05 maggio 2016

Padre, sia fatta la tua volontà

(OVVERO SOTTOMISSIONE A DIO COME VITTIMA PREZIOSA,
MA SAPENDO QUANTO COSTA IL LURPAK)


di Matteo Donadoni

Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore.
Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.
(Isaia, 55, 8-9)

Chi ci capisce è bravo. No, non parlo di quella deplorevole e noiosa imitazione del glorioso gioco del football che è il calcio in Italia – anche se avrei forse un consiglio per uno slogan pubblicitario della Nike: «Don’t run. Think Totti», ma purtroppo odio la pubblicità. No, stavolta non parlo nemmeno di donne. Primo perché fa stranamente male. Fa sempre male. Soprattutto durante quelle lunghe notti, quando il tempo, profondo e cieco, si allunga come una lama. Secondo, ormai ho rinunciato a comprenderle. Come ha scritto Bernanos: «Non si tocca mai il fondo della propria solitudine».

Parlo dell’altro grande problema del cattolico contemporaneo. Cercare risolutamente, disperatamente, unguibus et rostris, il modo di restare cattolici. Chi capisce che caspita bisogna fare oggi per restare cattolici è pregato di riferirmelo, perché io vedo un gran circo alimentato da otri di zelo amaro, da un’indecenza di sorrisi e chiacchiera volgare, e poca, pochissima, sostanza, preghiera, teologia. No, ma dico, ci prendete per i fondelli? O dobbiamo trasferirci in massa ad Astana, ovvero perfino fuori dall’Ecumene alessandrina? Credete forse che i poveri non siano mai esistiti prima del fantasmagorico mondo globale, in cui vescovi bianchi prendono l’aereo portando da sé brutte borse nere e magari lasciando intendere che, forse, si radono pure da sé? Non fu Cristo stesso a dire che li avremo sempre con noi? Mi rivolgo ai consacrati: siete proprio sicuri sia questa l’icona della Chiesa di Cristo che volete lasciare ai posteri? Veramente? Avete studiato le Scritture ed i Padri tutta l’intera vostra giovinezza per diventare dei chiacchieroni esperti di ecologia, equilibrismo politico da proletario medio e profugologia applicata? Perché se così fosse, a parità d’impegno, non potevate diventare campioni di scacchi? Eh no… con gli scacchi non si chiacchiera. Si vince o si perde, palesemente, inequivocabilmente, inesorabilmente Patzer, sotto lo sguardo ed il giudizio inappellabile di ogni Kibitzer del mondo.

Sono amareggiato, arrabbiato, ma non da quella sorta di solita drammatica dipendenza caratterialmente indotta. Noi poche anime elleniche siamo così – spiriti tragicomici agli occhi del mondo moderno. Adamantine, originariamente perfette, sfere di razionalità, poco meno degli angeli, come tutti gli altri del resto, ma, ahinoi, rivestite da una gelatina opaca a base d’un eterno chiassoso melodramma. Se c’è da godere godiamo. Se c’è da soffrire, soffriamo. Antropologicamente, spiritualmente, perfino politicamente. Abbiamo tutti sotto gli occhi la Grecia: povertà infantile, mancanza di lavoro, povertà senile (di proposito ignoro ogni commento sull’Italia, altrimenti dovrei aggiungere “educazione scarsa e depravata”). E l’intero establishment pancristiano che fa? Va a fare lacrime di coccodrillo a Lesbo! E perché? Perché i teneri virgulti della futura grecità vanno a scuola senza cena? Per le decine di chiese e monasteri secolari distrutti in Mesopotamia? Per celebrare Messe a suffragio dei cristiani scacciati e trucidati? Per canonizzare i nuovi martiri? No, per farsi selfie di proporzioni mondiali, ma volevo scrivere “escatologiche”, con poveri islamici nipoti degli invasori d’un tempo, puta caso, rifiutati dai vicini ricchissimi paesi arabi correligionari (in questi giorni l’Arabia Saudita ha acquistato due isolotti dall’Egitto per la notevole somma di 23miliardi di dollari, se non erro), e che l’Europa dovrebbe, invece, accogliere come ultima risorsa, ineffabile ricchezza, occasione improcrastinabile.

Già l’Unione Europea, un organismo brachicefalo parasovietico, strattonato da una Kanzlerin non esattamente callipigia, ma senza scrupoli, e governato da un manipolo di autonominati reciproci, che, anche messi tutti insieme, non sono uomini nemmeno la metà di quanto lo fu Margaret Thatcher, la quale ancora oggi rivolgerebbe loro la medesima domanda: «Mi sapete dire quanto costa il Lurpak? – No, non lo sapete!». E avrebbe ragione. Nel frattempo la gioventù di ciò che fu l’Europa come concetto di Civiltà se ne va alla beneamata malora, fra un talent show in cui non si capisce chi è il più rimbambito, e una gara di cuochi in tv che a furia di sfornar torte stimolano più che altro la denatalità, trascinando in tal modo gustosamente a picco interi popoli, destinati ad affogare culturalmente in un mare di melassa che essi stessi si stanno centrifugando attorno.

Ma questa non è la misericordia di cui ogni giorno si parla, è autolesionismo. Non carità, ma dabbenaggine.

