03 febbraio 2016

Un Campari con... Annalisa Teggi



a cura della Redazione

Annalisa Teggi è dottore di ricerca in letteratura comparata e saggista. È traduttrice di prosa e poesia di lingua inglese, in particolare delle opere di Gilbert Keith Chesterton. Attualmente cura un blog intitolato «Capriole cosmiche».

Annalisa, tu ormai in Italia sei considerata una delle massime esperte e traduttrici di Chesterton. Come lo hai conosciuto?


C’è una cosa di cui mi vanto molto: gli eventi davvero significativi per la mia vita non sono mai stati frutto di una mia capacità o volontà. Chesterton non fa eccezione. Lo ritengo un padre, ma se fosse dipeso da me non mi sarei mai messa a leggerlo. In un momento lavorativamente cupo, in cui non avevo alcuna prospettiva di occupazione in vista, l’amico Marco Antonellini mi “costrinse” a tradurre La ballata del cavallo bianco di Chesterton. C’è da ringraziare molto gli amici che “costringono”! Avevo molte obiezioni sulla mia scarsa conoscenza dell’opera e dell’autore, ma Marco insistette finché non mi misi al lavoro. Da allora in poi Chesterton ha fatto il resto … è come un virus (benigno) che si diffonde nel cuore e nella mente, e da cui non sono più guarita. Non uso la parola virus solo in senso ironico, perché in effetti le parole di GKC hanno la capacità di rivoluzionare alla radice l’umanità di una persona, di cambiarla radicalmente. È un rovesciamento fruttuoso che ti permette di rivedere da capo quel che hai sempre avuto sotto gli occhi. Non c’è niente di nuovo sotto il sole, eppure tutto si fa nuovo sotto il sole se guardato con la ragionevolezza di Chesterton. Ecco perché, quando ho raccontato in un libro il mio incontro con gli autori a cui sono più affezionata, ho scelto di intitolarlo Capriole cosmiche: mi sono accorta che anche Dante, in fondo, fa il viaggio nell’aldilà per ribaltare il suo punto di vista, che nella selva era arrivato a un punto morto. Deve sprofondare fin nelle viscere della terra e uscire dalla parte opposta del globo per recuperare la luce. Questo capovolgimento è un esercizio costante in Chesterton, quasi assillante, ma ha un senso: le nostre verità possono stare davvero in piedi solo se tollerano di essere messe sottosopra (cioè sono solide solo se possono essere osservate da punti di vista inconsueti senza alterarsi). Altrimenti, sono un castello di carte che si regge sull’equilibrio precario di un’ideologia e non della realtà.

Qual è stato secondo te il suo ruolo - oserei dire la sua missione - nella società inglese (ed europea) di inizio '900?

Nonostante il suo nome sia quasi sparito da tutti i manuali di letteratura in circolazione, Chesterton fu un personaggio celeberrimo mentre era in vita. Scriveva con regolarità sui giornali inglesi, grandi filosofi come Bertrand Russell volevano confrontarsi con lui nei dibattiti pubblici, un autore come Charles Dickens è stato rivalutato e apprezzato grazie ai saggi di Chesterton. Però, non ha senso fare polemica letteraria sull’attuale incomprensibile eclissi della sua opera negli ambienti letterari ufficiali.
Voglio invece sottolineare il campo su cui GKC ha seminato con più fervore e in cui tuttora raccoglie frutti: la vita dell’uomo comune. Un esempio. Negli ultimi anni di vita Chesterton fece un programma radiofonico per la BBC e così la sua voce entrò concretamente nelle case degli inglesi. Quando poi morì, un barbiere dichiarò: «Mai letto una riga di quello ha scritto, ma lo ascoltavo sempre per radio. Sembrava che fosse seduto accanto a me nella stanza». Il posto che GKC reclama tuttora per sé non è nei circoli intellettuali o al centro dei dibattiti letterari, bensì accanto all’uomo comune. Questa è la premura sotterranea e radicale che si coglie in ogni suo scritto: affiancare l’uomo nella battaglia della vita, offrendogli le armi vincenti del senso comune e della ragione, che poi trovano il loro naturale e compiuto traguardo nella fede cattolica.
C’è un altro contesto in cui Chesterton rimane un riferimento imprescindibile: la narrativa poliziesca. È riconosciuto come uno dei migliori giallisti al mondo. Sono tantissimi gli investigatori usciti dalla penna di GKC, oltre al celebre Padre Brown. Tutti hanno un tratto comune: sono personaggi simpatici e umili, che indagano i misteri della vita (e morte) umana attraverso l’immedesimazione, vale a dire tentando di comprendere le ragioni che possono spingere un essere umano a commettere un atto malvagio. L’osservazione va a braccetto con la compassione, anzi la compassione muove e nutre l’osservazione. Il racconto giallo era per Chesterton uno specchio della vita, che è un mistero, ma un mistero che può essere risolto. È la grande verità – e in questo caso si può proprio parlare di missione – che Chesterton non si è stancato di dire all’uomo del ‘900 in balia del nichilismo. Al secolo del «cuore di tenebra» GKC ha proposto il coraggio di una conversione del cuore, suggerendo con chiarezza e tenacia ciò che fu anche la conquista più grande della sua vita: il lieto fine del mistero umano ha un volto incarnato, quello del Dio fatto Uomo che venne ad abitare in mezzo a noi.


