01 aprile 2016

Chi si è iscritto alla Grammar School di Stratford?

Ovvero: cosa c'entra il liceo classico con il bardo dell'Avon

«Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia» 
 (Amleto, Atto I, scena V)

Ripubblichiamo questo articolo scritto in occasione dell'inizio del biennio dedicato a Shakespeare, proprio mentre volge al termine.


di Matteo Donadoni

SHAKESPEARIANA I - Chiamatelo come volete, Cigno dell’Avon, Guglielmo Scuotilancia, il fatto è che siamo nel cuore del biennio shakespeariano – il 23 aprile un anno se ne sarà già andato - e non abbiamo nessuna intenzione di lasciar correre oltre, anche se con un argomento apparentemente marginale.
Ciclicamente mi capita di incappare in articoli a difesa di un Liceo Classico morituro e la cosa mi inquieta. Non solo perché l’ho frequentato, non solo perché dentro di me cova un desiderio visceralmente insaziato che al classico si iscrivano i miei figli, ma perché vedo che la scuola superiore moderna sforna i più disparati professionisti, dimenticandosi dei cittadini.

Saranno magari bravissimi tecnici, sine dubio, ma lo Stato ha bisogno di uomini. Ha bisogno di cittadini. Ha bisogno di politici. E, senza nulla togliere all’intelligenza né alle peculiari capacità di nessuno, la scuola che meglio forma i ragazzi come persone, come uomini abitanti della polis, è quella che offre la formazione classica. Perché la grande crisi spirituale del mondo occidentale è profondamente legata alla crisi della cultura classica – ovvero la Cultura tout court. Invece, oggi, sua maestà lo Specialista ha sostituito il filosofo, ovvero colui che ha una visione olistica della realtà. Tutti lì a specializzarsi, per essere i migliori nel piccolissimo e nel particolarissimo, e poi così incapaci di gestire la propria vita, così depressi. Ciò dipende anche dal fatto che l’attacco dello scientismo moderno alla religione, relitto della superstizione medievale, ha coinvolto anche l’eredità classica, tanto che i genitori tendono a non iscrivere più i figli al liceo classico, ritenuto ormai non adeguato alla formazione dei moderni rampolli della società multiculturale e tecnologica dei foolish esaltati del tablet.

Si sbagliano. Il Medioevo ha salvato la cultura grecoromana dall’abisso dell’inciviltà e della barbarie, anzi, le ha dato un lustro superiore, immergendola nel vigore salvifico del cristianesimo, che, durante secoli difficili, con penuria di mezzi, al freddo e contro peste e razzie, ha creato l’identità europea. Una koinè cattolica caratterizzata da un’unità di vita, dottrina e disciplina, di ampiezza europea, che ha resistito fino al dramma di quella che alcuni hanno definito “Riforma” protestante, per poi, lentamente, declinare. Ma è proprio in questo humus che ha potuto attecchire il genio umano europeo, a qualsiasi latitudine. E, in qualche modo, quanto eretto dal genio dei secoli cristiani sui due pilastri della cultura europea ha retto fino ad oggi. Perché?

Prendiamo William Shakespeare (1564 – 1616), compie 450 anni, ed è attuale. La sua opera non è solo il frutto del genio di un ragazzo di una tranquilla cittadina agricola della provincia inglese – ancora oggi circondata da boschi e parchi che custodiscono i castelli delle antiche famiglie inglesi, all’epoca Stratford upon Avon contava circa 2.000 abitanti –, la sua è un’opera sempreverde, perché in grado di parlare all’uomo di oggi, anzi, all’uomo di ogni tempo. Tanto che di lui è stato detto: «He was not of an age, but for all time» (Ben Jonson, 1572-1637). William Shakespeare è il più grande scrittore cattolico di lingua inglese, è il più grande poeta inglese e tra i primi poeti del mondo antico e moderno.

