17 aprile 2016

Visita a Lesbo. Fra catechismo e vessilli ideologici


di Alfredo Incollingo

Papa Francesco nelle prime ore del suo viaggio sull'isola di Lesbo ha ricordato la catastrofe umanitaria che stiamo vivendo in questi ultimi mesi. Popolazioni intere sono eradicate dal loro territorio, martoriato dal fanatismo dell'Isis. Centinaia di migliaia di cristiani sono costretti alla fuga per scampare alle persecuzioni loro inflitte dagli uomini del Califfato. Purtroppo moltissimi martiri sono già stati uccisi in odio alla loro fede.

“Noi andiamo ad incontrare la catastrofe umanitaria più grande dopo la Seconda Guerra Mondiale. Andiamo da tante gente che soffre, che non sa dove andare, che è dovuta fuggire.”  Le parole del Santo Padre svelano la drammaticità degli eventi e palesano l'urgenza di porre fine alla tragedia. Come agire? Partendo naturalmente da un concetto che per un cristiano (cattolico) è basilare quanto banale: “persona”.
"I profughi non sono numeri, sono persone: sono volti, nomi, storie, e come tali vanno trattati"
Il Santo Padre ha ricordato che, anche nelle avversità, l'essere umano è sempre “persona”, ovvero qualcosa di più di un numero o di un concetto astratto: è “essere”, è sostanza simile al Padre. Ha dignità e onore e come tale va difeso.

Le contingenze materiali e un pensiero malato, che fa del profugo un “vessillo” ideologico, troppe volte occultano questa “definizione” basilare.
Questo errore si palesa purtroppo anche all'interno della stessa Chiesa Cattolica. Prelati e laici troppo spesso danno prova del loro fanatismo, del loro “essere del mondo”, accontentando “formae mentis” anticristiane.
Accade che vescovi e cardinali strizzino l'occhio ai paladini del multiculturalismo contemporaneo. “Volemose bene” è il loro imperativo. L'importante è che c'è “l'ammore”, qualche gesto di filantropia e “spettacolini” di solidarietà. Poi ammassiamo migranti senza pensare al loro futuro. Ecco quindi i segni di questo “pensiero malato”: ghettizzazione, razzismo...
Il politologo Giovanni Sartori lo ricorda: far convivere culture diverse, senza porsi il problema di come suscitare un reciproco riconoscimento, porta solo a conflitti.
E' lo spettacolo desolante cui assistiamo quotidianamente. “Traslocare” migliaia di persone in un territorio senza badare alla loro sopravvivenza e alle relazioni con gli “indigeni” porta con sé solo tensioni, se non razzismo.
Una “società aperta”, pluralista è una società che non è multiculturalista. Questo termine purtroppo oggi ha perso il suo originale significato e non lo possiamo non considerare come negatività. La parola chiave è “riconoscimento”. L'ospite e il “padrone di casa” devono riconoscere reciprocamente le proprie diversità e “smussarsi” a vicenda. Questa è vera integrazione. Senza fermarsi ad un politologo laico e piuttosto dubbio su alcune posizioni della Chiesa Cattolica (è forse colpa del divieto di utilizzo del preservativo se l'Africa vede aumentare il proprio numero di abitanti? Proprio no!) ci rivolgiamo al Catechismo.

“2240: Le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere, nella misura del possibile, lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita, che non gli è possibile trovare nel proprio paese di origine. I pubblici poteri avranno cura che venga rispettato il diritto naturale, che pone l'ospite sotto la protezione di coloro che lo accolgono.
Le autorità politiche, in vista del bene comune, di cui sono responsabili, possono subordinare l'esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche, in particolare al rispetto dei doveri dei migranti nei confronti del paese che li accoglie. L'immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri.”

Questa è la prassi pragmatica di una Chiesa che bada amorevolmente al profugo e alla Patria che lo ospita. Se questa non è in grado di “sfamare” il suo ospite, come può garantire una perfetta integrazione? Oggi invece, sarà che il mondo moderno è impazzito (“Pazzo non è chi ha perso la ragione, ma chi ha perso tutto fuorché la ragione” G.K. Chesterton), pur di assecondare i propri “dogmi” si nega costantemente la realtà dei fatti.
Ci aspettiamo dalla visita a Lesbo di Papa Francesco non i soliti discorsi multiculturalisti e migrazionisti, ma un atteggiamento coscienzioso dei media e dei governi per agire. Si spera che la presenza del Santo Padre a Lesbo sia l'evento che possa ripensare le normali relazioni internazionali e spingere ad una azione comunitaria per fermare il dramma dei profughi.

 

0 commenti :

Posta un commento