell’episodio del Samaritano che struttura le direttive che cristianamente vincolano l’aiuto verso tutte le vittime finché durano gli effetti della violenza subita, o il discorso sul giudizio di Matteo 25 che invece non esce da tale contesto parlando ancora di figli e di fratelli quali destinatari.
Il punto è che nel Cristianesimo a differenza dell’Etica della Reciprocità, prima e in posizione preminente viene una Gerarchia nelle relazioni che l’uomo instaura e tali relazioni prescrivono una differenza di grado nell’amare, rispettare e prendersi cura che non può essere derogato. Ad esempio Paolo in Galati (Gal 6, 10) scrive: “Operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede” o Tommaso d’Aquino dove tale dinamica è ben illustrata nella Summa II-II Q 26, nel Compendio e in altre opere,che risponde alla logica del Uno-Molti-Tutti, dove al tutti si arriva sempre e solo se si sono soddisfatte le esigenze dell’uno e dei molti, e che continua a essere la logica interna al comportamento anche quando si sono raggiunti i tutti.
Per essere chiari: il primo comandamento non può essere eluso dal secondo, il comando di Dio ad onorare il padre e la madre è riservato ai propri genitori, non ai vecchi in genere, in alcun modo la cura degli altri esime o è paragonabile ad adempiere al comando diretto. Così succede per tutti gli altri vincoli derivanti da dove Dio mi ha collocato: la mia famiglia, i miei correligionari, i miei concittadini, i miei connazionali vengono prima degli altri e gli altri non possono mai venir raggiunti a discapito di questi: se abbandono i miei figli (o non mi assicuro che abbiano un futuro) commetto un abominio oltre che un reato, questo non è se non mi prendo cura dei bimbi del villaggio di Bangui, non ho gli stessi doveri civici per la mia città e verso i miei concittadini come verso altre città disseminate nel pianeta; e tale gerarchia vige in rapporto alla mia patria e ai miei compatrioti rispetto ai migranti e agli stranieri.
Pertanto non fatevi infinocchiare dal colore della talare, chi vuole spacciare per cristiano un determinato insegnamento ha l’onere della prova e l’obbligo di argomentare mostrando le radici evangeliche, per cui, con buona pace della fuffa che spargono costoro, ricordatevi che “il pane è per i figli” che è giusto che mangino “fino a che si siano saziati” e che la tavola è il posto loro non dei cani l’ha detto Uno che veniva dal regno dei cieli non dai confini del mondo.  

1 commento :

  1. Basta un grammo di buon senso: se diciamo che le porte sono spalancate a tutti, verrà il momento, se non è già venuto, in cui saremo costretti a chiuderle, perché non possiamo accogliere il mondo. E allora dovremo dire di no anche a chi ha più diritto di aiuto rispetto a quelli già entrati.

    RispondiElimina