Perché? Perché «gli esseri umani di ogni tempo hanno qualcosa da spartire con gli eroi shakespeariani, perché Shakespeare coglie la natura umana nella sua complessità e universalità. E’ questa l’essenza di ogni classico» (Elisabetta Sala, L’Enigma di Shakespeare, Ares 2011). I suoi drammi sono come miniere: è possibile scavare sempre più in profondità, e la profondità è direttamente proporzionale al livello cui riesce ad accedere il lettore o fruitore se rappresentata in scena. Lo stesso vale per i più importanti autori classici che hanno fondato la nostra civiltà, ci hanno permesso di elevarci sopra la barbarie e sopra la miseria. Ci hanno fatti ricchi di cultura, di umanità e perfino di santità, rendendoci capaci di comprendere la realtà, ed infine, grazie a famosi scienziati formati dalla cultura umanistica, resi indipendenti, anche se non del tutto, dal capriccio scellerato della natura.

Dunque, non confondiamo la sostanza con gli accidenti, la causa finale con la causa strumentale: la tecnologia è un mezzo che, a patto di essere usato bene, aiuta nell’apprendimento. Ma di quale tecnologia ha potuto usufruire Shakespeare? Penna d’oca e cera d’api.
Immaginiamoci l’Inghilterra elisabettiana, quella della cosiddetta Golden Age: bellissime case a graticcio, fango, immondizie ed escrementi per strada, dove erano liberi di scorrazzare polli e maiali, cosicché smaltissero i rifiuti. Odori di ogni tipo. Ratti che ciclicamente rinfocolavano la peste. Zuffe sanguinose ed esecuzioni pubbliche in cui il sangue scorreva a fiotti, aggiungendosi e mescolandosi ai rivoletti delle fogne a cielo aperto sul selciato, dove c’era. Venuto al mondo in una famiglia numerosa – sei fratelli, di cui tre morirono bambini – fu in questo ambiente spesso malsano, che dovette studiare il piccolo William. Sappiamo, per quanto traspare dalle suo opere, che il figlio del guantaio e poi connestabile (una specie di sindaco) venne probabilmente iscritto alla Grammar School di Stratford, cui grazie ad una legge regia potevano accedere gratuitamente i bambini a partire dai sette anni, purché già alfabetizzati – all’uopo c’erano le petty schools o dame schools dove signore istruite, appunto, fungevano da maestre.

Era una scuola durissima se confrontata con i canoni moderni: cinque giorni e mezzo su sette, giornate piene, e con piene si intende dalla mattina alla sera: orario estivo dalle sei di mattina alle cinque il pomeriggio; orario invernale dalle sette alle quattro. Nel Medioevo (che in Inghilterra finì più tardi con l’Atto di Supremazia di Enrico VIII Tudor nel 1534) il tempo era scandito dalle campane e, semplicemente, dal sole. Gli alunni avevano diritto a due ore di pausa pranzo ed un paio di settimane di vacanza a Natale e Pasqua, d’estate niente riposo, ovviamente. Ah, il venerdì era il giorno delle punizioni corporali. Si insegnava prevalentemente in lingua latina e quali erano le materie? Latino, letteratura e retorica; un po’ di greco se l’insegnante ne conosceva; storia antica; religione; aritmetica.

Buone basi. Le basi. Tuttavia, nell’Inghilterra odierna, come è normale che sia, l’istruzione è cambiata molto. Solo di recente c’è stato un lodevole tentativo di riforma da parte dell’ex ministro cameroniano, ora silurato, Michael Gove, ex giornalista dagli occhi vispi, con le idee chiare sui valori che i ragazzi britannici dovrebbero apprendere. Pare infatti che la situazione scolastica inglese fosse peggiore di quella italiana. Secondo un sondaggio della Confederation of British Industry fatto in quasi 600 aziende inglesi, quattro dipendenti su dieci devono fare corsi di formazione sulla grammatica e la matematica perché non sono in grado di “gestire la normale routine di un posto di lavoro”. Non sanno scrivere in inglese e non conoscono le tabelline, perciò calcoli elementari risultano errati e la comunicazione via email soggetta a volubili interpretazioni. Gove ha tentato di ridare alla scuola inglese un minimo di rigore a suon di versi shakespeariani mandati a memoria e tabelline fino al 12. Il ministro conservative è stato inoltre accusato di essere un provocatore per aver inviato (grazie ai soldi di una charity) 300mila bibbie nelle scuole, perché considera anche la Bibbia un testo chiave della formazione dei ragazzi.

