05 marzo 2016

Utero in affitto: c'è contrarietà e contrarietà

di Michele Pisano
No, il nostro punto di vista è differente da quello proveniente dalle frange del femminismo, dei marxisti e degli intellettuali contrari alla maternità surrogata. E dobbiamo rimarcarlo per non cadere ancora in errore. Perché questi guardano il dito, ma non la luna. Luna che è persona, dignità, consapevolezza del limite, capacità di rinuncia. Il femminismo contrario alla maternità surrogata guarda alla donna, superiore all’uomo e al bambino. Il marxista evidenzia solo l’aspetto economico, reale, ma che non spiega abbastanza la tragicità di questo gesto, che non è frutto del capitalismo ma di persone che hanno perso la bussola. Gli intellettuali, che non appena sentono odore di possibile visibilità si impegnano a firmare appelli. Fuori tempo massimo, e pure patetici.

Le motivazioni contro la maternità surrogata negli ultimi giorni sono provenute da mondi molteplici e variegati. Dal movimentismo femminista, da pensatori marxisti e anticapitalisti e intellettuali, veri o presunti.Temi talvolta anacronistici sono stati utilizzati per discutere di questo strumento e spiegare il perché del no all’utero in affitto.Uno degli aspetti legati alla vicenda che maggiormente ha sollevato critiche è quello economico, elemento fondamentale ai fini del processo, e che contribuisce a rendere la pratica possibile solo ai benestanti.
Questa mostruosità porta il bambino all’interno di un mercato e diventa una rivendicazione alla lotta di classe. Ma si rischia di perdere di vista il problema. Non è la questione monetaria a rendere questa pratica bestiale e immonda, ma è lo strumento in sé e la volontà di metterlo in atto. Il mercato è domanda e offerta, con consumatori e produttori, di qualunque classe sociale. Finché c’è l’interesse a qualcosa, e l’interesse a venderlo, ci sarà mercato. Ma focalizzarsi esclusivamente sulla gravità dell’uomo-merce significa guardare al problema da una prospettiva marxista e non evidenziare il valore della centralità della persona che questa merita. Il mercato non si muove da solo, è un artificio creato dagli uomini. E se questi pongono all’interno delle dinamiche mercatistiche un bambino, significa che l’uomo ha perso di vista il bene e non accetta i propri limiti.
È ormai chiaro che c’è la domanda di bambini, passatemi il termine, e c’è l’offerta nel venderli come un prodotto. È una forma blanda di schiavismo, la schiavitù del desiderio, solo che i bambini non vengono messi a cucire o a raccogliere cotone nei campi, ma vengono consegnati nella mani di chi vuole veder colmato un vuoto.
Ma si badi bene: la maternità surrogata può prevedere anche una gestante che si dona volontariamente, ma non per questo la pratica è meno abominevole. Sia perché i costi ci saranno sempre e le agenzie saranno comunque necessarie a gestire la logistica; sia perché anche la gratuità del gesto esprime un disordine inaccettabile. Un bambino viene passato da un abbraccio all’altro, e uno di questi abbracci verrà il più delle volte meno, sino a scomparire del tutto. Gratuitamente o a pagamento questo gioco rimane violento, incivile, immorale. Un contratto non può regolare l’affettività.
I variegati movimenti progressisti, o meglio, la maggior parte, si stanno scagliando contro la maternità surrogata, vietata in Italia ma possibile in altre nazioni. E anche a questo riguardo, eviterei di portare avanti una battaglia esclusivamente sanzionatoria, proibizionista e legale. Parlando esclusivamente della punizione si rischia di non trasmettere nulla di valoriale. Perché siamo contrari? Non a causa di una legge vigente che proibisce, ma da un valore che ci unisce. Le femministe, che guardano alla donna come unico centro d’interesse, dimenticano il valore. Mettono da parte il bambino. È lo stesso ragionamento a proposito dell’aborto. Decido io, a discapito di qualcun altro. A essere messa da parte è la persona. Questa non conta. Contano solo le rivendicazioni della donna. Altri, favorevoli alla pratica, pur di difenderla ammettono che questi bambini non sarebbero mai potuti nascere senza la surrogata, e quindi l’utero in affitto dà la possibilità alle coppie omosessuali di donare la vita (sigh!). Però non si capisce perché trai «mai nati» non vengano contati i bambini abortiti.

