28 giugno 2016

Ciao Bud, ora insegna agli angeli come scazzottarsi


di Alessandro Rico

Da quarant’anni a questa parte, il volto, le espressioni, la stazza, le battute e i cazzotti di Bud Spencer fanno parte dei ricordi d’infanzia (e dei momenti di evasione in età matura) dei tanti, italiani e stranieri (soprattutto tedeschi), che lo hanno amato. Senza esagerazioni retoriche, crediamo di poter dire che con lui se ne va un pezzo di noi. O forse Bud ci è ora più vicino, se è vero quel che ci promette la nostra fede, la fede che questo gigante buono, uomo vulcanico ed eclettico, di recente aveva raccontato in modo stupendo: «Credo in Dio, è ciò che mi salva. E prego. Perché? Perché riconosco in modo sempre più forte come sia nulla ciò a cui prima attribuivo un grande valore. Lo sport, dove volevo affermarmi, la popolarità. Chi si inorgoglisce per queste cose, chi insegue solo il successo, la fama, è un idiota». Con parole semplici e sincere, Bud Spencer è riuscito a spiegare che cos’è la Sapienza: «Vanità delle vanità, tutto è vanità» (Qo 1, 2), fumo negli occhi. Solo Gesù salva. Chi va dietro al mondo è come la volpe, che magari sa tante cose e si crede furba, mentre chi cerca il tesoro che «né tignola né ruggine consumano» (Mt 6, 20), è come il riccio, che sa una sola cosa, ma grande.
Quante altre generazioni rideranno a crepapelle per quelle scene leggendarie! Il coro dei pompieri, quando Bud e Terence venivano tallonati da un serial killer maldestro; la cena tra abiti kitsch e fiumi di whiskey in “I due superpiedi quasi piatti” («vai Galina, razzola!»); il naufragio nel Pacifico con la barca della marmellata Puffin («solo Puffin ti darà forza e grinta e volontà»). E ancora, la Dune Buggy, birra e salsicce, le frittate con dodici uova e le padellate di fagioli. Non basterebbero dieci pagine per rievocare tutti i momenti più divertenti. Scorrendo nel pensiero questi frammenti di cinema, scende giù una lacrima di malinconia: come quando parte per sempre un pezzo di cuore, o cala il sipario su un’età della vita. Come se ad andarsene fosse stato il nonno di tutti.
La vita di Bud Spencer, al secolo Carlo Pedersoli, è stata straordinaria. Nato a Napoli nel 1929, campione e recordman di nuoto, per anni visse e lavorò in Sud America facendo praticamente di tutto (altro che la generazione Erasmus). Iniziò la carriera di attore per caso, per caso costruì con Mario Girotti una delle coppie cinematografiche più riuscite. I due si costruirono un profilo internazionale recitando in inglese (in italiano furono doppiati da Glauco Onorato, Pino Locchi e Michele Gammino) e coniando dei nomi d’arte: uno perché amava la birra Bud e Spencer Tracey, l’altro perché leggeva Terenzio e per via delle iniziali della mamma, Hildegard Thieme, oriunda di Dresda. Bud Spencer amava definirsi un dilettante, capace di fare alla buona un po’ di tutto, dall’operaio al musicista (addirittura, sul set di un film s’improvvisò pilota d’aereo, seminando il panico nella troupe). Ci teneva a ribadire che i film girati con l’amico Terence facevano ridere senza mai diventare volgari e che trasmettevano sempre un messaggio di giustizia: stare dalla parte degli oppressi con poche chiacchiere, tanto cuore e qualche pugno – memorabile la scena di “Porgi l’altra guancia” in cui il missionario Bud rimprovera col motto evangelico il confratello Terence, che aveva percosso uno sgherro. Poi il cattivo tenta di colpire di nuovo, ma Terence schiva il cazzotto, che centra Bud, il quale ricambia con un pauroso manrovescio. «Ma tu adesso perché l’hai colpito?», reclama Terence. E lui: «Perché ha sbagliato guancia». Bud Spencer è entrato così, per decenni, nelle nostre case: con buonumore e spensieratezza, con la tempistica comica del perfetto caratterista (peraltro capace di interpretare ruoli ben più impegnativi), ma anche con il vivido senso della differenza tra bene e male (sebbene i cattivi spesso ispirassero tenerezza, tra denti sputati e nasi rotti). La sua filosofia di vita, dichiarava, era il “futtetenne”, titolo di una canzone da lui composta: accettare con pazienza difficoltà e amarezze, conservando il senso del mistero. «Non temo la morte. […] Da cattolico, provo curiosità, piuttosto: la curiosità di sbirciare oltre, come il ragazzino che smonta il giocattolo per vedere come funziona. Naturalmente è una curiosità che non ho alcuna fretta di soddisfare, ma non vivo nell'attesa e nel timore».
In effetti, l’esempio più fulgido, l’attore napoletano lo ha regalato alla fine. Prima di spirare, ai familiari che lo circondavano al capezzale ha detto: «Grazie». E la sua gratitudine l’ha espressa decine di volte al pubblico che lo adorava e al quale sosteneva di dovere tutto. Quest’omone che tanto ha dato, si è congedato ringraziando per quello che ha avuto. E noi siamo sicuri che, alle porte del Paradiso, il buon Pietro non abbia avuto proprio il coraggio di lasciarlo fuori. Si sarà ricordato di quella scena in cui Bud e Terence bussano al club del cattivo di turno. «Apri», intimano allo scagnozzo, che li schernisce: «Perché? Altrimenti v’arrabbiate?». Ma loro: «Siamo già arrabbiati».
Ora Bud sa se anche gli angeli mangiano fagioli. E di Trinità finalmente vede quella vera.

 

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