E in Italia? Abbiamo una scuola d’eccellenza. Snobbata. Poi però assistiamo al fenomeno paralavorativo noto come “corso di formazione” (ma come, un laureato non è da considerarsi formato?) Allora, invece di costringere insegnanti, manager e supermanager privi di istruzione classica a sostenere costosissimi corsi di formazione, sarebbe meglio mandare i nostri ragazzi a frequentare il povero e tanto bistrattato Classico, dove si leggono Platone, Aristotele e Seneca, Quintiliano, Cicerone, Tucidide e Tacito e poi Agostino e Tommaso, e una legione di altri autori che, evidentemente, offrono ancora molte cose utili – classiche? – anche per il nostro bislacco mondo moderno. Perché, se anche il mondo cambia, il cuore dell’uomo è sempre uguale.

I giovani italiani, dunque, non hanno bisogno di meno classico, ma di più classico. Hanno bisogno di affrontare le verità che valgono sempre, hanno bisogno ancora di imparare versi di Dante e Shakespeare a memoria, ma anche di confrontarsi con Omero e Virgilio. E perfino con Tirteo. La priorità della scuola non sono le lavagne luminose o “un tablet su ogni banco”, come viene detto non senza una certa sicumera, ma, al netto di un riscaldamento decente, di un ambiente di studio decoroso, ben illuminato e privo di spifferi (come invece purtroppo spesso non accade), la priorità della scuola italiana in un mondo governato da sofisti ed imbonitori è la conoscenza delle nostre radici, della Bibbia e della storia. Con l’introduzione della filosofia, possibilmente sin dalle elementari (dato che i bambini si pongono tutte le più importanti domande metafisiche entro gli otto anni d’età) e della retorica alle medie.

Da queste materie classiche si sviluppano i concetti del rispetto e dell’etica, della libertà e dell’umiltà, senza i quali non si può costruire una vera civiltà. I nostri ragazzi hanno bisogno di sapere da dove vengono e perché sono venuti al mondo, poi, se vorranno, si specializzeranno in ciò che più piace a loro. Ne avranno le basi. Potranno perfino andare a fare l’avvocato in Cina, per quanto io trovi la cosa una colossale idiozia.
La posta in gioco non è, banalmente, la perdita del lavoro da parte degli insegnanti di greco, la posta in gioco è veramente alta, come ha profetizzato l’indimenticato Hilaire Belloc ne La Crisi della Civiltà: «In questa crisi le uniche alternative sono: o la nostra guarigione per mezzo della restaurazione del Cristianesimo o lo spegnersi della nostra civiltà». In senso ampio: urge la ricostruzione della tradizionale cultura europea.
Ragazzi il Classico non è più difficile di un’altra scuola: sono sicuro che fra voi si cela un nuovo bardo. E poi, se con fatica e sberloni (veri), ce l’ha fatta una schiappa come me…
 

3 commenti :

  1. Quanto ho amato il latino e filosofia! Ricordo però che quando frequentavo 15 anni fa e ancor di più al giorno d'oggi S. Agostino e S.Tommaso vengono appena nominati...chissà perché?!

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  2. Da ex studente non posso che essere d'accordo al 110%, però, purtroppo anche al classico è arrivata l'ondata dei prof. post68 che nulla studiavano e nulla sanno e possono insegnare, mio figlio ha frequentato il mio stesso liceo, ma un abisso ci divide e non era scarso solo mio figlio con poca voglia di studiare.....Willie non scrisse tutto da solo, qualcosa gli passò il luciferino, ma geniale Kit Marlowe, resta l'epitaffio sprezzante di Pope (nomen omen!) He died as a popist.

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  3. Grazie! Anche io vorrei morire "popist"... ma mi sa che ci seppelliscono vivi stavolta...
    MD

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