08 marzo 2016

Viva la donna che è ancora donna

di Giuliano Guzzo
Credo di non esagerare se dico che questo rischia di essere l’8 marzo più ipocrita di sempre, una contraddizione in termini. Il perché è presto detto: in teoria oggi è la festa della donna, ma in pratica – a sentire le menti più illuminate – l’universo femminile non avrebbe più senso di esistere: il rosa è difatti considerato colore «sessista», il gioco con le bambole «stereotipo di genere», la maternità «concetto antropologico». Ma se uomo e donna, al di là del mero dato biologico e genetico, sono davvero indistinguibili, perché mai festeggiare ancora l’8 marzo? Non è chiaro, tanto più che la festa – come alcuni probabilmente già sapranno – è priva di fondamento storico dal momento che dovrebbe commemorare 129 lavoratrici morte in un incendio newyorkese l’8 marzo 1908 che, in realtà, si verificò non l’8 bensì il 25 marzo con vittime di entrambi i sessi e, soprattutto, nel 1911, a “Giornata della donna” già istituita.
Eppure, anche se fino a pochi anni fa non l’avrei detto – e benché, appunto, fondata su una bufala – trovo che la festa odierna sia preziosa per le stesse ragioni per cui sembra apparire superflua: perché ricorda a tutti che, se esiste una “Giornata della donna”, è perché esiste una donna da omaggiare ma, ancor prima, da riconoscere nella sua inconfondibile specificità. Una specificità che – come evidenziano anche le neuroscienze – appare irriducibile perché generata dalla Natura prima che plasmata dalla Cultura. Questo significa che se anche l’8 marzo fosse abolito, la “Giornata della donna” continuerebbe ad esistere per il semplice fatto che non c’è giorno, nella vita di una famiglia e di ciascuno, in cui la femminilità non si riveli risorsa. Viva la donna, insomma, perché è ancora donna e perché – per quanto la de-femminilizzazione spacciata per emancipazione, oggi, rischi di eroderne l’essenza – rimane il principale mistero di noi uomini, eterni esploratori di un pianeta lontano del quale, in fondo, siamo tutti figli.

 

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