12 aprile 2016

Dai vecchi campi il grano nuovo

OVVERO LA PROFEZIA DI BELLOC, KING LEAR E IL FUTURO DELL’UNIONE

«È un gran sollievo ritrovare le voci e le foreste del vecchio Guglielmo»
(Giovanni Papini)


di Matteo Donadoni

SHAKESPEAREANA II - Più di cento anni orsono, nel gennaio del 1911, appare, in una raccolta di saggi intitolata First and Last, lo scritto King Lear, in cui Hilaire Belloc ha consegnato ai posteri, e cioè a noi, una delle sue mirabolanti profezie. Riguarda quell’antica unità, fondata dall’impulso missionario degli apostoli e primariamente da Cristo stesso tramite la sua Chiesa, che si chiamava Cristianità e che nei suoi sviluppi finali è andata in pezzi. Tanto che le varie nazioni europee hanno avuto negli ultimi secoli sviluppi indipendenti, diversi e contrastanti al punto da degenerare in guerre fratricide, fino all’abisso delle due spaventose guerre mondiali del XX secolo. Sono state divise - senza rispolverare san Carlo Magno - politicamente dalle spinte nazionaliste prima e nel seno della Chiesa dallo scisma luterano, poi. Infine, la rivoluzione bolscevica, precipitando gli eventi, fece calare da Stettino a Trieste la famosa cortina di ferro, «una notte che non ha pietà né di savi né di matti» (III, 2) che, soffocando mezza Europa, avvelenò l’altra metà. Così l’antica res publica cristiana appariva ora, verso la metà del secolo scorso, come una landa divisa dalla lungimiranza di un mentecatto. Una nazione figlia di un’unica cultura smembrata come avviene nel più bel dramma shakespeariano, King Lear.

Come il Macbeth di poco successiva alla Congiura delle polveri, la cui mente Robert Catesby era imparentata col drammaturgo, l’opera richiama un’antica fiaba in cui un re castigava la figlia buona e premiava le figlie malvagie. Nell’opera il vecchio Re Lear appare fin da subito come mentalmente indebolito, giacché nessun re sano di mente dividerebbe il suo regno, indebolendolo visibilmente agli occhi dei nemici, e per di più con la pretesa di mantenere prerogative regali successivamente all’abdicazione. Ci appare quindi gravida di giustizia, e non da smorfiosetta, la risposta di Cordelia «Non riesco a sollevare il peso del mio amore fino alle mie labbra; amo vostra maestà secondo il nostro vincolo, né più né meno» (I,1). La richiesta del padre – e pur sempre il re – folle di un amore totale è molto simile alle richieste di fedeltà cieca ed assoluta degli stati totalitari. E questa richiesta, come ha fatto ben notare Elisabetta Sala, risulta meno assurda se consideriamo il contesto dell’Inghilterra elisabettiana in cui Shakespeare si trova a vivere ed operare. Un paese diviso, anzi spaccato, fra cattolici e anglicani, e stigmatizzato dal verso che allude ai “capestri sugli inginocchiatoi”, non si può non pensare ad un altro giuramento: l’Oath of Allegiance, quel nuovo iuramentum fidelitatis che re Giacomo I emanò proprio nel 1606, pretendendolo da tutti i cattolici sudditi della corona britannica, e che fu subito proibito da Papa Paolo V. Allo stesso modo non è possibile non accostare il rinnegato Edgar, figlio del Conte di Gloucester, braccato come un animale, con la faccia imbrattata di fango, nascosto nell’incavo di un albero, ai missionari gesuiti clandestini nell’Inghilterra elisabettiana. Tanto è vero che nell’opera chiunque offra ospitalità al ragazzo rischia la condanna a morte, proprio come avveniva per i cattolici che nascondessero missionari. Cosa non prevista per nessun altro criminale. Una follia.

Ed è proprio il tema della follia che ritorna. Se l’elemento di follia nell’Amleto sta sospeso sullo sfondo come una nuvola carica di tempesta pronta ad erompere, in Re Lear la follia, portata alle estreme conseguenze dal tema dell’ingratitudine, infuria in tutta la sua violenza, conferendo al dramma il suo straordinario potere psicologico. Impazzisce, perde proprio la brocca (la rompe direi), il povero re, «ingiunge al vento di soffiar la terra in mare» (III, 1), impone ai venti di soffiare fino a squarciarsi le guance, invoca con un tale fervore da toccare il paradossale ridicolo di voler “annegare i galli sopra i tetti”. Fa quasi pena questo padre dal cuore infranto e la mente schiantata, dopo che il tempo ha scoperto quel che le pieghe dell’astuzia celavano; fa pena e spavento nella più terribile delle maledizioni paterne a Goneril: «Ascolta, o Natura, ascolta! … se proprio non può non generare, fa si che suo figlio sia composto di umor maligno e viva soltanto per infliggerle torture snaturate» (I, 4). Lo stesso vale per l’altra figlia bugiarda, Regan: «Voi esalazioni infette deformate le membra dei suoi figli non nati» e «Voi, vapori che il sole risucchia dalle paludi, contagiate la sua bellezza coprendola di piaghe» (II, 4).

