03 marzo 2016

Progresso: così magnifico che non lo comprendiamo

di Francesco Severa

Possiamo finalmente dichiarare che il vento del progresso spiri ormai anche sulle dolci terre della nostra Italia; “ha trionfato l’amore”, ha detto, festante, il nostro Matteo Renzi, già cattolicissimo scout poi convertitosi al mito di questa nuova antropologia del desiderio, che, nell’immaginario dell’aristocratica sinistra europea, sembra a questo punto aver sostituito operai e lavoratori, dopo l’approvazione in Senato, a colpi di fiducia – ci sarebbe da riflettere anche su questo -, del maxi-emendamento che, stralciando l’adozione del figliastro dal disegno di legge della senatrice Cirinnà, sembra averlo reso più digeribile perfino ai più fieri cattolici che siedono tra i banchi della maggioranza di governo.

“Siamo dei sorpassati. Non fatecene una colpa: è soltanto una disgrazia. O una fortuna”: sono queste parole di Giovannino Guareschi che sembrano uscire spontanee dalla bocca di chi, come me dopotutto, non riesce proprio – pur impegnandosi, sia chiaro – a lasciarsi trascinare dalle magnifiche, direi forse ancor meglio inebrianti, sorti e progressive che si prospettano per un’umanità finalmente liberata da quell’astrattissimo concetto antropologico che dicesi “mamma”; finalmente emancipata dall’idea, tutta medioevale, che la famiglia, quella che la nostra Costituzione garantisce con il matrimonio, non semplice contratto bensì particolarissimo negozio giuridico, chiamato a tutelare la cellula fondamentale della nostra società, sia formata – sentite quanto è oscuro questo concetto – da un uomo e da una donna.

Il guaio in realtà sta nel fatto che la nostra mentalità forse tetragona; forse ineluttabilmente ispirata da una certa visione del mondo, che potremmo anche definire – barando un po’ – ormai superata, nonostante per più di duemila anni abbia modellato l’opinione di un continente; sicuramente una mentalità civile “in Italia di una sua civiltà – come direbbe Bacchelli – a volte evasiva e segreta e sempre inconfondibile e non mai soppressa da tanto e sì illustre e anche greve carico di storia”; ecco questa mentalità, nella sua pochezza ma anche nella sua popolare onestà, non riesce a non vedere qualcosa di macchinoso, artificiale nel senso più arido del termine, direi quasi qualcosa di logicamente irrazionale in questo dibattito giustamente acceso e giustamente lacerante sul tema delle unioni omosessuali e dei diritti da riconoscere loro.
Ecco chiariamoci subito. Non è un problema di chi si ama ovvero di chi si sceglie per condividere la propria esistenza; quello non spetta allo stato giudicarlo, come non spetta a noi. Qui si tratta di due o tre concetti che, pur con tutta la buona volontà, non si potrebbero considerare altrimenti se non semplicemente e profondamente veri, perché evidenti di per se stessi a qualsiasi onesta coscienza.

Innanzitutto il fatto che esista una ontologica differenza tra un uomo e una donna che si uniscono al fine di creare un’unione stabile che è per la società sicurezza di futuro – figli – e garanzia del passato – tradizione -, dunque per questo meritevole di una specifica tutela, e due uomini o due donne che decidono, legittimamente, di passare la vita insieme e che appunto vengono già garantiti attraverso i loro diritti individuali; il fatto che due uomini o due donne, da soli, figli non ne possano avere per evidentissime questioni naturali; il fatto che strappare un bambino alla sua mamma, dopo che per nove mesi essa l’ha portato in grembo, per affidarlo a qualche degenere riccone che lo ha comprato al suon di quattrini, è qualcosa che farebbe vomitare qualsiasi persona dotata di senno e che possa definirsi umana.

Negare anche una sola di queste asserzioni, come sta avvenendo in realtà nel nostro parlamento, non può che essere una forzatura ideologica ed un consapevole attentato alla natura, all’antropologia e anche all’amore, che, per solenne assunto paolino, innanzitutto “si compiace della Verità”. Qui ci raccontano che non parificare le coppie omosessuali alle famiglie eterosessuali in tutto, perfino nella possibilità, artificiosa evidentemente, di avere e crescere figli, rappresenta un’intollerante discriminazione e la negazione dei diritti umani.

Ma quello che realmente sembra intollerante alle menti semplici – come la mia – è invece il fatto di voler imporre una visione che, piuttosto che giuridica, piuttosto che razionale, è tutta ideologica: l’idea che alla fine i desideri di una persona descrivano anche i suoi personali diritti; l’idea che la natura, che ci discrimina sessualmente, debba essere cambiata a colpi di legislazione arcobaleno; l’idea che alla fine l’essere umano non abbia limiti e possa pensare di essere realmente capace di distorcere la realtà a suo piacimento.

Oggi, dopo l’approvazione in Senato, siamo più vicini al varo definitivo di una legge, di cui è difficile non notare le manchevolezze giuridiche, ma che, seppur fortemente ridimensionata rispetto alla proposta iniziale, aprirà la strada a interpretazioni giurisprudenziali sempre più coraggiose, che rischiano di andare ben oltre il testo normativo. Ma ciò che stupisce non è tanto un parlamento che è pronto ad avallare con un voto solenne un’evidente negazione del vero; non sarebbe la prima volta: non vi è poi una grande differenza tra pigiare il pulsante verde per dire che Ruby è la nipote di Mubarak e farlo per dire che una coppia omosessuale è equiparabile ad una famiglia. E’ piuttosto il fatto che su questi temi, nel nostro paese, ad un dibattito sincero, si preferisca una sistematica demonizzazione di chi non si conforma al pensiero unico del gender; si preferisca gridare alla reazione e al medioevo invece che ascoltare chi onestamente rileva che qualcosa non va in tutta questa felice costruzione di una nuova antropologia; si preferisca negare credibilità a chi, credendo che non sia il semplice scorrere del tempo a rendere gli uomini migliori, continua a guardare alla realtà come per secoli è stata guardata.

Dies amara valde. Eppure in questa disgrazia di trovarsi dal lato sbagliato della storia, qualcosa di positivo dovremo pure trovarlo. La soddisfazione di poter dire che in questa generale ubriacatura da distorto progresso, qualcuno è ancora sobrio. La gioia dell’uomo comune che, al contrario dell’elitario egoista che guarda al suo naso pensando che là finisca il mondo, guarda al cielo stellato con meraviglia. Il coraggio di obiettare a chi continua a blaterare del destino magnifico dell’uomo emancipato e onnipotente che in realtà due più due continuerà sempre a fare quattro.  

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