18 maggio 2016

Culto dell’emozione, oscuramento della ragione

IL MEDIA È IL MESSAGGIO. E IL MESSAGGIO È "NOI COMANDIAMO"

di Riccardo Zenobi

Il 13 e il 14 maggio si è tenuto ad Ancona il secondo incontro del ciclo di conferenze organizzate dall’Associazione Culturale Orienteoccidente, relatore monsignor Antonio Livi, sul tema dell’importanza di avere un giudizio razionale e puntuale sulla realtà che ci circonda, andando al di là di tutte le varie emozioni che falsano ed oscurano la capacità di giudizio. Tema del quale non si può sottovalutare l’importanza, poiché tutti i giorni siamo sommersi da stimoli che fanno leva sulle nostre sensazioni, e che ci creano reazioni istintive e non ponderate – ciò che fa sentire molto il suo peso nei dibattiti, pubblici, politici o privati che siano.

L’incontro era rivolto a dei laici, a persone comuni che come tutti e più di tutti si trovano a subire l’influenza pervasiva del pensiero unico, il quale si nutre di impulsi e di risposte emotive. Ed è appunto dalla figura di un grande laico, Thomas Moore, che è partita la conferenza. Moore infatti già a suo tempo dovette prendere delle decisioni fondamentali, per lui e per molte altre persone; tutti noi prima o poi ci poniamo di fatto la domanda “cosa occorre fare in questa situazione?”, perché spesso non sappiamo quale sia la scelta giusta o quali alternative abbiamo di fronte. Noi laici siamo quindi chiamati ad agire nel mondo secondo coscienza, la quale non è “ciò che si sente di fare” in un certo momento: la coscienza non è una sensazione momentanea, che muta sempre, ma è un atto dell’intelletto, il quale conoscendo la legge morale e la situazione capisce quali principi applicare e in quale modo. Occorre quindi pensare bene alla proprie scelte, senza basarsi sulle emozioni, ben sapendo che non c’è garanzia esterna di infallibilità (motivo in più per ponderare e riflettere).

L’intelletto si nutre di conoscenza, di auto-ispezioni, introspezioni le quali formano la coscienza. Quest’ultima dunque è intelligenza, non emotività. La cultura che ci circonda ha però fatto dell’emozione un culto, usando la retorica come strumento di persuasione sollecitando delle passioni, che oscurano il giudizio di chi riceve le informazioni – il popolo, noi; viceversa, chi manovra tutto questo sistema mediatico ha le idee ben chiare. Utilizzando premesse arbitrarie e ragionamenti capziosi, si dimostra e sostiene qualsiasi cosa, tutto e il contrario di tutto. Si usano ad esempio parole-mantra, che vengono ripetute infinite volte unicamente per distogliere la mente da altre cose più urgenti, esattamente come gli slogan commerciali (così spesso usati dagli stessi politici).

Questi e altri trucchi servono per creare un linguaggio che vuole impressionare tramite la mozione degli affetti, creando una identificazione emotiva. Questo effetto propaganda viene rotto fermandosi a ragionare. Ed è proprio questo che si vuole evitare: la formazione di uno spirito critico nella massa fermerebbe la diffusione – tra le altre cose – della droga e della pornografia, riducendo il giro d’affari dei rispettivi cartelli. Viviamo in una società di massa, nella quale le persone formano una unità apparente nella quale non c’è individualità, ma solo omologazione. Le reazioni psicologiche su cui punta la propaganda sono del resto le stesse per tutti gli uomini. Tali cose possono essere vinte solo dallo spirito critico di una coscienza formata a riflettere.

Ed è appunto su come potersi difendere di fronte a queste cose che si è concentrata la seconda parte dell’incontro: cosa fare, di concreto, per premunirsi e non lasciarsi influenzare? Occorre ridurre al minimo l’influsso della televisione, la quale serve solo a distrarre e a divagare dalla realtà; ma bisogna tenersi in guardia dai giornali – quasi tutti sono in mano a massoni – i quali vogliono veicolare e incanalare certe opinioni con l’illusione della scelta apparente tra diversi punti di vista.

Menzione di (dis)onore per la rivista dei paolini e per il giornale della CEI, i quali ormai non hanno nulla di cattolico da dire ai fedeli. Si è portato il caso di un tema d’attualità, l’introduzione delle unioni civili, perché lì la retorica monopolizza ogni possibile discorso.  Lo stato e le sue leggi devono prendere atto dell’esistenza di un ordine naturale precedente alle leggi positive, e la famiglia è una società precedente la formazione di qualsiasi organo statale. Non è stato il contratto sociale a creare i legami famigliari, e non si possono accettare leggi che invece parificano legami che sono del tutto diversi dalla famiglia, e che non tutelano i possibili nascituri. A questi rilevamenti di buon senso spesso è opposto un sofisma: “se due vogliono formare un legame al di fuori del sacramento, che si sposino comunque”, come se fosse solo una questione cattolica, e non un patto naturale che implica stabilità e presa di responsabilità. Sono i principi di diritto naturale che sono in gioco, non è una questione interna alla Chiesa. Ed è logico che siano a rischio i principi universali: senza il bombardamento del relativismo di qualche anno fa, non sarebbe stato possibile che tutti quanti si inventassero dei “diritti” a caso, e li imponessero alla società.

Nel campo sociale occorre utilizzare criteri di legge naturale, precedenti l’essere cattolici o meno. Ogni laico è chiamato ad approfondire e studiare, scavalcando i mass media, per formarsi uno spirito critico capace di compiere una disanima seria delle questioni, mettendo da parte l’influsso mediatico. Esiste tanta cultura divulgativa seria, non solo quella trash propalata dalla stampa, e bisogna rivolgersi ad essa. E’ questo il modo migliore per difendersi, perché come ebbe a notare Marshall McLuhan, “il media è il messaggio”, e il messaggio è “noi comandiamo e abbiamo ragione, comprate e votate”.
 

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