06 marzo 2016

Trump piace all'America profonda, ecco perché


di Alessandro Rico

Il ciclone Trump ha fatto irruzione sulla scena politica americana, mietendo vittime soprattutto a destra. L’establishment del Partito Repubblicano, dopo il trionfo del tycoon nel Supermartedì delle primarie, è in fibrillazione. L’apparato si sta compattando nel disperato tentativo di fermare l’avanzata di questo scomodo outsider, per due ragioni principali: primo, Trump ha scardinato la disciplina di partito e i suoi equilibri gerarchici, trasformando il vento antipolitico in un devastante uragano; secondo, la candidatura del miliardario newyorkese sembrerebbe compromettere la conquista repubblicana della Casa Bianca. Stando ai sondaggi, infatti, l’ascesa di Donald Trump avrebbe un effetto paradossale: non ci sarebbero rivali in grado di tenergli testa nello schieramento di destra, ma nella corsa contro la Clinton sia Rubio che Cruz avrebbero buone possibilità di vincere, mentre Trump verrebbe ampiamente sconfitto.

I sondaggi, si sa, lasciano il tempo che trovano e di qui a novembre la strada è ancora lunga. Lo scenario che si va delineando conferma però i successi strategici guadagnati dai democratici grazie a Obama e le corrispettive difficoltà dei repubblicani. Sia sul fronte economico che su quello dei temi eticamente sensibili, le politiche risolutamente di sinistra dell’amministrazione Obama, unitamente all’egemonia culturale liberal che negli ultimi anni si è consolidata oltremisura, hanno radicalizzato l’elettorato conservatore. C’è una fetta di America che non si riconosce nel politicamente corretto, nel matrimonio gay, nella criminalizzazione della polizia ad opera degli attivisti neri, supportati da esponenti democratici di spicco quali il sindaco di New York De Blasio, nello snobismo delle metropoli emancipate, dove trionfano ideologia gender e cliniche abortiste (per non parlare della California, vera e propria riserva occidentale degli uteri in affitto). In quella fetta di America il malcontento è cresciuto di pari passo alle svolte di Obama: la riforma sanitaria, l’apertura, almeno negli intenti, ai rifugiati siriani, ma anche l’altalenante politica estera, tra successi storici, come l’uccisione di Bin Laden, e clamorosi fallimenti, come le primavere arabe.

Trump è riuscito a canalizzare gli umori bollenti di questa America profonda, che un tempo Nixon avrebbe arringato chiamandola «maggioranza silenziosa». Il tycoon non ha lo stesso profilo da leader confessionale che vanta Ted Cruz, ma il suo messaggio è più efficace. Dallo slogan «Make America great again», che stimola l’orgoglio patriottico di un popolo non disposto al ridimensionamento della potenza statunitense, passando per il pugno duro contro la Cina, le draconiane proposte sui muri anti-immigrati, fino alle promesse di elargizioni a beneficio dei veterani, un classico del repertorio nazionalista di un Paese che in queste sfaccettature ricorda l’ethos civile dell’antica Roma. Nessun altro candidato è riuscito a catturare l’empatia di un elettorato galvanizzato dalle sortite iperboliche di Trump. Il che in fondo è bizzarro, se si considera che l’estremista religioso sostenuto dai liberisti del Tea Party dovrebbe essere Cruz. Dai funzionari di partito come Jeb Bush e il suo delfino Rubio, invece, non ci si poteva aspettare un memorabile successo, in un clima del genere.

Lo scossone anti-sistema assestato dagli elettori repubblicani potrebbe giovare alla Clinton, che dopo aver arrancato un po’ contro il rivale socialista Sanders, sembra lanciata verso la nomination. L’ha già detto all’indomani del Super Tuesday: «All’America serve più dolcezza». Hillary avrà buon gioco nel ridicolizzare l’eccentricità di Trump e nel far leva sul classico repertorio politically correct: le donne, gli immigrati, i poveri, le minoranze, i diritti. D’altronde proprio l’apparente vantaggio potrebbe trasformarsi in un punto debole. Trump ha già brutalizzato gli sfidanti repubblicani con i suoi attacchi frontali,dimostrandosi capacissimo di resistere alla loro martellante propaganda contra personam; l’errore più grande che la Clinton potrebbe commettere sarebbe quello di una campagna elettorale alla Bersani, sotto tono, remissiva, nella malriposta convinzione di vincere a tavolino.
Se ne vedranno delle belle. Intanto, le reazioni scandalizzate dei benpensanti ai toupet di Trump o ai suoi flirt con il duce su Twitter sono già un premio impagabile, per chi vorrebbe castigare la insulsa casta di sacerdoti del progressismo. E poi, se la dobbiamo dire tutta, piuttosto che la Clinton andrebbe bene anche Topo Gigio.
 

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