Chesterton può essere definito un classico? Se sì, perché?

Parlando di uno degli autori più classici della letteratura inglese, Geoffrey Chaucer, Chesterton disse che i grandi poeti non sono quelli che danno al lettore un paio d’occhiali per vedere l’erba blu, ma sono proprio quelli che permettono a tutti di scoprire che l’erba è verde. Questa è la miglior definizione possibile di cosa sia un «classico» e rispetto a ciò l’opera di Chesterton appartiene di merito alla categoria.
È pur vero che, di solito, il «classico» è un libro datato che gli studenti sono costretti a leggere a scuola, per poi detestarlo e dimenticarlo. E, da questo punto di vista, la sfida che si può proporre al mondo letterario è: Chesterton è un classico che può aiutarci a capire perché certi libri sono dei classici da sempre. E qui torniamo all’erba che è verde. L’uomo non ha bisogno della letteratura per fuggire dalla realtà, ma per scoprirla. Abbiamo bisogno di canti e di effetti speciali per vedere come è prezioso e vertiginoso ciò che abbiamo per le mani. Uno dei romanzi più entusiasmanti di Chesterton, Uomovivo, mette in scena questa titanica impresa: parla di un tipo talmente pazzo da fare ogni sorta di follia pur di scoprire da capo ogni giorno il luogo in cui vive (entra in casa sua in tutti i modi, tranne che dalla porta; fa il giro del mondo per sentire la nostalgia di casa; tenta di uccidere un nichilista pur di fargli notare che non è realmente nichilista).
Se pensiamo a una storia ultra-classica come quella di Renzo e Lucia possiamo accorgerci che, in fondo, il messaggio umano è il medesimo: bisogna lasciare, anche dolorosamente, la propria casa per poterla ritrovare (e soprattutto per capire il senso complessivo di cosa si costruisce dentro quella casa). Dunque non sono i «libri classici» ad essere noiosi, siamo noi gli annoiati che hanno finito per avere una vista miope e una mente rattrappita di fronte alle cose. Abbiamo bisogno di fare le acrobazie per vedere ciò che c’è già, il classico è quel genere di libro che ci permette di fare questa ginnastica. In base a questo criterio molti bestseller di successo finiscono direttamente nella spazzatura, mentre quei libri vecchi e impolverati che abbiamo sugli scaffali si dimostrano amici leali ed eternamente giovani.

