09 maggio 2016

Quanti errori nell'immigrazionismo di Francesco

di Alessandro Rico
A Roma si racconta un aneddoto divertente a proposito della brezza che spesso soffia su Piazza del Gesù, dove fu eretta la Chiesa tradizionale sede dei Gesuiti.

C’erano una volta Satana e il vento, che un giorno s’incontrarono proprio in Piazza del Gesù. Si misero a conversare e il discorso si faceva sempre più interessante, ma a un certo punto il diavolo fece al vento: «Vado un attimo a parlare con i Gesuiti; tu aspettami qui, al mio ritorno proseguiamo a chiacchierare». E il vento sta ancora aspettando. Si scherza, ovviamente.

A voler essere caritatevoli con il papa “nero”, si potrebbe dire che le “bergogliate” sono davvero il frutto dello Spirito Santo, che come il vento (appunto), non sai da dove arriva né dove va. L’ultima sortita di papa Francesco aveva un sapore lutherkinghiano: I have a dream, che in Europa tutti abbiano il diritto di migrare. Non è ben chiaro se Bergoglio si auguri surrettiziamente, o almeno dia per assodato, che le crisi umanitarie nel Terzo Mondo durino in eterno. Ma il punto più preoccupante è un altro.

Quando manifesta il suo desiderio che l’Occidente accolga le migliaia, i milioni di immigrati (profughi di guerra, affamati, o semplicemente gente in cerca di fortuna) che provengono da zone del mondo a stragrande maggioranza musulmana, il pontefice ha in mente anche come difendere quel che rimane della cristianità dalla prospettiva di una “sostituzione etnica”? Qualcosa che vada al di là dei generici richiami all’integrazione, che finora hanno prodotto le banlieue, Molembeek e Torpignattara? Non serve evocare trame oscure per rendersi conto che, seppure come conseguenza non intenzionale di una generosità nutrita da malriposto senso di colpa, politiche di apertura incondizionata dei confini potrebbero intrappolarci in un cul de sac.

Da una parte c’è la crisi, economica, culturale, morale, di un Occidente che produce sempre meno famiglie e figli. Dall’altra ci sono dei popoli attratti dalla nostra opulenza, che per loro è tutt’altro che crepuscolare; e nessuno mette in dubbio che le loro energie, la loro laboriosità, il loro spirito di adattamento li avvantaggino nella lotta per la sopravvivenza e la proliferazione. Dalla società multietnica e multiculturale al ricambio etnico e culturale il passo è davvero tanto lungo? È proprio necessario che l’Islam persegua deliberatamente un progetto politico di “invasione” di un’Europa infiacchita, o forse basta muovere un solo ingranaggio per innescare il meccanismo?

Qui non si tratta di paventare che i califfi dell’ISIS issino il vessillo su San Pietro. Lo scenario è forse più simile alla “sottomissione” subdola, silenziosa, inavvertita, a una ex minoranza che pian piano prende il sopravvento (tipo Houellebecq). O magari andiamo incontro alla scomparsa definitiva delle culture, delle nazioni, delle differenze. A Londra il sindaco pakistano di religione musulmana è già una realtà. Bravissima persona, per carità, molto più simile al liberal progressista inglese che all’imam radicale saudita. Ma in tutto questo, le prospettive per il cristianesimo non sembrano rosee. Perché se la sottomissione arrivasse da un signore col turbante e la scimitarra, ça va sans dire che a seguire l’Angelus dei successori di Bergoglio rimarrebbero proprio in pochi. Se invece il fascino decadente del progressismo occidentale, tutto diritti civili e laicismo, finisse con l’irretire anche gli esuli del Medio Oriente, l’avrebbe vinta l’ideale massonico. 

Quello che guarda di buon occhio i matrimoni misti e il melting pot, perché il meticciato etnico e culturale produce una non-nazione malleabile e arrendevole, più facile da governare – a fin di bene, ovviamente: il dispotismo, da che mondo è mondo, è “illuminato”. E allora resta da capire quale sia la posizione del papa, quale sia la sua strategia di lungo periodo. Le ipotesi in gioco non sono entusiasmanti. O Bergoglio non sa quello che dice, cioè sta semplicemente sbagliando, nel qual caso gioverebbe ricordare più di quanto un cattolico possa desiderare, che il dogma dell’infallibilità papale non è l’equivalente ecclesiastico del “Mussolini ha sempre ragione”. 

Stabilito definitivamente nel 1870 (in tempi in cui rintuzzare l’autorevolezza del pontefice era più che mai urgente), il dogma decreta che un papa non può sbagliare quando parla ex cathedra, quando cioè proclama un nuovo articolo di fede o sanziona una dottrina quale frutto della Rivelazione, esercitando il ministero petrino. Si fatica a pensare che il climate change, l’anticapitalismo e il mondialismo possano essere sussunti sotto questa categoria. Nella seconda ipotesi, Francesco è perfettamente consapevole di quello che fa, ma allora non si capisce davvero come possa pensare che ciò sia nell’interesse della Chiesa e del cristianesimo.

Passino pure gli strali terzomondisti, con quella strisciante idolatria dell’indigente che al limite fa sospettare che, come i comunisti, Bergoglio ami talmente tanto i poveri da volerne di più. Passino pure le curiose argomentazioni della Laudato Si’, che oscillano tra ruralismo tradizionalista ed ecologismo modernista, senza contare che il piatto della sussidiarietà, elemento centrale della Dottrina Sociale, piange o ha almeno gli occhi un po’ lucidi. Ma volersi consegnare armi e bagagli all’élite liberal e massonica è un esito che preferiremmo scongiurare. Eppure Francesco fa di tutto per non sottrarsi alle passerelle dei premi internazionali imbevuti di umanitarismo ipocrita, alle intese con leader politici e personaggi pubblici più vicini all’Arcigay che alle parrocchie (arriveremo forse all’Arci Dei?).

Ecco perché è ragionevole temere che il “nuovo umanesimo” proclamato dal papa sia infine terribilmente confuso: Bergoglio vuole mettere al centro della società la persona, in linea con i suoi predecessori, o l’uomo astratto dell’ideologia della massoneria illuminista?

L’andatura oscillante di questo pontificato pare confondere, più che confortare i cattolici smarriti. Un giorno Francesco si scaglia contro la riduzione della Chiesa a ONG, un altro giorno fa la parte del Segretario dell’ONU; un giorno denuncia l’ideologia gender, un altro produce un lunghissimo indirizzo pastorale che, in ultima istanza, non prende nessuna posizione definita sulla questione dei sacramenti ai divorziati risposati, accrescendo il disordine. Ora, è vero che Cristo fu segno di contraddizione. Ma si può dire e disdire, affermare e smentire, mostrare e nascondere? Forse il Vangelo, quando esorta: «Sia il vostro parlare sì sì, no no», avrebbe dovuto specificare: «Ma non entrambe le cose insieme».   

1 commento :

  1. A proposito di " QUANTI ERRORI..." , la nostra debolezza nei confronti del papa, sta nel fatto che proviamo una profonda reticenza nell'ammettere che Bergoglio è in malafede, che il suo progetto di demolizione della Chiesa viene da lontano, sin dalla sua cattività argentina dove, che Dio mi perdoni, è stato nutrito d'odio, camuffato da "furore mistico verso il popolo"! Ricordiamo tra le sue prime parole: "Voglio cambiare la Chiesa", si , spianandola, non più tesa al Cielo ma con lo sguardo rivolto a terra!

    RispondiElimina