14 maggio 2016

Christopher Dawson e la realtà storica della cultura cristiana

di Riccardo Zenobi

Christopher Dawson è un autore poco conosciuto in Italia, eppure il lettore che si imbatte nei suoi scritti relativi al rapporto tra cultura, religione e società, trova una profondità d’analisi che permette di vedere in modo lucido l’attualità, al di là dei cliché imposti dal conformismo dominante.

Si resta stupiti dal fatto che l’autore abbia scritto tra gli anni ’30 e gli anni ’60 e ciononostante le sue analisi siano ancora del tutto calzanti in un mondo come il nostro, molto diverso dal passato anche recente. Eppure questa persistente attualità delle sue considerazioni dovrebbe far considerare che la società attuale non è altro che uno sviluppo della società secolare del recente passato, spinta fino ai suoi limiti estremi.

Il libro che intendo recensire ha per titolo "La realtà storica della cultura cristiana – una via per il rinnovamento della vita umana", ed è stato scritto nell’immediato dopoguerra. Con questo testo, l’autore intende mostrare che la civiltà secolare stia entrando in un vicolo cieco, poiché ha eliminato ogni realtà spirituale che possa portare uno sviluppo e una vitalità culturale, e che c’è bisogno di una nuova cultura cristiana.

Per prima cosa, il termine cultura viene definito dall’autore nei termini di “una forma comune di vita sociale, un modo di vita che ha dietro di sé una tradizione, la quale ha preso corpo in istituzioni e che abbraccia norme e principi morali”, definizione che ad alcuni potrà apparire come “troppo statica”, ma che in realtà – come viene poi specificato nel resto del libro – non può prescindere da un elemento dinamico; uno dei motivi della decadenza delle culture (ivi comprese le culture cristiane) è il ridursi a schemi vuoti che non hanno alcuna attinenza con l’attualità e non rispondono alle contingenze storiche.

Date queste premesse, il termine cultura cristiana indica una cultura in cui il modo di vita sociale si basa sulla fede cristiana, genuinamente posseduta dai membri della società. Ora, il possesso di una fede e il voler perseguire degli ideali cristiani non significa che tutti i membri della società sono cristiani o che sono moralmente eccellenti: ogni civiltà ha sempre uno scollamento tra gli ideali che vuole perseguire e il comportamento degli individui.

Ma non è solo l’ideale cristiano che rende cristiana una società. Per citare Dawson: “non dovremmo immaginare un qualche tipo ideale di perfezione sociale da usarsi come una specie di modello o di piano, in base al quale poter giudicare le società esistenti. Innanzitutto e soprattutto dobbiamo considerare la realtà storica del Cristianesimo come una forza viva che è entrata a far parte della vita degli uomini e delle società, e che li ha trasformati in proporzione del loro volere e della loro capacità”.

A tutto ciò si oppone la secolarizzazione, la quale storicamente è iniziata riducendo la fede al privato, togliendole contatto col mondo sociale. In questo processo è stato fondamentale anche il protestantesimo, il quale ha portato nella sua versione luterana ad insistere sulla dimensione “ultramondana” della fede, lasciando la società a sé stessa; viceversa nella sua versione calvinista ha cercato di assorbire la società nella organizzazione religiosa (vedi la teocrazia di Calvino a Ginevra), e che per reazione ha portato alla separazione della società da una troppo opprimente imposizione religiosa.

La radice della secolarizzazione è indicata dall’autore nella mancanza d’interesse sociale nel mondo della fede. Ciò porta con sé il fatto che una società cristiana deve rinnovare la propria scelta ad ogni generazione, per decidere se persistere nella fede o apostatare socialmente, poiché la fede non è una statica tradizione, ma una continua tensione verso l’alto.

Certamente, anche nella teologia cattolica è presente una tensione tra Chiesa e mondo (mirabilmente mostrata da Sant’Agostino nella sua opera La città di Dio) la quale rende difficile il modo di vita cristiano, ma questa è anche la sua forza, in quanto provoca lo sforzo incessante di portare ogni attività umana a contatto stretto col suo centro spirituale.

La civiltà secolare ha avuto dei successi materiali enormi nel XIX secolo, ma quando l’autore scrive (e a maggior ragione oggi) la sicurezza materiale e la fiducia nel futuro – tipiche del laicismo – sono largamente scomparse, e l’impressione diffusa è che un mondo stia per finire. Il mondo secolarizzato ha avuto come sviluppo il totalitarismo del XX secolo, il quale può assumere nuove e insidiose forme, sempre più pervasive e sempre più ideologicamente orientate ad un pensiero unico.

