18 marzo 2016

Quando i bambini diventano oggetti

di Giuliano Guzzo

Sono rimasto positivamente colpito dalla lettura, sul Corriere di ieri, di un lungo e denso intervento dello scrittore Claudio Magris che mi pare quasi totalmente condivisibile. Scrivo volutamente “quasi” perché ritengo che a quel pur apprezzabile articolo manchi qualcosa, che dirò più avanti. Reputo infatti doveroso, in primo luogo, sottolineare i numerosi meriti di Magris, che ha avuto il coraggio di puntare apertamente il dito contro quella «melassa sdolcinata e tirannica» che si traduce «in un conformismo che ammette tutto e il contrario di tutto. Tranne ciò che contesta il suo nichilismo giulivo e totalitario» (Corriere della Sera, 16.3.2016, pp.1-16).
Sono con tutta evidenza parole pesantissime e in conflitto col clima festoso e progressista che, dall’avvenuta approvazione, in Senato, delle unioni civili accompagna – almeno a livello mediatico – il nostro Paese. Solo per questo, solo per aver ricordato che quello che ci circonda è in realtà un «nichilismo giulivo e totalitario», Magris meriterebbe un applauso. Ma i meriti dell’illustre scrittore vanno oltre dal momento che, sulla scia di Pasolini, Vacca e Tronti – tutti pensatori di formazione tutt’altro che conservatrice -, è stato in grado di offrire ai lettori una convincente analisi sulla tirannia del consumo, che è giunto ad «inglobare ogni aspetto della realtà e dell’esistenza».
Apprezzabile, inoltre, è stato l’approdo del ragionamento di Magris, volto a denunciare l’avvenuta ed indebita sovrapposizione fra desiderio e diritto, come se non vi fosse più aspirazione individuale degna di riconoscimento giuridico; una sovrapposizione che porta a dimenticare – fra le altre cose – il primato del «bambino, che comunque nasce da un uomo e da una donna e la cui maturazione è verosimilmente arricchita dalla crescita non necessariamente con i genitori naturali ma con un uomo ed una donna, espressione di quella diversità che è di per sé più creativa e formativa di ogni identità a senso unico».
Ora, per chi legge abitualmente il Corriere e conosce l’imbarazzante conformismo che – fatta eccezione per gli interventi di Galli della Loggia e Susanna Tamaro – il celebre quotidiano, ormai da anni, serve ai propri lettori sui temi eticamente sensibili, questo articolo di Claudio Magris non può non avere il sapore surreale del miracolo: leggere critiche contro il «nichilismo giulivo e totalitario» e sentir riaffermare il dato elementare per cui un bambino «comunque nasce da un uomo e da una donna», di questi tempi, è un bel segno di speranza. Detto questo, come dicevo in apertura, credo che all’intervento dello scrittore triestino manchi qualcosa.
Due cose, essenzialmente. La prima è una lettura completa dello stravolgimento antropologico in corso; se difatti siamo all’utero in affitto non è un caso: come la contraccezione ha diffuso il sesso senza procreazione e la provetta la procreazione senza sesso, la cosiddetta maternità surrogata ha semplicemente aggiunto un passaggio in più: quello della programmata genitorialità senza procreazione, qualcosa di totalmente nuovo e che – a differenza dell’adozione, che si pone come rimedio nell’interesse di un bambino già nato – si concreta nella programmazione di un bambino da cedere contrattualmente.
A mancare, nell’articolo di Claudio Magris, è poi una sottolineatura sul fatto che, molto banalmente, non ha senso chiudere la stalla quando i buoi sono già fuggiti: e si dà il caso che sia così. Diviene difatti enormemente faticoso, per non dire del tutto contraddittorio, da un lato accettare il ricorso alla fecondazione extracorporea – e dunque il “diritto al figlio” – e dall’altro protestare contro l’utero in affitto, che pur sempre espressione del “diritto al figlio” è. E’ cioè insostenibile l’affermazione secondo cui il figlio è soggetto di diritti solo una volta venuto al mondo, per il semplice fatto che non si diventa figli: si è figli, sin dal concepimento.
Non è che – per ironizzare – fino al momento del parto una donna non sa se in grembo ospita uno zio, un nonno, un nipote o una lontana cugina: la gestante è pienamente – e sacrosantamente! – consapevole di aspettare sin dall’inizio un figlio. Viceversa il diritto e le politica sembrano esserne dimenticati, riconoscendo – salvo nuove amnesie, che legittimerebbero appunto l’utero in affitto – la presenza del figlio solo dopo la nascita. Ma se ci siamo dimenticati dei diritti del figlio nel ventre materno, chi ci assicura che entro qualche tempo non ce ne scorderemo pure nella sala operatoria o poche ore dal parto, spalancando le porte alla cosiddetta maternità surrogata?
Intendo dire che se accettiamo divorzio, aborto e provetta – magari ritenendoli indici di progresso – il «nichilismo giulivo e totalitario» ha già vinto e l’utero in affitto è questione di tempo, perché non puoi dire che il bambino sia soggetto di diritti ma non estendere tutela all’intera sua esistenza. Ora, mi rendo conto come non si possa neppure chiedere al pur acuto Claudio Magris di turno di rendersi autore, lui solo, di una crociata contro la modernità. Tuttavia, se davvero vogliamo porre fine al «nichilismo giulivo e totalitario» non possiamo neppure, di volta in volta, raccoglierne i frutti facendo attenzione a separarli dagli altri; occorre invece fare i conti direttamente coi rami, il tronco e le radici di questo albero malato.  

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