Quanto è difficile dire “Sia fatta la tua volontà” quando il domani appare una notte lunga, nebbiosa ed insonne per noi poveri, inesperti, navigatori a piccolo cabotaggio. Così, la notte, cerchiamo di separare i grani della verità dalla pula delle bugie, ed essendo cattolici - si licet hodie - i nostri grani si chiamano  rosario. Lottiamo, sperando di non addormentarci, sperando di non affondare come accadde a Pietro quella volta. Ma, per quanto mi riguarda, è quello che spesso accade. Cerco appigli mentali, cerco di rivangare gli insegnamenti del passato, e, pensando al passato, chissà per quale strana associazione di idee, mi sono ricordato di quando mio nonno da Capo Pezzo d’Artiglieria Pesante Campale si ritrovò (IMI) all’improvviso marinaio sulle navi rompighiaccio del Reich sul mar Baltico. Mi sono ricordato le sue raccomandazioni riguardo il rispetto dell’abito ecclesiastico.
E questo è il punto. Se qualcuno ci ha capito, fra una scacchiera e il Baltico è un attimo. Mi sono ricordato di aver letto da qualche parte di San Giovanni di Kronstadt (nato Ivan Ilijč Sergiev 1829 – 1908): «Se vuoi correggere qualcuno delle sue mancanze, non pensare di correggerlo con i tuoi mezzi: faresti soltanto del danno usando le tue stesse passioni, quali l’orgoglio e l’irritabilità che da esso proviene; ma “getta il tuo peso nel Signore” e prega Dio, che “scruta il cuore e i reni”, con tutto il tuo cuore, perché Egli può illuminare la mente e il cuore dell’uomo. Se Egli vede che la tua preghiera respira amore e viene veramente dal profondo, Egli infallibilmente esaudirà il desidero del tuo cuore e tu dirai subito a te stesso, vedendo il cambiamento avvenuto in colui per il quale hai pregato, che è opera della destra di Dio, dell’Altissimo».

A metà del XIX secolo la città Kronstadt, era un postaccio putrido su un'isola del Mar Baltico, posto di deportazioni: poveri, delinquenti e senzatetto. Vivevano in sporche stamberghe, che in Austria non sarebbero state buone per i maiali, e si occupavano di quelle tipiche attività delle regioni culturalmente desolate diffuse in tutto il globo: chiedere elemosine, rapine, assassinii. Eppure là questo santo della chiesa ortodossa, che di li a poco sarebbe stata martirizzata e quasi distrutta, come del resto tutta la Russia, trovò la via della vera carità. Sin dall'inizio della sua missione evangelizzatrice non lesinò alcun aiuto ai poveri della sua parrocchia, comprando personalmente per loro cibo e medicine, donando loro ogni moneta che aveva. Le agiografie raccontano che gli abitanti di Kronštadt lo avrebbero visto a volte tornare alla sua abitazione a piedi nudi e senza cappotto, tanto che i calzolai, impressionati dagli atti di carità del santo, erano soliti regalare scarpe alla moglie del pope.

Al freddo, senza tante chiacchiere, e nel lerciume umano e naturalistico ebbe la forza morale di dire:
«Mai è così difficile dire dal profondo del cuore: “Padre, sia fatta la tua volontà”, come nei momenti di profondo affanno, quando si è colpiti da grave malattia e specialmente allorché si è vittima dell’ingiustizia umana o degli attacchi e delle insidie del demonio. È difficile dire dal profondo del cuore: “Sia fatta la tua volontà”, anche quando noi stessi siamo responsabili di qualche disgrazia, poiché crediamo che non sia stata la volontà di Dio, ma la nostra a ridurci in una siffatta situazione, sebbene nulla accada se non per volontà di Dio. In genere è difficile credere nel nostro intimo che è volontà di Dio la nostra sofferenza, quando il cuore sa, per fede e per esperienza, che Dio è la nostra felicità, per cui è difficile anche dire nell’infelicità: “Sia fatta la tua volontà”. Noi ci chiediamo: “È possibile che questa sia la volontà di Dio? Perché Dio ci tormenta? Perché altri sono tranquilli e felici? Che cosa abbiamo fatto? Avrà un fine la nostra sofferenza?”. Ma se alla nostra natura corrotta è difficile riconoscere sopra di sé la volontà di Dio, e piegarsi ad essa umilmente, allora l’uomo si sottometta alla volontà di Dio ed offra al Signore la sua vittima più preziosa, si affidi cioè a lui di tutto cuore non solo nei momenti di quiete e di felicità, ma anche negli affanni e nelle disgrazie. Sottometta la sua vana e inconsistente sapienza a quella perfetta di Dio, poiché quanto dista il Cielo dalla terra, altrettanto distano i nostri pensieri da quelli di Dio (Isaia 55, 8-9). Ogni uomo offra a Dio il suo Isacco, il proprio unigenito, il proprio prediletto, il suo promesso (a cui erano stati promessi pace e felicità, non affanni) come vittima a Dio e gli provi la sua fede e la sua obbedienza, per essere degno dei doni di Dio già ricevuti o che riceverà».

 

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