A parere di Dawson, non si tratta più di una lotta per salvare la propria anima individuale in mezzo ad una società prospera materialmente, ma sono a rischio proprio il mondo e la società. La lotta è tra cristianesimo e le contro-religioni laiche degli stati totalitari (lotta all’interno della quale si è oggi inserito anche l’islam, a partire dal 1979 – ma l’autore non ha fatto in tempo a vivere questi eventi).

Lo Stato totalitario è indissolubilmente legato all’organizzazione scientifica e centralizzata della società, non solo a tecniche che riguardano la vita individuale, ma anche a metodi di condizionamento di massa, controllo sociale pianificato, propaganda per il controllo delle opinioni, e ideologie di vario genere. Tutto ciò è parte del mondo moderno, il quale è rivolto verso questa direzione, e punta ad una sempre minore libertà spirituale e responsabilità personale; in ciò è enormemente aiutato dall’istruzione di stato, unitaria e uniformata.

L’intera società si muove quindi come una sola unità – smaccatamente anticristiana. Se nel XIX secolo l’ideale del liberalismo filosofico era di uno stato-poliziotto, che si limita a mantenere l’ordine e difendere la società dai suoi nemici, l’ideale totalitario somiglia più ad una nurse, che controlla ogni aspetto della vita individuale dalla culla alla tomba.

Nulla però deve indurci a disperare: è questa la situazione alla quale ci prepara la nostra fede, e che permette di adempiere la missione di essere luce del mondo e sale della terra. Noi cristiani abbiamo una tradizione interna da mantenere, una società storica reale: il popolo di Dio ha una storia, una letteratura e una filosofia proprie,che sono la radice della cultura cristiana.

Ma cos’è una civiltà cristiana? Una cultura nella quale il principio dell’unità morale (l’insieme delle norme e degli ideali) è dato dalla professione del cristianesimo – e non da persone che si comportano come noi pensiamo dovrebbero comportarsi i cristiani. La società cristiana non è perfetta, e non è mai perfettamente cristiana, ma accetta lo stile di vita cristiano come normale, e costituisce le sue istituzioni su di esso. Lo spirito di una civiltà, ossia ciò che è posto come base e come ideale da raggiungere, influisce e determina i valori morali dei singoli membri, come la realtà attuale ha mostrato enormemente: basti vedere come la continua propaganda omosessualista influenzi la società e la politica.

Quello di una civiltà cristiana è un obiettivo a cui tendere: ridursi ad una minoranza separata dalla società e da questa “tollerata” porta solo a persecuzioni o a settarismi. Tutti gli stati moderni sono totalitari in quanto cercano di prendere l’economia e la cultura sotto la loro egida e di monopolizzare l’educazione, quest’ultima vista come educazione al civismo e un indottrinamento al modo di vivere dello stato. E’ chiaro che uno stato del genere non sopporterà concorrenza nell’ambito dell’educazione, e non ammetterà sfere separate dal suo controllo pervadente.

E difatti Dawson ha visto giusto quando ha detto che la famiglia costituisce il baluardo contro lo stato. E cosa oggi viene messo continuamente in croce dai politici, dai media e da tutti i potenti? L’esistenza stessa della famiglia è minacciata dallo stato, che non vuole alcuna entità autonoma e dei legami solidi tra persone che possano sfuggire al controllo del totalitarismo (la cui definizione è “identificazione di società e stato”).

Certo, quando si parla di società cristiana nascono dei timori relativi al rigorismo morale, al proibizionismo, a censure di vario tipo. Si pensa che il cristianesimo possa essere un peso, più che un’apertura verso il trascendente e verso l’alto: la società cristiana apre nuovi orizzonti dando un senso eterno da cui dipende il mondo terreno. Il cristianesimo è speranza, e lievito culturale per via della sua continua tensione verso Dio. E’ appunto l’inerzia, il chiudersi sulla tradizione o ridurre la cultura a forme culturali arcaiche che ha storicamente fermato e portato la civiltà cristiana a successivi cicli di declini e rinascite. A livello spirituale, fermarsi equivale a regredire. Ogni epoca ha la propria vocazione speciale, ed ognuna è in diretto rapporto con Dio.

Il vero ostacolo ad una società cristiana in definitiva non è altro che l’inerzia dei cristiani, i quali sono i primi a non credere nell’esistenza di una società e di una civiltà cristiana; alcuni poi motivano questa scelta rifacendosi al cristianesimo primitivo, il quale però viveva in un periodo storico e in circostanze culturali del tutto peculiari, che non restano statiche nel fluire degli eventi storici.
Tutto questo è un sunto di una parte del pensiero di Christopher Dawson, pensatore che date le premesse, vale la pena approfondire e conoscere.  

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