La follia del re va di pari passo con la procella. Il Re Lear sembra essere un prodotto del paesaggio inglese e del suo clima, il suo movimento generale è la tempesta, che entra ed esce da uno sfondo plumbeo in un’atmosfera raggelante non priva di tensioni, come l’accecamento, in diretta sul palco, del povero Gloucester: «dai castoni sanguinanti aveva perduto quelle pietre preziose» (IV, 7) che gli impedivano di vedere quella verità che ora, cieco, scorge chiaramente. E che dovrebbe oggi far riflettere i popoli europei: quando viene permesso che si abusi dell’ospitalità, il cui vincolo era sacro per gli antichi, il padrone di casa può venirne accecato, e perfino ucciso. E’ il caso del tradimento di Edmund, il figlio illegittimo, ma è il caso – lampante in questi giorni successivi ad i fatti di terrorismo in Francia –, di quei figli che l’Europa accoglie, cura e nutre, ma che, se non accettano il sistema di valori occidentale, finiscono per rivoltarsi contro la stessa cultura che li ha salvati, con odio spietato covato nel seno dell’ingratitudine. «Ingratitudine, demonio dal cuore di marmo» (I, 4). «Ingratitudine dal rostro aguzzo come un avvoltoio» (II, 4).

Nel contesto del turbine vorticoso della tempesta, ecco però, d’un tratto uno squarcio di luce azzurra, «la nota di silenzio che Shakespeare introduce improvvisamente dopo il disordine». Tonfi di quiete generati da quei silenzi improvvisi che sopraggiungono ogni tanto con una tale magica rapidità dopo il rombo del vento. Elementi di straordinario vigore poetico come: «infilando la cruna tenebrosa della notte» (II, 1) «lacrime che scottano come piombo fuso» (IV, 7). O d’inaspettata ilarità, impertinente come un cucù: «mise su pancia tanto da ritrovarsi un figlio in culla prima di un marito nel letto» (per la verità incipit, I,1) o il fatto di spalmare di burro il fieno al cavallo.

La verità è che, come dice Belloc: «Quando un uomo ha letto il “King Lear” e posa il libro è come uno che sia rimasto fuori in una di quelle vuote regioni montuose inglesi durante una tempesta notturna. E’ scritto come se la penna partorisse pensieri. E’ possibile congetturare mentre uno legge, e specialmente nelle diatribe, che la penna stessa fu rapida, e il cervello troppo rapido per la penna. Uno sente il soffio dell’aria». Questa è la tragedia che riscopre tutta la maestà della natura, ma è anche e soprattutto la tragedia dei padri e dei figli di ogni tempo. E’ la tragedia dell’intera famiglia umana, segnata dalla propria caduca umanità, degradata dal peccato originale e personale, per cui, in un modo o nell’altro, i personaggi, come gli uomini, sono tutti colpevoli.
Il re muore per l’uccisione della sua piccola Cordelia, non di dolore come molti credono, ma di gioia, credendola ancora viva.

In qualche modo, la follia, rivelandogli la sostanziale uguaglianza fra un mendico e un monarca ha purificato Lear, che è ora solo un povero padre piegato, come una pietà invertita, sul corpo della figlia ritrovata, in un ultimo soffio di vita esalato da una vana, ma incrollabile speranza. Il regno è riunito, anche se il re di Francia è fuggito e tutti sono morti.
D’altra parte non sarà nemmeno sfuggito il fatto che l’Europa oggi è più che mai Unione, crollata l’altra Unione, quella del muro, né che ho trascurato la profezia annunciata. Ma si possono unire figli che si odiano dividendo il patrimonio? non si odierebbero lo stesso perfino raddoppiandolo? o regalando le chiavi della stessa casa ad entrambi (Schengen)? Oggi l’Europa è Unione, ma sostanzialmente unione monetaria, non unione di popoli, che sono rimasti giustapposti e vincolati dalle leggi e dalle banche. Mentre la cultura europea rimane spezzata in una logica di egualitarismo equilibrista, tanto che, ad esempio, sulle banconote hanno dovuto mettere architetture di fantasia per non far torto a nessuno nel computo dei personaggi illustri delle varie nazioni. Livellamento al ribasso. Tanto che le priorità culturali e giuridiche sembrano essere diventate l’uguaglianza di genere (in molti e svariati presunti generi), la distruzione della famiglia e lo sradicamento della memoria storica scomoda e della tradizione religiosa dal cuore e dalle aule scolastiche dei popoli europei. Una vera e propria colonizzazione ideologica, come l’ha definita il Pontefice.

Ma il compito di unire i popoli europei in un unico spirito è fuori dalla portata dei burocrati, perché (dato che non è un fatto di alcool) lo spirito di un popolo vale a dire la sua anima, e l’anima non è quotata in borsa. L’anima è intima ed ancestrale. Questo lavoro di riunire ciò che è stato infranto, dice Belloc, «è il lavoro più nobile che un uomo moderno possa fare» ed un compito che spetta a tutti noi, «a noi spetta gravarci del peso di questo triste tempo, dire quel che si prova e non quel che si deve. I più vecchi hanno più sopportato; a noi giovani non sarà dato di tanto vedere o di viver tanto» (V, 8). Perché «le nazioni d’Europa, ora così divise, in realtà hanno ancora molto in comune più di queste cose che le dividono, ed è sicuro che quando verrà alla fine loro rivelata la comune origine, torneranno ad essa. Torneranno ad essa, forse, sotto la pressione di una guerra intrapresa da una civiltà non Cristiana, ma vi faranno ritorno». Perché, parafrasando un altro grande autore inglese del passato, ovvero Geoffrey Chaucer (1343-1400), dai vecchi campi proviene grano nuovo. A questo punto avranno ben capito, non solo gli addetti ai lavori, che il sottoscritto non si occupa di letteratura inglese, ma che volete? «Tanto vale che Kent sia villano se Lear è pazzo».  

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