Come mamma lavoratrice, cosa pensi delle varie antropologie femminili del lavoro (fra gli estremi femminista in carriera e cattolica a casa coi figli)?
In tanti mi dissero che era una scelta azzardata sposarsi mentre ancora studiavo, io l’ho fatto senza fare troppi calcoli. Sono rimasta incinta del mio primo figlio quando ero al secondo anno del dottorato di ricerca. Ad un certo punto ne diedi notizia ai miei compagni di corso, molti dei quali mi risposero: «Mi dispiace…». Non erano né ironici né cattivi, ma semplicemente onesti. Era evidente anche a me che la novità nel mio grembo era incompatibile con le logiche brutali del mondo della ricerca universitaria, che richiede una dedizione assoluta – per non dire disumana. In quel caso fu mio marito a darmi la dritta giusta e lo fece a modo suo, cioè da ingegnere. Mi disse: «In matematica sommando un positivo con un altro positivo non si arriva mai a un risultato negativo». Questa era la sfida sul tavolo: l’arrivo di un bambino era un positivo e la mia passione per la letteratura era un positivo, dunque non erano elementi da guardare in modo oppositivo, bensì costruttivo.
Da allora in poi non è stato facile trovare una strada, perché l’attrito circostante è forte: avere una famiglia da curare viene tuttora considerato un ostacolo per una madre lavoratrice. E anche in questo contesto Chesterton si è rivelato un compagno di strada indispensabile: mi ha insegnato che per osservare adeguatamente una circostanza importante o grave occorre sempre partire dalla teoria, cioè occorre avere un ideale solido (lo scrive in Cosa c’è di sbagliato nel mondo). Solo a partire da un ideale si generano soluzioni pratiche efficaci. L’ideale che Chesterton mi ha aiutato a mettere a fuoco è la famiglia, quel nucleo affettivo che contiene e sostiene una visione umana «sana»: ogni altra cosa che incontriamo fuori dalla porta di casa è parziale, cioè è interessata a una sola parte della nostra persona (sul lavoro sono richieste le nostre competenze migliori, lo stato ci vuole cittadini onesti, il ristorante ci accoglie come clienti educati). In famiglia, invece, vale tutto di noi … vale anche il nostro peggio, perché a volte – ad esempio – a un marito è chiesto di sistemare un rubinetto anche se non ne è proprio capace e i figli ti sorridono anche quando mangiano una ciambella sbruciacchiata. Ci si prova, perché la famiglia è il luogo degli esperimenti e della libertà.
Forte di questa evidenza, affronto di giorno in giorno le sfide che mi si pongono. L’esperienza mi ha permesso di verificare che, tutte le volte in cui ho tenuto come punto fermo la famiglia (le priorità che mi si chiedevano come madre), ne sono seguite scelte lavorative positive. È un po’ come il compasso: se c’è un braccio fisso, l’altro può muoversi senza mai perdersi. Ovviamente non è tutto rose e fiori, anzi mi ritrovo spesso a constatare che tutti i miei progetti sono saltati e intraprendo lavori che mai avrei pensato di fare. La precarietà mi è compagna, ma anche certe soddisfazioni inaspettate. Insomma, è un’avventura … un mare burrascoso che fortifica i muscoli di chi ci nuota.

Sappiamo che sei in dolce attesa (congratulazioni e auguri!). Volevo chiederti se la maternità possa considerarsi una capriola cosmica :-D

Eccome! La maternità è proprio un’acrobazia tosta. Io e mio marito abbiamo accolto i figli che sono venuti senza pianificarli; abbiamo anche accolto la dolorosa esperienza di perderne uno prima che nascesse. E partirei proprio da qui. So che spesso la gravidanza viene presentata alle future mamme come un momento in cui sperimenteranno una forza e una sicurezza personali incredibili. Per me non è mai stato così, rimanendo incinta mi sono sempre sentita come lo sceriffo di provincia che vede il suo ufficio invaso dagli agenti dell’FBI, i quali lo mettono all’angolo con la frase: «Ora qui comandiamo noi!».
La gravidanza è un momento in cui è la donna è attrice, ma non regista. Il corpo ospita un evento grandioso che alla madre è chiesto di sostenere, senza esserne padrona. Questo mi è stato brutalmente evidente con l’esperienza dell’aborto spontaneo, ma è altrettanto evidente con le gravidanze che portano a una nascita: la madre partecipa a qualcosa che non comanda; è l’evento più clamoroso di cui possa fare esperienza, eppure non lo guida. Perciò è proprio una capriola, perché ti «costringe» a essere una protagonista umile. Una volta di più c’è da ringraziare del fatto che in certe circostanze «si è costretti»!
Banalmente, io mi porto le nausee fino in sala parto e la mia emotività diventa ingestibile per nove mesi: sono proprio pessima e insopportabile quando sono incinta. E – a posteriori – ne rido, perché mi dico: «Ma guarda, è proprio stupefacente: l’impresa più meravigliosa della tua vita l’hai condotta in condizioni pietose!». Questa apparente contraddizione mi aiuta a guardare con più onestà i miei figli, perché senz’altro il valore e la dignità della loro persona non dipendono da una mia bravura.

 

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