21 aprile 2016

Il 21 aprile non è una festa pagana. La Provvidenza ha fatto di Roma il “caput mundi”


di Alfredo Incollingo

Il 21 aprile Roma celebra il suo bimillenario compleanno. Sono passati più di due millenni da quell'evento epocale, nel lontano 753 a.c. Romolo, tracciando un solco sacro (il famoso “pomerium”) intorno al colle Palatino, sancì la nascita della città, all'epoca, presumibilmente, un piccolo villaggio di pastori – guerrieri.
Da qui prese avviò una storia di grandi trionfi, di gloria e di prosperità, ma anche una scia di sconfitte e decadenze fino alla definitiva disintegrazione dell'impero romano. L'Aquila imperiale da quel piccolo villaggio volò in tutto il Mediterraneo, ma anche nelle terre selvagge del Nord Europa, in Bretagna, Spagna, nelle coste africane e in oriente. Roma divenne una realtà universale e sovranazionale che inglobò buona parte del mondo conosciuto. Era quindi una città sacra, il centro spirituale, culturale e politico del mondo. Questo lo capì anche San Pietro che si recò a Roma per far conoscere ai romani (e all'umanità) Cristo e la sua Verità. Qui s'installò e crebbe la Chiesa Cattolica che continuerà a far di Roma il centro della cristianità e dell'occidente.
Perché allora bisogna lasciare che i “fans” del neopaganesimo romano facciano del 21 aprile una festa pagana?
Roma, affermava Dante Alighieri nella sua “Monarchia”, è il prodotto più evidente della Provvidenza divina che ha voluto una Monarchia Universale capace di portare concordia alle varie nazioni. “Inoltre si può comprendere fin d’ora che la presenza del monarca è resa necessaria dal fine a lui assegnato di stabilire le leggi. Dunque il genere umano che vive sotto il monarca si trova in uno stato di perfezione. Perciò la monarchia è necessaria al benessere del mondo.”
L'Impero non è altro che il frutto della mente divina che si esprime, come sappiamo, anche in verità disseminate nella storia umana. Di fronte al peccato disgregatore Dio fa in modo che gli uomini virtuosi e buoni divengano i custodi e le guide del genere umano. Chi meglio dei virtuosi romani, dice Dante, poteva assumersi il ruolo di guida e quindi di Principe delle genti? La Provvidenza ha agito affinché Roma sorgesse e i suoi nemici fossero sbaragliati. Ciro, Alessandro Magno e i Tolomei hanno tentato di costruire un impero ma solo l'Urbe era destinata a concretizzare questo progetto di Dio.
Il Principe è l'Uno che garantisce l'unità, la “pax” e la concordia. Gli uomini buoni sono gli unici che possono indirizzare l'umanità al bene. La cupidigia, dice Dante, è il peccato che ha mosso i popoli contro Roma, ma questa, forte delle sue virtù, ha saputo punire, ma anche curare le ferite che il male ha causato in quelle genti. La giustizia dell'imperatore è la vera “iustitia” perché , fondata sulla rettitudine, è in grado di discernere e garantire l'ordine e combattere il vizio.
Il diritto, massimo prodotto della civiltà romana, è di conseguenza lo specchio della mente divina, perché votato al bene e alla pace. Esso regola, punisce il male e riconcilia, come l'azione di misericordia di Dio Padre.
L'impero romano è per Dante l'immagine della gloria divina in terra, la stessa che si struttura nei cieli intorno alla maestà di Dio. Roma è quindi la “miglior forma di governo”, in grado di dirigere nelle cose terrene la società cristiana.
Papa Benedetto XV nel 1921, nell'enciclica “In praeclara summorum”, celebrava così il Sommo Poeta: “E voi, diletti figli, che avete la fortuna di coltivare lo studio delle lettere e delle belle arti sotto il magistero della Chiesa, amate e abbiate caro, come fate, questo Poeta, che Noi non esitiamo a definire il cantore e l’araldo più eloquente del pensiero cristiano. Quanto più vi dedicherete a lui con amore, tanto più la luce della verità illuminerà le vostre anime, e più saldamente resterete fedeli e devoti alla santa Fede.”
Dante Alighieri ci invita a non disprezzare, come facevano tanti suoi contemporanei, un passato all'apparenza nefasto e pagano. L'azione di Dio si manifesta nella storia anche in ciò che a prima vista può sembrare non cristiano. Come San Tommaso d'Aquino, anche Dante riconobbe le verità nel pensiero “profano” e nelle vicende della Roma imperiale.
Saldi in queste certezze possiamo commemorare non la fondazione, ma la grandezza di Roma, scelta da San Pietro per fondare la sua Chiesa.
Non biasimiamo solo, ma convertiamo i “pagani” odierni, ricordando che Roma in fin dei conti è una “nostra” creazione.
 

2 commenti :

  1. L'autore sa che il de monarchia è un'opera eretica e inserita nell'Indice?
    Ruggero Romani.

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    1. Non e' considerata un'opera eretica.
      Pardon!

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