13 aprile 2016

I no-triv radical-chic


di Nicola Tomasso

Eccoci giunti. Il 17 aprile si vota il referendum contro le trivelle a mare. Gli eserciti degli ipocriti sono già tumultuosi, schierati col veleno in corpo verso l’assalto finale a chi la spara più grossa: c’è chi si dipinge color arcobaleno per fermare i “cattivoni trivelloni”, chi si fa ritrarre con paesaggi marittimi incontaminati, chi cerca la posa migliore, quella chic ma non troppo radical; le varie Legambiente, WWF e associazioni ecointegraliste alle prese con volantinaggi, figurine, incontri a scuola (poteva mancare la scuola?), banchetti e sinistrate discorrendo. Insomma, tutta l’intellighenzia disincantata delle ceneri della sinistra, la quale, come fenice, ritrova se stessa tra piazze arcobaleno e acque incontaminate: una platea che, accantonata in un angolo remoto della propria coscienza quell’essenza “di sinistra” che è sempre efficace per un tocco di superiorità e di saccenteria, riscopre l’emozione vibrante del movimento, della “lotta che può ripartire dal basso”, di una strana ideologia che di tanto in tanto si trasforma a seconda di come va la moda, ma che è sempre lì, latente, pronta a venire fuori per qualche indignazione telecomandata o qualche inutile battaglia.
Poi ci sono altri, come i leghisti e i grillini, per i quali tutto fa brodo purché ci si distingua. Per questi non è importante il contenuto del referendum: l’importante è andare contro, cercare di acquistare consenso, arrivare al risultato anche senza coerenza e senza un senso apparente.
Ma veniamo al dunque: cosa andremo (andranno) a votare il 17 Aprile?
I cittadini sono chiamati a rispondere alla seguente domanda: volete che, quando scadranno le concessioni per le piattaforme marine esistenti, vengano fermati i giacimenti in attività al di sotto delle 12 miglia dalla costa, anche se sotto c’è ancora gas o petrolio?
Innanzitutto è bene chiarire che il referendum non riguarda affatto nuove trivellazioni, ma soltanto quelle già esistenti. Attualmente è vietata la ricerca di idrocarburi entro le 12 miglia dalla costa.
Inoltre il petrolio e il gas oggi prodotti in Italia dovrebbero essere importati, in caso di vittoria del sì, con maggiori rischi per l’ambiente. Tutto questo andando a chiudere giacimenti lasciati a metà  e creando gravi inefficienze in termini energetici ed economici. Scrive il giornalista Piercamillo Falasca: «Sono le petroliere, se vogliamo dirla tutta, la causa del catrame che purtroppo a volte arriva sulle nostre coste danneggiandole, non i giacimenti nei mari italiani. Il petrolio e il gas “a kilometro zero”, come qualcuno li ha definiti, sono più sicuri e meno impattanti per l’ambiente. Nulla viene scaricato a mare e i detriti di perforazione vengono raccolti e inviati a terra in centri autorizzati per lo smaltimento».
Dobbiamo aggiungere che l’interruzione degli investimenti – a scadenza di concessione – avrebbe delle ripercussioni gravissime sia a livello occupazionale che a livello ambientale. Scrive Marco Bardazzi (Eni): un eventuale ‘sì’ comporterebbe «aumento della dipendenza energetica dall’estero fino ad oltre l’81% rispetto all’attuale 76% (ovvero un aumento dell’import di gas dal 90% al 95% e dell’import di olio e prodotti petroliferi dal 90% attuale al 91.3%). Riduzione del volume del fatturato dell’indotto per circa 0,9 mld € anno e ricadute occupazionali su 5.500 risorse impiegate. Infine, da un punto di vista di efficienza energetica ed ambientale è importante evidenziare come per rimpiazzare un metro cubo di gas prodotto in Italia occorre importarlo tramite gasdotti o LNG, con un consumo di energia mediamente pari al 10% del volume importato, e quindi un maggiore impatto ambientale: l’import addizionale porterebbe ad un aggravio delle emissioni di circa un milione di tonnellate di CO2 per anno. Per non parlare dell’aumento del traffico di petroliere nei nostri mari, con relativi rischi annessi».
Dunque si va a sostituire ad energie non impattanti per l’ambiente, importazioni molto rischiose per le nostre acque: alla faccia della tutela dell’ambiente! In più i dati dell’Emilia Romagna dimostrano quanto sia falsa anche l’idea secondo cui le trivelle incidano negativamente sul turismo.
I comitati per il sì giustificano la loro azione disinformatrice in nome di una riconversione della società alle energie alternative. Senza addentrarmi troppo in questo tema (sono sufficienti gli articoli della stragrande maggioranza del mondo scientifico), appare a dir poco assurdo immaginare un mondo da qui a dieci anni che non fa più uso di petrolio (ci si sposterà in deltaplano forse) e che magari si riscalda con decine di stufette elettriche alimentate ad energia fotovoltaica…
È chiaro che si tratta di un referendum-bufala, tutto impregnato di ideologismo fanatico figlio della nuova religione panteista che vede nel mondo la realizzazione del ‘Regno’: un’etica possibilista circa l’annientamento del peccato dalla storia dell’uomo e la redenzione tramite moniti eco-ambientalisti, una nuova coscienza fremente negli inviti alle iniziative collettive per la salvezza del mondo e persistente negli appelli alle varie indignazioni pubbliche. Ognuno può così serenamente raggiungere l’espiazione del senso di colpa ancestrale tramite il lauto e luciferino riscatto eco-idolatra.
A parte tutto, i veri vincitori di questo referendum saranno i soliti salottieri vanitosi: i soliti radical chic.

 

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