30 aprile 2016

Il “campione della carità” e “l'uomo di buona volontà”: San Giuseppe Cottolengo


di Alfredo Incollingo

Figure di Santi come […] Giuseppe Cottolengo […] rimangono modelli insigni di carità sociale per tutti gli uomini di buona volontà. I Santi sono i veri portatori di luce all'interno della storia, perché sono uomini e donne di fede, speranza e carità” Così nella “Conclusione” dell'enciclica “Deus caritas est” Benedetto XVI ricordava la personalità di San Giuseppe Cottolengo (Bra, 3 maggio 1786 – Chieti, 30 aprile 1842), il “campione della carità”. Non l'unico, ma uno dei tanti “uomini insigni” che hanno fatto della loro vita un continuo servizio per gli ultimi, coloro che animano e decadono nelle tante periferie esistenziali della nostra civiltà.
Il Papa non poteva non scegliere parole più semplici e intese per commemorare un santo che ha riconosciuto nel Dio d'Amore il fondamento della sua vita. Senza questa conoscenza nessuno, nemmeno Giuseppe Cottolengo, avrebbe potuto dare ragione ad una vita al servizio degli altri: sarebbe altresì scaduto in una mera ed effimera filantropia, come piace oggi.
“Dio è in assoluto la sorgente originaria di ogni essere; ma questo principio creativo di tutte le cose — il Logos, la ragione primordiale — è al contempo un amante con tutta la passione di un vero amore. In questo modo l'eros è nobilitato al massimo, ma contemporaneamente così purificato da fondersi con l'agape.” (Deus caritas est – Benedetto XVI)

Gli stessi cristiani oggi mostrano una blanda osservanza del comandamento d'amore di Cristo. San Giuseppe Cottolengo dimostra invece che per un cristiano la sua stessa vita è carità, continuo dono di sé, intenso amore per il prossimo, perché “qualunque cosa avete fatto ai più piccoli, lo avete fatto a me” (Mt 25,40). San Giuseppe diede prova del suo amore nelle sue innumerevoli azioni caritative verso gli indigenti nella Torino dei primi decenni dell'ottocento. Poveri, vagabondi e malati erano lasciati “bruciare” nell'indifferenza delle istituzioni.

Di fronte ai drammi esistenziali cui era costretto ad assistere nelle periferie torinesi compì una seconda convertirsi, abbandonando tutto per seguire Cristo. San Giuseppe aveva compreso che quell'amore che Dio ha rivolto ai suoi figli nell'estremo gesto del sacrificio doveva adesso essere rivolto ai suoi fratelli e alle sue sorelle.

Nato in una ricca famiglia di commercianti di tessuti, primo di ben dodici figli, Giuseppe conobbe la fede e il Vangelo già nella tenera età grazie alla devota madre. Si mostrò fin da giovane sensibile ai più bisognosi in un regno, quello del Piemonte, i cui tassi di povertà erano tra i più alti in Europa. Il giovane Giuseppe crebbe nei riverberi dell'illuminismo e della rivoluzione francese, nel mito di Napoleone, ma ciò non gli impedì nel 1811 di scegliere la vita religiosa, ordinato sacerdote in quello stesso anno.

Divenne un dottore di teologia, affermato cultore di materia religiosa, ma la sapienza non è nulla di fronte ai mali della vita. Fu così che, osservando l'acuta sofferenza di una giovane francese lasciata morire di tubercolosi, senza ricovero da parte dell'autorità sanitaria per paura di causare un'epidemia, in lui si accese una nuova speranza, quella di poter partecipare alla beatitudine non nello studio, ma al servizio dei disagiati. “Chi mi vuol seguire rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mc 8,27-35), San Giuseppe prese la Croce e si fece carico anche di quelle dei poveri infermi e malati.
Il 17 gennaio 1828, con l'aiuto di pie donne, aprì nel centro di Torino il primo ricovero per poveri abbandonati, raccolti nelle periferie più degradate della città: “Deposito de poveri infermi del Corpus Domini”. Il progetto ebbe successo per la tenacia di un uomo votato completamente alla carità e mosso dalla sua viva fede e dalla speranza, capaci anche di convincere dei suoi buoni propositi coloro che avevano mostrato diffidenza nei suoi confronti. Anche quando fu espulso dal centro cittadino (poiché le autorità temevano il diffondersi del colera causato dalla presenza di infetti in città) continuò imperterrito la sua azione caritativa aprendo la “Piccola Casa della Divina Misericordia” a Borgo Dora (oggi quartiere “Aurora”) e diversi altri istituti nel Piemonte. Suore, frati e sacerdoti si impegnarono nel continuare la sua opera di misericordia e fu grazie al loro impegno se ancora oggi la fondazione di Cottolengo continua ad agire in un mondo sconquassato da nuove emergenze sociali e sanitarie.
Per il suo impegno a servizio dei poveri e per essere stato in vita un cristiano fedele al Vangelo, Giuseppe Cottolengo fu proclamato beato da papa Benedetto XV il 29 aprile 1917 e santo il 19 marzo 1938 da papa Pio XI. La sua memoria liturgica ricorre il 30 aprile.  

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