19 maggio 2016

L'uomo che fissa le panche

(O IN CERCA DI UNA NORMALE ESISTENZA CATTOLICA)

«Sono completamente felice, dalla punta dei capelli fino alla punta dei piedi, dalla mano sinistra alla destra, come se fossi una croce. E proprio questa è la cosa più bella. Un’esistenza cattolica».

(Conversazioni di Thomas Bernhard, a cura di Kurt Hoffman, Guanda 1989)

di Matteo Donadoni
Vien voglia di lasciar perdere. Adeguarsi all’andazzo.
Perché? Perché, in fondo, io non dovrei far parte pienamente della mia comunità? Vogliamo essere accettati, tutti noi agogniamo un certo qual riconoscimento da parte del prossimo. Un timbro, una pacca sulla spalla. Quella calda, avvolgente sensazione di sentirsi parte di un intero… lupi nel branco. O pecore del gregge, dovrei più cristianamente dire. Nel bene e nel male, in salute e in malattia. Come voleva il tisico Thomas Bernhard perfino nel sanatorio più angoscioso di Grafenhof: «Visto che ero qui, volevo far parte di questa comunità, anche se si trattava della comunità più mostruosa e raccapricciante che uno possa immaginare».

Perché allora nonostante la chiesa fosse riscaldata il giorno dell’Epifania, il clima era così freddo? Perché le prime cinque file di banchi erano rimaste desolatamente vuote. Scranni lignei di una nave che va dove nessuno la vede. Navigante silenziosa. Silenziosa perché ad adorare il Bambino non c’erano pecore né capre, ma soprattutto non c’erano bambini. C’era mio figlio, certo, con tre o quattro sparuti compagni qua e là. E così mi sono ritrovato ad essere “l’uomo che fissa le panche”. Non avendo seguito per nulla le letture, anziché rivolgerlo a Dio, tenevo lo sguardo fisso su lucidi banchi vuoti. Come è possibile, mi chiedevo, che in una delle festività più importanti dell’anno cattolico manchi la quasi totalità di bambini e ragazzi? Bisognerebbe forse essere teologi per saperlo.
Io non sono un teologo, tanto meno un santo, non sono nemmeno una brava persona, sono un semplice fedele che desidera una normale esistenza cattolica.

Ma forse una risposta fa capolino fra i pochi pensieri di una mente male in arnese come la mia, una risposta a questo fatto di avvertirmi tisico, teologicamente tisico. Uno da scansare, evitare. Possibile che solo a me non sfugga questa leggerezza estrema nei confronti della religione, e, nel caso specifico, per l’Eucarestia (domenica tutti in fila per la Comunione)? che ne è stato della catechesi? Ne è stato ciò che ne è della piccola chiesa domestica, la famiglia.
Come è impossibile che non sappiate, visto il trambusto mediatico autunnale, il  2015 è stato l’anno fatidico del Sinodo sulla Famiglia: «per cercare le linee operative per la pastorale della persona umana nella famiglia». Ora, mi rendo conto che l’argomento è scivoloso come un ipotenusa imburrato, ma credo sia proprio il caso di fare una riflessione, soprattutto prendendo atto di quanto sta succedendo da mesi all’interno del mondo cattolico.

In principio furono il povero Palmaro ed il buon Gnocchi, il quale, con santa pazienza, mi ha rispiegato per ben tre volte la sua posizione - e lo ringrazio pubblicamente. Poi tutti gli altri, passando da Socci per finire a Messori. In mezzo il corposo nulla di fatto del Sinodo Straordinario. Non voglio entrare nel merito, anzi, vorrei evitare di gettare benzina sul fuoco, ma, francamente, cosa dovremmo pensare noi semplici fedeli di questa frattura evidente all’interno della Chiesa cattolica? Dove dovremmo volgere lo sguardo noi, attoniti putti di stucco, quando gli apologeti diventano, fra un ave e un gloria, improvvisamente dei pervicaci quanto spregevoli conservatori preconciliari? Non si tratta solo di sospetti, ma, per quanto le prove siano solo circostanziali, come dice Sherlock Holmes: «A volte, le prove circostanziali sono molto convincenti, come quando si trova una trota nel latte, per citare l’esempio di Thoreau».

Il Papa aveva chiesto di parlare con parresia dei problemi che gravano sulle nostre disastrate famiglie oggi e che lo stesso pontefice aveva giustamente messo in evidenza: la crisi del matrimonio e della famiglia in Occidente e la conseguente sfida nell’affrontare in modo cattolico le difficoltà incontrate da chi, in questa crisi, è rimasto ferito. Ma qualcosa è andato storto: complice un’informazione superficiale e maliziosa, il discorso è sembrato concentrarsi sui problemi dei divorziati risposati e sul riconoscimento o meno delle coppie omosessuali. E l’aspetto più grave è che, oltre ad aver generato un’immagine caricaturale di chi ha ribadito la tradizionale dottrina cattolica su famiglia e matrimonio, si è voluta spostare l’attenzione da quanto era stato chiesto dal Papa, col tentativo sventato di dirottare - tramite relazione intermedia - il dibattito dalle questioni nodali verso il “Divieto di Comunione”, come pretesto per un più ampio dibattito sulla natura della dottrina e sullo sviluppo che, secondo l’opinione dei “novatori”, essa dovrebbe avere.

Mi sia concesso chiedere se non sia il caso di ripensare alla situazione in cui versa la catechesi in Occidente, alla luce del progetto di nuova evangelizzazione voluto da san Giovanni Paolo II ed elevato a programma di pontificato da Francesco nella Evangelii Gaudium nel 2013. E’ ancora possibile, se mai lo è stato, credere di prepararsi efficacemente al matrimonio sacramentale tramite le tre-quattro mini lezioni dei vari corsi organizzati dalle diocesi, quando possiamo ogni benedetta domenica notare la beata assenza della stragrande maggioranza dei fedeli nella fascia d’età compresa fra i 15 e i 50 anni? Altro che risposati. Altro che ripartire da Lutero come suggerisce il card. Marx! Abbiamo un problema serio e disarmante di trasmissione della fede, in famiglia ed in parrocchia. Naturalmente consequenziale allora il rigurgito di protesta che i vescovi africani, a partire dal card. Napier e dal card. Sarah, hanno avuto al Sinodo straordinario lo scorso ottobre: non vogliono sentire lezioni dai vescovi del nord Europa, la cui opera di catechesi ha fallito pesantemente su tutta la linea dal post-Concilio ad oggi.

Allora parafrasando quanto dice George Weigel su First Things: dato che con l’insegnamento della verità sul matrimonio e la complementarietà dei sessi la Chiesa cattolica offre un progetto stabile e rassicurante ed una via di felicità, il Sinodo 2015 avrebbe dovuto essere un'occasione di chiarire ai fedeli l’essenziale differenza tra il patto sacramentale del matrimonio cattolico da una parte e una qualsiasi convivenza o perfino semplice relazione sessuale, riconosciuta o meno dallo Stato, dall’altra. Siamo fiduciosi che negli anni tutto andrà per il meglio. Ma è altresì l’occasione per imbastire umilmente un ragionamento che vada alla radice di tutto: è ancora valido, se mai lo è stato, il modello di catechesi che viene proposto ai ragazzi? O è il caso di recuperare, almeno in nuce, le certezze del Catechismo di San Pio X? Alla radice di tutto c’è Cristo e il Vangelo, e l’evangelizzazione (o rievangelizzazione), la quale, mi pare, è ancora la missione primaria della Chiesa.  

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