L’utero è mio e me lo gestisco io.Si punta sull’autonomia della donna dimenticando il bambino e si perde di vista la questione dell’adozione omosessuale puntando i riflettori su uno degli strumenti attraverso cui una coppia può adottare.
C’è la spasmodica ricerca di far approvare una legge che dia la possibilità a due papà di essere registrati negli atti ufficiali (ora capite perché si puntava su genitore 1 e genitore 2) e diventare coniugi. Questi poi avrebbero la possibilità di adottare (è pronto un decreto legge). Insomma, ora quel mondo progressista e intellettuale punta tutto nella battaglia contro l’abominio della maternità surrogata, strumento che sfornerà un bambino con tre genitori e uno che vorrebbe essere papà, ma non lo è. Non lo è, senza girarci molto attorno.
La battaglia per la dignità della donna, che ora raccoglierà nelle sue fila politici, pensatori, “società civile”, rischia di distrarre i cattolici e i laici dall’opposizione in sé, quella alle adozioni per omosessuali e per single. Di fronte a chi afferma che i cattolici sono contrari alla maternità surrogata solo perché non vogliono che due papà, o due mamme, possano avere – avere – un bambino dobbiamo, a testa alta, ribadire che sì! È così! Il penoso supermarket dei pargoletti è lo strumento per soddisfare il naturale istinto di paternità, e maternità, di persone che hanno un’affettività omosessuale che, per natura, non può generare la vita in caso di unione. Essere distratti dallo strumento dimenticando il principio è pericoloso. Intanto, come già detto, il Governo è pronto con un decreto a favore di omosessuali e single.
La società ora si scaglia contro la maternità surrogata, ma per le adozioni non ci sono grandi contrarietà e si procede a testa bassa. Cedere di un solo metro significa perdere. È per questo che la peggiore sconfitta è di chi ha chiuso un occhio votando una legge che altro non è che un cavallo di Troia, uno step, con il fine del matrimonio e delle adozioni. Pensiamoci: è stato tutto un susseguirsi di passaggi politici. Lo spauracchio dell’omofobia, la teoria gender, su cui però, a mio parere, si è fatta una non eccellente comunicazione, poi le unioni civili, ora adozioni per omosessuali e, entro poco tempo, maternità surrogata possibile anche in Italia.

Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno. È vero. Non possiamo permetterci di tergiversare. È un periodo storico in cui, forse, quella società cattolica silenziosa è riuscita a superare dissapori, malcontenti, divisioni e unirsi, civilmente. Ed è il momento di parlare con frasi chiare. Il politicamente corretto oggi non possiamo permettercelo, perché questa «Italia arretrata e medievale» è a rischio. O si tiene duro, o si cade. E dispiace che manchi una guida. Che manchi la guida. Perché se finalmente si sono manifestati decine di pensatori che potrebbero contribuire a qualcosa di nuovo a livello di dottrina politica e sociale, ci si accorge spesso di essere soli. Noi non abbiamo la coscienza ben formata, e non ce l’hanno nemmeno i parlamentari. Siamo esseri finiti, e imperfetti, che hanno bisogno di una continua formazione, di essere stimolati, di sentirci dire dov’è la Verità, e perché per questa bisogna lottare. No, i cattolici oggi non possono permettersi di essere in mezzo a un gioco di tattica comunicativa e strategia politica. Non è un periodo storico in cui vince chi attende, chi decide di non schierarsi. No, oggi l’ignavia non è ammessa purtroppo.

Chi non è con me è contro di me. Parole forti, ma non possiamo sottovalutare quella parte del mondo che richiede inaccettabili cambiamenti. Alla presunta rivoluzione del progresso bisogna contrapporre, in maniera umile e intelligente, la reazione dei valori. Se siamo persone che intendono dare testimonianza, oggi non possiamo stare in silenzio, pur con i nostri limiti, i nostri dubbi, i nostri peccati. Se esiste il bene - ed esistono sia il bene sia il male - dobbiamo testimoniarlo. Questo è qualcosa di più grande di qualsiasi votazione, di qualsiasi democrazia, di qualsiasi articolo di giornale. La grandezza rimarrà Verità anche se fosse un solo uomo a testimoniarla, perché la Verità non è democratica, e va amata e difesa. Non ci sarà aula parlamentare, referendum o assise internazionale che potrà smentirla.

Non aver paura della verità, anche se la verità ti costasse la vita. Allora oggi dobbiamo avere il coraggio di dire come la pensiamo e dialogare in maniera limpida con chi esce dal selciato e perde di vista la persona per qualcos’altro. Se oggi noi ci mettessimo ai margini della società, verremmo asfaltati dalla mondanità. Di vigliaccheria si muore. Bisogna quindi impegnarsi in prima persona, con umiltà e determinazione. Perché è una battaglia che tocca ogni singola persona. E non possiamo far finta di nulla.
 

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